Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci, un gesuita alla corte dei Ming

Le celebrazioni per il quarto centenario della morte di Li Madou, il gesuita maceratese che realizzò un incontro di civiltà tra Europa e Cina, ci deve riportare l'interesse verso questo personaggio e verso la sua lungimirante strategia di cristianizzazione, a lungo incompresa dalla stessa Chiesa ma ammirata da Giovanni Paolo II

Fervono i preparativi per le mostre atte a celebrare il quarto centenario dalla morte del padre Matteo Ricci (Macerata, 6 ottobre 1552 - Pechino, 11 maggio 1610). 'occidentale più noto e venerato in Cina, anche più di Marco Polo. E a ragione, perché più del mercante veneziano, il gesuita marchigiano comprese la mentalità dell "Impero di Mezzo". Più del mercante veneziano, padre Ricci (ovvero "Li Madou" per i cinesi) il gesuita realizzò un incontro di civiltà.

LA SCARSA BIBLIOGRAFIA SUL GESUITA IN CINA E IL LIBRO DI MICHELA FONTANA

Oggi si fa un gran parlare di Cina, ma sull'uomo che comprese il Paese di Mezzo più di qualsiasi altro europeo esiste una scarsissima bibliografia. Forse i più conoscono indirettamente Matteo Ricci grazie ad un oscuro verso della canzone di Franco Battiato Centro di gravità permanente laddove il cantautore siciliano accenna a "gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming". Eppure sono immensi i benefici culturali del gesuita maceratese di cui usufruiamo. Come mai, ad esempio, anche l'uomo della strada, che magari ignora nomi di grandi filosofi cinesi quali Laozi o Zhuangzi trova perfettamente familiare il nome di Confucio? E come mai chiamiamo questo filosofo e il suo discepolo Mencio con nomi latinizzati e non con i nomi cinese di Kongfuzi e Mengzi, come tutti gli altri? Questo è uno dei frutti dell'opera di Padre Matteo Ricci, che tradusse il pensiero confuciano in latino, rendendolo accessibile all'Occidente. Ma egli portò alla Cina la scienza occidentale, traducendo in cinese gli Elementi di Euclide. L'imperatore Wanli tenne in così alta considerazione padre Ricci da volere che la sua tomba fosse all'interno della Città Proibita, privilegio finora mai concesso ad uno straniero.In Italia il libro più esauriente su questo grande figlio sconosciuto di Macerata è quello di Michela Fontana Matteo Ricci - Un gesuita alla corte dei Ming (Mondadori, collana le scie, 2005, pp.347). Il libro di Michela Fontana attinge direttamente alle opere di Ricci, quali Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina nonché alle lettere del gesuita ai confratelli e ai familiari. Inoltre Michela Fontana, giornalista, autrice tra l'altro di Percorsi calcolati che le è valso l'International Pirelli Award per la divulgazione scientifica, ha risieduto a Pechino dal 1999 al 2002, e la sua opera è anche un viaggio attraverso quella mentalità cinese che Ricci si sforzò di comprendere. Quindi possiamo immergerci in un viaggio mille volte più affascinante del Milione di Marco Polo, perché più vero e soprattutto fatto di un reale incontro tra civiltà.

LI MADOU, LO XITAI

L'uomo che comprese l'importanza dell'Estremo Oriente nell'evangelizzazione fu San Francesco Saverio. E dall'opera di Saverio Ricci muove i suoi passi. Tra i maestri di Ricci vanno ricordati Cristoforo Clavio, uno degli artefici del calendario gregoriano, e Alessandro Valignano, l'apostolo del Giappone. Nel 1571 Ricci fu testimone dell'epocale scontro tra islam ed Europa cristiana a Lepanto. Nel 1572 venne nominato visitatore delle missioni delle Indie Orientali. Si reca in India, presso la missione gesuita portoghese di Goa, per poi approdare, nel 1582, a Macao, con il confratello Michele Ruggieri. All'inizio riuscì a vivere solo nella Cina meridionale, poiché il resto del Paese era proibito agli stranieri, cominciando la sua opera cartografica, Comprendendo presto che la cultura cinese possedeva un forte complesso di superiorità verso tutto ciò che non è cinese, decise di farsi "cinese tra i cinesi",. Nel 1583 si traveste da bonzo buddhista e operò a Canton, dopo aver ottenuto un nulla osta. Nel 1589 stringe amicizia con lo studioso (shidafu in cinese) confuciano Qu Taisu. E qui, come scrive la Fontana "Confucio incontra Euclide". Ricci mostra simpatia verso la dottrina confuciana (invece permarrà una forte ostilità verso il buddhismo, il vero limite di Matteo Ricci. In questo fu molto più lungimirante Marco Polo, il quale comprese l'altissimo valore spirituale della dottrina del Buddha Sakyamuni). Comprende i pregi e i limiti della matematica cinese, e porta in Oriente oggetti dell'alta tecnologia dell'epoca, come l'orologio. A Nanchino scriverà un'opera sull'amicizia, facendo conoscere l'alto valore accordato in Occidente a questo sentimento da illustri filosofi e santi. Nel 1601 finalmente entrerà a Pechino. Il suo abito ora è quello dello shidafu confuciano, il suo nome è Li Madou (traduzione in cinese del suo nome: il cognome, nell'onomastica cinese, precede il nome) e il suo appellativo è quello di Xitai, cioé di "Saggio venuto dall'Occidente". Assieme al convertito Xu "Paolo"Guangqi porterà ad un grande incontro di civilità.

L'EVANGELIZZAZIONE DELLA CINA

Il "metodo Ricci" fu uno dei più grandi successi che l'evangelizzazione ricordi. Giovanni Paolo II parla dell'efficacia della stratregia evangelizzatrice di Ricci "Bisognava impegnarsi nell'opera di inculturazione, come proponeva padre Matteo Ricci, l'apostolo della Cina, se si voleva che il cristianesimo raggiungesse in profondità tali popoli" (Varcare le soglie della speranza, Mondadori, 1994, p. 126). Le difficoltà non erano poche. Una era, ad esempio, l'inesistenza di un termine cinese che traducesse la parola "Dio". Nel confucianesimo è presente il concetto di Tian, ovvero "Cielo". Ricci traduce Dio con Tianzhu, vale a dire "Signore del Cielo". Altri termini come Di cioé "Signore", indicavano perlopiù l'imperatore. E poi anche la croce creava problemi. Problemi diversi, ad esempio, di quelli creati tra i musulmani. Semplicemente per i cinesi i cristiani era gli "adoratori dell'ideogramma dieci": infatti in cinese il dieci si rende con un ideogramma a forma di croce. Ancora una volta sentiamo gli elogi di Papa Wojtyla verso questo metodo: "Fu grazie a tale lavoro di inculturazione - ha detto Giovanni Paolo II nel suo discorso a Roma nel 1984, a chiusura el Convegno internazionale di studi ricciani - che Padre Matteo Ricci riuscì, con l'aiuto dei suoi collaboratori cinesi, a compiere un'opera che sembrava impossibile: elaborare cioè, la terminologia cinese della teologia e della liturgia cattolica e creare così le condizioni per far conoscere Cristo e incarnare il suo messaggio evangelico e la chiesa nel contesto della cultura cinese". Quali furono i frutti del metodo ricciano? I numeri parlano: nel 1584 i cattolici in Cina erano tre. Un anno dopo erano già venti. Nel 1596 superavano i cento. nel 1603 erano cinquecento. Nel 1610, alla morte di Ricci, erano 2.500, dei quali 400 nella capitale. Tra essi il più illustre fu sicuramente Xu Paolo Guanqi, il braccio destro di Li Madou. L'editto di tolleranza verso il cristianesimo promulgato dall'imperatore Kangxi nel XVII secolo avrebbe spalancato a Cristo le porte dello Stato più popoloso del mondo, come Costantino fece per il cristianesimo nell'Impero Romano. Ma allora perché la macchina delle conversioni si fermò?

Oggi il Vaticano celebra Matteo Ricci. Giovanni Paolo II lo addita ad esempio. Si è aperto il processo per la sua beatificazione. Ma all'epoca Ricci non fu capito. Si aprì la questione dei riti cinesi, e il metodo ricciano fu accusato di sincretismo. La questione dei riti portò addirittura alla temporanea soppressione della Compagnia di Gesù. Michela Fontana illustra tutto questo perfettamente nel capitolo Il dopo Ricci: eredità scientifica, trionfi, persecuzioni.

Fu un errore capitale da parte della Chiesa di Roma. Il cristianesimo è fatto di inculturazione. E' la cifra che lo distingue dall'islam. Fin dagli inizi: Gesù era un mediorientale che parlava aramaico, apparentemente quanto di più lontano potesse esserci dalla civiltà greco-romana. Ma i Vangeli furono scritti in greco, San Paolo predicò in greco. Fu valorizzato tutto il grande patrimonio classico, riprendendo quanto vi era di buono. La terminologia del cattolicesimo romano è ripresa di peso dalla tradizione della Roma pagana, dai termini "curia" a "Pontefice Massimo". Sono rivestiti di una spiritualità nuova. L'ìslam invece ha il grande limite di essere arabo alla radice, di arabizzare ogni cosa che tocca e di considerare tutto ciò che al di fuori dell'islam come jahilia, ignoranza. Per questo non attecchì mai in Cina (nonostante il celebre detto di Maometto "cercate la sapienza foss'anche in Cina". Basti comunque pensare alla chiusura del viaggiatore marocchino Ibn Battuta, il "Marco Polo arabo", verso la cultura cinese). Il cinese è fortmente etnocentrico. Matteo Ricci lo comprese: e quando il gesuita chiamava Confucio "un altro Seneca" non faceva altro che valorizzare quanto vi era di buono nella tradizione cinese, facendo fare un passo avanti. D'altronde Confucio disse "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te", un detto sorprendemente simile all'evangelico "Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te". La differenza sta nella prospettiva: Confucio si limita a consigliare di non fare il male, Gesù Cristo fa un balzo in avanti e consiglia l'attività, ovvero che non fare il male non basta, bisogna fare il bene. Il secondo non esclude il primo, ma lo integra e lo completa. Così come San Tommaso non escluse il "pagano" Aristotele, ma lo integrò e completò. Mentre Averroé, a causa di un'operazione molto simile, fu esiliato.

I LIMITI DI RICCI: L'INCOMPRENSIONE VERSO IL BUDDHISMO E LA MANCATA EVANGELIZZAZIONE DELLE CLASSI BASSE

Matteo Ricci provò una forte antipatia verso il buddhismo. Lo considerava una forma di idolatria. Arrivò a definire il Buddha "un arrogante" ed ebbe vivaci dispute con eminento maestri buddhisti, come ad esempio il monaco Huang Hong'en. La manifesta simpatia per Confucio contrastava con un avversione per il Buddha. In questo ci sembra molto più equilibrato e giusto il giudizio di Marco Polo, che elogiò i monaci buddhisti vedendo non poche analogie col cristianesimo, considerandoli molto più vicini all'umanità cristiani rispetto ai musulmani, verso i quali il veneziano conserverà sempre un'ostinata avversione. Michela Fontana riprende in più luoghi del suo ammirevole saggio questa fobia, raccontandoci tutte le dispute, spesso travalicanti quella tolleranza che Ricci mostrò in altre occasione, verso il Buddha. I motivi potevano essere molteplici: il buddhismo era la principale fede in Cina all'epoca (e lo è anche oggi, nonostante le difficoltà del regime). Inoltre il buddhismo è molto meno "integrabile" del confucianesimo: il pensiero confuciano è essenzialmente filosofico e non religioso, quindi è abbastanza integrabile nel pensiero cristiano mediante la medesima operazione che integrò Platone ed Aristotele nell'ambito della religione cristiana. Il pensiero buddhista è più religioso. Sebbene apparentemente sia, nella sua forma originaria, essenzialmente filosofico, in quanto si occuperebbe solo della soppressione del dolore e non tira in ballo problemi teologici, vi sono aspetti religiosi da non ignorare che marcano un'inconciliabilità con alcune dottrine cristiane: la reincarnazione, e fondamentalmente il fatto che il Buddha comunque proponga una dottrina "di salvezza" alternativa a quella cristiana. Eppure in un ambito ecumenico di dialogo interreligioso, il buddhismo è, in quanto ad etica, la religione più vicina al cristianesimo, per quella sua avversione alla violenza e la sua predicazione dell'amore verso il prossimo, esteso persino alle bestie. Molto più vicina al cristianesimo anche dei monoteismi di origine abramitica i quali, seppur teologicamente più vicini a causa del monoteismo, non escludono l'uso delle armi e della violenza. Quindi verso il buddhismo oggi non si può avere l'atteggiamento ricciano di chiusura: il dialogo col mondo buddhista è da privilegiare rispetto al dialogo con l'islam: sebbene la fede nel Buddha sia meno diffusa (anche se è quella che maggiormente cresce in quanto a conversioni).

Un altro limite di Ricci è quello di avere cercato solo la conversione di "uomini di potere". O meglio, il metodo ricciano sarebbe un limite oggi: all'epoca Ricci non poteva certo rivolgersi a contadini analfabeti che non avrebbero compreso. Inoltre il controllo cinese sulle religioni è sempre stato ferreo, anche in epoca imperiale, e non è un appannaggio dell'attuale regime capitalcomunista: la "statolatria", la forma più perniciosa di idolatria che arriva a deificare lo Stato, è un male radicato nella coscienza cinese. In terzo luogo Ricci doveva combattere contro l'etnocentrismo cinese (male tutt'altro che sradicato anche oggi) e mostrare che anche i barbari dell'Occidente avevano una cultura, senza però disprezzare quella del luogo. E l'unico modo per far questo era dialogare coi saggi confuciani.

Oggi invece questo metodo non è più applicabile. E' presente solo nella Chiesa Patriottica, ridicola forma di statolatria. Oggi, per riprendere una frase di Danton davanti al tribunale rivoluzionario "il vero nemico del popolo è il governo". I cristiani non devono rivolgersi al governo, ma al popolo cinese. Il "metodo Ricci" di inculturazione è sempre validissimo, è anzi il più valido (e non solo in Cina, ma anche in Africa e ne altre zone dell'Asia. Il futuro del cristianesimo è in questi luoghi, e non in un' Europa sempre più scristianizzata), solo biosgna cambiare interlocutore: non più i potenti, ma il popolo cinese, il popolo dei lavoratori-schiavi di imprenditori senza scrupoli o di europei che "delocalizzano", il popolo vittima del governo capitalcomunista e dei Romiti che piegano il capo dinanzi alla disumana crescita economica cinese. Tra i cristiani cinesi di oggi dobbiamo annoverare Harry Wu Hongda, l'uomo che ha svelato al mondo l'orrore dei laogai, i lager cinesi che nulla hanno da invidiare a quelli nazisti.

L'OMBRA DI LI MADOU AGITA I SOGNI DI HU JINTAO

Matteo Ricci è il primo straniero ad essere stato sepolto, per ordine imperiale, nella Città Proibita, privilegio inaudito. Oggi la sua tomba si trova all'interno del piccolo cimitero portoghese (una grande fetta di gesuiti era portoghese) all'interno della scuola del Collegio amministrativo, già scuola del partito comunista cinese, dalla qule escono i funzionari statali Nella biografia di Michela Fontana è presente, nel repertorio fotografico, un'immagine della tomba del gesuita, con la dicitura bilingue latina e cinese: accanto alla sua stele ci sono i nomi di altri 63 missionari, di ogni nazionalità: la nazionalità prevalente non è quella italiana (11 iscrizioni) ma sono, a pari merito, quella portoghese e quella cinese (14 iscrizioni a testa).

Questo è uno dei segni del seme piantato da Li Madou. Ed è un'ironia che la tomba di Ricci si trovi nel luogo scelto da Mao Zedong per formare i suoi funzionari. Un'ulteriore segno premonitore sta nel fatto che i maoisti, rotti ad ogni vandalismo contro la religione e contro i non cinesi, non abbiano toccato quella tomba.

Oggi il regime è in parte cambiato: se Mao odiava Confucio, oggi il regime lo recupera. Oggi il regime dedica una mostra a Matteo Ricci: ma ne sottolinea solo l'aspetto culturale, di incontro di civiltà. Il regime glissa sul Matteo Ricci cristiano, sul Li Madou comunque fedele a Roma e al Papa, che mai avrebbe accettato la Chiesa Patriottica: il Matteo Ricci che dava a Cesare quel che è di Cesare, nella persona dell'imperatore Wanli, ma che rendeva sempre a Dio, cioé al Vicario di Cristo, quel che è di Dio. E questo turba i sonni del regime, che lo celebra a causa della sua popolarità, ma allo stesso tempo lo teme.

In Cina i cristiani sono più degli iscritti al Partito comunista al potere dal 1949. Stime ufficiali parlano di 21 milioni di cristiani (16 milioni di protestanti, 5 milioni di cattolici). Invece, secondo le stime del Center for the Study of Global Christianity del Massachussetts i cristiani sarebbero almeno 70 milioni, mentre la China Aid Association sostiene che le autorità cinesi preposte al culto parlano privatamente di 130 milioni di fedeli. Gli iscritti al Partito comunista cinese sarebbero 74 milioni.

Zhao Xiao, ex funzionario del Partito comunista, ha aderito pubblicamente alla comunità protestante di Shanghai, dicendo: "Siamo la prima generazione che si dà agli affari, e la prima generazione che abbraccia il cristianesimo. Non è un caso: l'economia di mercato scoraggia la pigrizia, ma non può impedire la scorrettezza e la menzogna. A farlo può essere solo un forte sentimento religioso". Che le riforme del compagno Deng siano state un involontario strumento nelle mani della Provvidenza?

Recentemente i cristiani sono stati in prima linea per la democrazia in Cina. Basti pensare agli appelli del vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, il quale ha esortato la popolazione di Hong Kong ha votare per i candidati democratici nell'ex colonia britannica, spalleggiato dal parlamentare protestante Wong Yuk-man, e con anche l'appoggio del professor Kung Lap-yan, direttore del ad interim dell' Hong Kong Christian Institute che ha esortato a partecipare alle elezioni per la democrazia in Hong Kong proprio "in quanto cristiani". Il parlamentare cattolico di Hong Kong Fred Li Wah-ming ha chiesto la liberazione del dissidente Liu Xiaobo, papabile prossimo Nobel per la Pace, nonostante le pressioni di Pechino.

Il regime comunista vuole addomesticare Li Madou. Non parla, durante le celebrazioni, del suo aspetto religioso. E nel vedere come si stanno muovendo i cristiani cinesi, comprendiamo perché l'aspetto religioso dello Xitai maceratese faccia paura.

BIBLIOGRAFIA RICCIANA IN ITALIA

Come abbiamo detto Matteo Ricci sj è l'europeo più famoso in Cina. Più famoso in Cina che nella sua patria, l'Italia, nella quale troviamo poca bibliografia. Oltre al saggio di Michela Fontana, è facilmente reperibile l'antologia Nuovi mondi - relazioni, diari e racconti di viaggio dal XIV al XVII secolo a cura di Cristiano Spila ed edito dalla Bur. Per chi vuole farsi un'idea della conoscenza che il padre gesuita aveva dell'Impero di Mezzo vada a pagina 457 e si legga direttamente Ricci e il suo Arti, scienze e usanze dei Cinesi. E si potrà rendere direttamente conto della superiorità scientifica degli scritti del padre maceratese rispetto al più noto Milione di Marco Polo. Ci si può anche affidare al docufilm Matteo Ricci, un gesuita nel regno del drago girato da Gjon Kolndrekaj l'alto patrocinio della Curia generalizia della Compagnia di Gesù e della Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati Cingoli-Treia e il consenso della Repubblica Popolare Cinese. Anche Giulio Andreotti si interessò all'apostolo della Cina, dedicandogli il breve ma documentato Un gesuita in Cina: 1552-1610: Matteo Ricci dall'Italia a Pechino (Rizzoli, 2001). Ma la più bella e completa biografia del gesuita euclideo arrivato alla corte dell'imperatore Ming resta quella di Michela Fontana, che consigliamo per comprendere meglio, in un momento in cui la Cina sembra vicina, la stringente attualità dell'opera di padre Ricci sj nel contesto della cultura e civiltà cinese, opera che oggi, a quattrocento anni dalla morte, è celebrato sia a Roma che a Pechino.


Fonte:

magdiallam.it

11 febbraio 2010