Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci

Dalle Marche a Roma
Matteo Ricci, pioniere delle missioni cattoliche in Cina e "Servo di Dio", nacque il 6 ottobre 1552 a Macerata, cittadina della Marche, a 25 chilometri dal celebre santuario mariano di Loreto. A Macerata il Papa Paolo III aveva concesso uno "Studio Generale" o Università, nel 1543. Il padre di Matteo, Giovanni Battista, di professione farmacista, era della famiglia patrizia dei Ricci, aggregata alla nobiltà fin dal 25 giugno 1287. La madre, Giovanna Angiolelli, nobile gentildonna, diede alla luce nove figli, dei quali cinque erano maschi e Matteo il primogenito. I primi studi furono da lui compiuti sotto la direzione del sacerdote senese Nicolò Bencivegni, che Matteo ricorderà sempre con gratitudine, raccomandandosi anche alle sue preghiere. Essendo il Bencivegni entrato nella Compagnia di Gesú nel 1559, il Ricci continuò i suoi studi probabilmente in casa fino al 1561, quando i gesuiti aprirono un collegio a Macerata. Di esso Matteo divenne uno dei primi alunni e studiò umanità e retorica. Già da fanciullo cominciò a sperimentare i primi germi di vocazione religiosa, sentendosi attirato o verso i cappuccini o verso la Compagnia di Gesú. Nel 1578, all'età di sedici anni, fu inviato dal padre a studiare giurisprudenza nell'Università di Roma, intendendo avviarlo cosí alla carriera nella corte pontificia. Matteo, pur non frequentando una scuola dei gesuiti, si fece membro dell'allora celeberrima Congregazione Mariana dell'Annunziata: in questo ambiente i germi di vocazione sbocciarono, e il 15 agosto 1571 bussò alla porta del noviziato della Compagnia di Gesú a S.Andrea al Quirinale. Da principio il padre volle contrastare la decisione del figlio, ma ben presto capí che non conveniva opporsi alla volontà di Dio e desistette dai suoi propositi. Matteo compí alacremente il noviziato e fece i voti religiosi il 25 maggio 1572. Il 17 settembre dello stesso anno passò al Collegio Romano, ove rimase fino al maggio 1577: la materie studiate durante quel periodo furono retorica, filosofia, logica, metafisica e matematica, intesa questa nel senso ben ampio di queí tempi: con essa venivano infatti gettate le solide basi per quegli studi delle varie scienze che sarebbero poi state tanto preziose per la sua missione in Cina.
 

Il viaggio verso la Cina
Verso la fine del 1576 era a Roma il procuratore delle missioni dell'India, il P.Martino da Silva: il contatto che Ricci ebbe con questo missionario fece nascere in lui il desiderio di dedicarsi alle missioni estere. Scelto, fra altri, dal Generale dell'Ordine, partí da Roma il 18 maggio 1577 alla volta del Portogallo, e poi il 24 marzo 1578 da Lisbona per Goa, ove giunse il 13 settembre dello stesso anno. Compiuto ivi un primo anno di studi di teologia (1578-79), insegnò poi per alcuni mesi in Goa stessa e in Cocin durante i primi mesi del 1580. Ritornato a Goa, venne ordinato sacerdote, probabilmente il 25 luglio 1580, e fece poi il secondo e terzo anno di teologia, fino al 1582. Il 26 aprile 1580 partiva alla volta di Macao, essendo stato destinato, insieme al P.Ruggieri, alla missione della Cina, da parte di P.Alessandro Valignano, uomo di ampie vedute e stratega di quella missione. Dopo una traversata burrascosa, giunsero a Macao il 7 agosto 1582: ivi si applicarono allo studio della lingua e della letteratura cinese. Avendo lo stesso governatore della Matteo Riccicittà di Sciaochin, di nome Wang P'an, invitato i padri gesuiti a recarsi presso di lui ed a costruire una residenza e una chiesa, P.Ricci e P.Ruggieri si misero in viaggio diretti a tale città, ove giunsero il 10 settembre 1583 e diedero avvio a quella missione cattolica che era destinata a continuare fino al XX secolo. Nel maggio 1585 avevano già portato a termine la costruzione della prima residenza e della prima chiesa dei tempi moderni. Frattanto Matteo Ricci aveva incominciato ad entrare in relazione con i dotti del luogo: i primi contatti furono necessariamente lenti e dettati da somma prudenza, secondo le dírettive date dal Valignano. Predicavano piú con l'esempio della loro vita virtuosa che con la parola, e creavano preziosi contatti con il mondo della cultura, mostrando oggetti recati dall'Europa. Tra questi i prismi di Venezia, quadri occidentali con il senso della prospettiva, sconoscíuta fino allora agli artisti cinesi, libri europei a volte magnificamente rilegati, meridiane e orologi che suonavano le ore, un mappamondo, una statua della Vergine con il Bambino in braccio, che fu collocata all'ingresso della casa.

Geniale fu l'idea del Ricci di presentarsi ai cinesi come dotto occidentale fra dotti orientali. Le conversazioni scientifiche preparavano la strada per procedere oltre, in un secondo tempo, su quel terreno che stava a cuore al missionario, e cioè l'annuncio del Vangelo. I primi due battesimi solenni furono amministrati il 21 novembre 1584; nel 1585 si contavano 19 cristiani, ai quali se ne aggiunsero altri 17 nel 1586. Sciaochin era la sede del viceré del Kwantung e Kwansi: come tale era un centro quanto mai propizio per svolgere tale attività apostolica di contatto con le persone colte ed influenti: molti "Mandarini" venivano qui per trattare con il viceré, e per la buona fama che si era sparsa dei padri la loro residenza divenne essa pure punto di riferimento.

Mappa Cina

Figura 1 - Mappa della Cina di Matteo Ricci

Anche intendenti militari, segretari di Stato, giudici provinciali venivano a vedere il Ricci La situazione mutò con il cambiamento del viceré: il nuovo governatore si invaghí della casa dei padri, costruita a due piani all'europea, e per impadronirsene li cacciò nel 1589. Espulso da Sciaochin, il Ricci si recò nella città di Sciaoceu, piú all'interno della Cina e piú popolata della precedente. Ivi aprí la seconda residenza e fabbricò la seconda chiesa, questa volta in stile cinese. Anche qui non tardarono ad affluire grandi e insigni mandarini, e si ebbero alcune conversioni. Ma la città era poco salubre: il Ricci e il suo compagno de Almeida ne fecero presto la triste esperienza, cadendo entrambi gravemente malati. Padre De Almeida mori nell'ottobre 1591, e cosí avvenne nel 1593 a colui che era venuto a supplirlo. Oltre a questi dolorosi eventi, si erano aggiunte alcune difficoltà da parte di membri della popolazione locale: la residenza fu bersagliata con sassate nel 1591; alcuni ladri penetrarono armati in casa; i padri però reagirono perdonando e intercedendo per i colpevoli: questo modo cristiano di comportarsi destò ammirazione ed edificò i Mandarini.
 

Nanchino e Pechino
La direttiva del Valignano era di cercare di penetrare sempre píú nell'interno della Cina e, qualora se ne presentasse l'occasione, arrivare fino alle capitali del sud e del nord: Nanchino e Pechino. Approfittando del passaggio di un gran Mandarino che si recava a queste due città, il 18 aprile 1595 P.Matteo Ricci si mise in viaggio con lui. Strada facendo, le conversazioni furono frequenti: il dotto cinese si interessava di varie cose, abitudini e costumi stranieri, scienze dell'Europa e anche del cristianesimo; il Ricci rispondeva a questi suoi interessi e ormai, sulla base dell'esperienza, si era disfatto del nome e dell'abito di "bonzo" portato fino a quel momento e si era adattato al modo di vestire dei dotti cinesi. Arrivarono a Nanchino il 31 maggio 1595. Ricci cercò di instaurare amicizie e conoscenze, ma la situazione di guerra fra Cina e Giappone, e il pericolo di essere - come straniero - sospettato di spionaggio, gli suggerirono di trasferirsi a Nanciam, nel Kingsi, che dal giugno di quell'anno divenne la sua terza residenza. Qui egli strinse amicizia con due Principi di sangue imperiale, che risiedevano appunto a Nanciam. A richiesta di uno di essi, il Principe di Kienan, nel 1595 il missionario raccolse e tradusse in cinese i "Detti" dei nostri filosofi e dei nostri santi sull'amicizia: fu la prima opera cinese scritta da lui, primo sinologo europeo. La sua prodigiosa memoria, dimostrata in una prova data il 29 agosto dello stesso anno, accrebbe la sua fama e aprí nuove vie alla sua missione: gli venne richiesto di dare lezione sul modo di sviluppare la memoria, molto importante per ritenere le migliaia di caratteri della lingua cinese. Ricci frattanto cercava chi avrebbe potuto facilitare un suo viaggio a Pechino: provvidenzialmente il Ministro dei Riti Cinesi, da cui dipendeva la redazione del calendario, apprezzando la scienza matematica di lui, pensò di condurlo a Pechino per affidargli la revisione di esso. Matteo RicciPartito il 25 giugno 1598, insieme ad un confratello cinese da lui formato alla vita religiosa, si mise in viaggio, e nonostante le difficoltà incontrate, giunsero a Pechino il 7 settembre 1598. Il timore però che l'imperatore, uomo crudele, reagisse violentemente, indusse il Ricci, consigliato dai suoi amici, a fare ritorno a Nanchino, ove rientrò con il compagno il 6 febbraio 1599, su una grande barca mandarinale che il prefetto di Chinkiang aveva loro offerto. Essendo finita la guerra con il Giappone e scomparso cosí il pericolo di essere sospettato di spionaggio, Ricci si fissò per il momento in questa città, capitale del sud, estendendo i suoi contatti con molti grandi e illustri letterati, cui poteva dare insegnamento delle scienze, passando anche a quello della religione. Si ebbero cosí i primi cristiani di Nanchino, battezzati verso la fine del 1599 o gli inizi del 1600. Resosi conto che ormai un suo viaggio al nord non avrebbe avuto oppositori, P.Matteo Ricci fece preparare doni destinati all'imperatore e, munito di un lasciapassare del censore di Nanchino, suo amico, partí alla volta di Pechino, in compagnia del P.Pantoja e di un fratello cinese: era il 19 magg. 1600. Lungo il viaggio caddero però nelle mani del terribile eunuco Mattan, che per sei mesi li trattenne, imponendo loro grandi vessazioni.

Pechino: alla corte dell’Imperatore
Finché nel genn. 1601 un rescritto imperiale costrinse Mattan a rilasciarli. Scortati da gente inviata dallo stesso imperatore, ripresero il viaggio e fecero il loro ingresso trionfale in Pechino il 24 gennaio 1601. Tre giorni dopo, ammessi alla presenza del "Figlio del cielo" (l’Imperatore), offrirono alcuni quadri religiosi raffiguranti il Salvatore, la Madonna e San Giovanni, assieme ad altri doni di vario genere. L'imperatore gradí i donativi, apprezzando in specie i colori dei quadri e, in essi, la prospettiva. Il Ricci gli presentò un memoriale in cui gli diceva che, come religioso e quindi celibe, non chiedeva nessuna ricompensa, ma che avendo studiato astronomia, geografia, matematica, avrebbe volentieri offerto i suoi servizi a Sua Maestà. L'imperatore accettò e Matteo Ricci potè così fissarsi stabilmente a Pechino, avendo accesso al palazzo imperiale. La missione era dunque ora fondata su solide basi e poteva svilupparsi. P.Ricci continuò con il metodo finora sperimentato: invitando persone influenti, uomini di autorità, letterati e studiosi, egli estese la sua influenza e creò rapporti che presto portarono i frutti desiderati, e cioè il graduale interesse per la religione professata dai padri e, a poco a poco, delle conversioni fra persone di alto rango, fra le quali Siu Cuancí, futuro cancelliere dell'impero. L'apostolato del Ricci ebbe grande successo, tanto che nei primi anni del suo soggiorno a Pechino il Ministro dei Riti promulgò un decreto, firmato dall'Imperatore, in cui contrastava fortemente il buddismo. Lo stesso P.Valignano, scrivendo a Roma al Generale dei gesuiti, affermava che il grado al quale la missione era arrivata aveva del miracoloso. Ben presto il Ricci si rese conto che molto si poteva fare in Cina per mezzo della stampa: applicatosi con singolare impegno al perfezionamento della conoscenza della lingua, in breve ne divenne padrone sí da poter scrivere in cinese con estrema accuratezza ed eleganza: di lí lo svilupparsi della sua attività letteraria. Oltre alle numerose lettere e alle memorie, egli compose in cinese piú di 20 opere di matematica, astronomia, religione. Fra queste sono da ricordare la celebre opera di apologetica: Il solido trattato di Dio, edita nel 1603, e la nuova redazione della Dottrina cristiana del 1605.

Morte di Matteo Ricci: 11 maggio 1610
Alle molteplici occupazioni che lo tenevano impegnato, nella Quaresima del 1610 se ne aggiunse una che doveva essergli fatale: in quell'anno circa cinquemila Mandarini dovevano presentarsi alla capitale a motivo del loro ufficio. Essendo il Ricci molto conosciuto ed apprezzato, molti di loro lo cercarono per trattare con lui. Tutte queste visite, questa dedizione di sé agli altri, compiuta con la piú grande carità e spirito di sacrificio, e sempre sostenuta dall'anelito di far conoscere il vero Dio e il suo Figlio Gesù, Nostro Signore, finirono per spossarlo. Il 3 maggio, ritornato a casa sfinito, dovette mettersi a letto, manifestando - come già l’apostolo Paolo - il suo intimo dilemma fra l'andare a Cristo in Cielo e il rimanere a lavorare per Lui sulla terra. Dio lo voleva ormai con sé: la sera dell'11 maggio 1610 egli spirava, all'età di 57 anni, di cui piú della metà erano stati spesi in Cina per la diffusione della luce di Cristo in quel grande paese. L'Imperatore, appresa la notizia, volle dare un luogo di sepoltura per lui e i suoi confratelli, onore questo unico fino a quel tempo nella storia della Cina.

 

Incomprensioni dell'opera apostolica di Matteo Ricci
La giornata del servitore buono e fedele era finita; non erano mancate le difficoltà né le incomprensioni e le critiche. Non era mancato né mancò dopo la morte chi ritenne erroneamente, ed anche accusò il Ricci, di essere un patrocinatore di sincretismo a detrimento del dogma cristiano. Nulla di piú falso, come gli sviluppi delle missioni della Chiesa hanno ampiamente provato, sottolineando il valore dell'inculturazione nell'annuncio del messaggio evangelico, e come i Sommi Pontefici dei nostri tempi hanno voluto mettere in luce: da Pio XII, sotto il pontificato del quale venne chiarito che nella annosa "questione dei Riti Cinesi" il Ricci aveva ragione, a Giovanni Paolo II, che, in occasione del IV centenario dell'arrivo del Ricci in Cina, ha voluto mettere in luce la saggezza e la profondità dell'opera missionaria di lui, "primo che riuscí ad inserirsi nel vivo della cultura e della società cinese". "Il metodo missionario di padre Ricci - cosí continuava Giovanní Paolo II - appare quanto mai vero ed attuale. Il Decreto conciliare Ad Gentes sembra alludervi, quando descrive l'atteggiamento che devono avere i cristiani" (AAS, 75 [1983], pp. 39-46, passim). I principi e gli atteggiamenti in base ai quali il Ricci svolse la sua opera missionaria furono semplici e profondamente evangelici, conformi allo spirito del Verbo che si è incarnato e, ciò facendo, "si è reso simile a noi in tutto eccetto il peccato"; essi erano quindi conformi allo spirito di un Ordine religiosoapostolico sorto da poco nella Chiesa per diffondere la fede di Cristo; erano in consonanza con le direttive date dal fondatore della Compagnia di Gesú, S.Ignazio di Loyola, e dal P.Alessandro Valignano, celebre missionario e visitatore nell'Estremo Oriente: massima simpatia e rispetto dei valori spirituali e intellettuali dei cinesi, conoscenza piú perfetta possibile della lingua, uso della scienza per un fine apologetico, apostolato della penna e della conversazione, cura delle classi colte, dalle quali dipende il governo del popolo, primato dei valori soprannaturali, fiducia nella grazia di Dio. La "metodologia missionaria del Ricci era il risultato della sua consapevolezza dell'impossibilità – in quel contesto - di promuovere conversioni in massa. Doveva contentarsi di costituire piccole comunità ai margini della società e di convincere i neofiti che, abbracciando il cristianesimo, non avrebbero mancato di lealtà verso il loro Paese. Era urgente che i cinesi comprendessero che il Vangelo non solo non esigeva il ripudio delle tradizioni nazionali, ma ne manifestava il valore e ne portava a compimento le potenzialità nascoste" (J. Shi s.j.).

La questione dei "Riti cinesi"
L'opposizione che dolorosamente incontrò presso i francescani e i domenicani la metodologia adoperata dal Ricci e dai gesuiti nella loro missione in Cina, fu all'origine della penosa controversia sui Riti Cinesi, che si protrasse per secoli e condusse le missioni della Compagnia di Gesú a seguire la via della croce. Un decreto di Clemente XI, che fece seguito ad una riunione tenutasi il 7 novembre 1704 di nove cardinali, che dolorosamente giudicarono senza mai essere stati nell'Estremo Oriente, poneva una pietra tombale sulla vitalità dell'impresa di Matteo Ricci in Cina.

Rivalutazione della sua opera apostolica
Solo piú tardi, e specialmente per merito di Pio XII, la giustezza della visione di Matteo Ricci fu fatta riemergere e risorgere, per poi giungere all'apprezzamento che le era dovuto e che è modello per la Chiesa missionaria di oggi. Come conseguenza di tutto questo, anche la causa di canonizzazione ha subíto dei penosi ritardi. La fama di santità, che circondava il P.Ricci al tempo della sua morte, ha continuato a permanere viva sia in Cina che in Occidente, nonostante le difficoltà sorte a motivo di quanto è stato detto a proposito del suo metodo missionario, difficoltà aggravate poi dal periodo di soppressione della Compagnia di Gesú e infine dalla situazione politica vigente in Cina. In virtú della vasta e profonda reputazione di santità di cui gode il P.Ricci, l'episcopato cinese e la diocesi di Macerata hanno, in tempi recenti sollecitato la Santa Sede a voler considerare la sua causa e, nel 1982 è stato avviato un processo che, riferendosi ad una causa antica, è stato impostato sulle norme per le cause storiche. La Chiesa considera già ufficialmente Matteo Ricci "Servo di Dio". Attualmente, in seguito alla promulgazione delle Novae Leges pro Causis Sanctorum del 1983, la sua causa viene studiata con solerzia e sollecitudine in base ai criteri ivi delineati.

 

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Matteo Ricci, un gesuita nella Cina impenetrabile (formato PDF)5.34 MB