Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci eroe dell’altro mondo

di Stefania Scateni

Il giardino è spoglio e silenzioso, bassi mucchietti grigi di neve ghiacciata decorano gli angoli dei sentieri, lasciando la strada si cammina tra due siepi in uno stretto viottolo che si apre su un piccolo spiazzo che accoglie due alberi e una tomba.
Fuori dalla calma del giardino, la città è in fibrillazione: questo è l'ultimo weekend utile per comprare i doni di capodanno, i clacson sbraitano, il traffico intasa le strade decorate di luci e girandole cangianti agitate dal vento freddo, centinaia di persone camminano veloci sotto le insegne luminose dei negozi e di centri commerciali addobbati come profani templi pop. Pechino si muove veloce e rumorosa.
Ma qui, appena fuori le mura della città vecchia, c’è un po’ di pace.
Una piccola delegazione di italiani e cinesi rende omaggio alla tomba di Li Madou, il primo straniero che nel 1610 ebbe l'onore di essere sepolto in terra cinese per decreto dell'imperatore. Li Madou è Matteo Ricci, il gesuita che alla fine del '500 riuscì ad aprire un dialogo tra la cultura cinese e quella europea al quale l'Italia ha dedicato una mostra itinerante.
E la cerimonia di ieri mattina sulla tomba di Matteo Ricci è l'inizio di una storia che i cinesi conoscono forse meglio di noi. Anche se Ricci era italiano, nato a Macerata nel 1552: poco noto agli italiani, per i cinesi un «maestro occidentale» la cui opera viene ricordata e studiata. Matteo Ricci - Incontro di civiltà nella Cina dei Ming promossa e realizzata dalla Regione Marche, terra natale del gesuita, si è aperta ieri al Capital Museum di Pechino e toccherà anche Shanghai, Nanchino e Macao.
L'esposizione racconta una storia, l'avventura di un uomo che ha raggiunto un altro mondo con il coraggio, la curiosità e l'apertura mentale di un grande esploratore di terre e saperi. Matteo Ricci era uno scienziato in missione per conto del suo Dio. Un gesuita dalla memoria prodigiosa, che sapeva costruire orologi e maneggiava con naturalezza la teologia, la giurisprudenza, la geometria, le lettere, l'astronomia, la geografia e la cartografia. Un intellettuale del Rinascimento, il suo tempo, per il quale la conoscenza non ha steccati, così come non ha ostacoli il piacere di imparare.
Ricci affrontò la sua missione con prudenza e nello spirito dell'incontro e dell'amicizia: era consapevole che la Cina fosse un «altro mondo», con una forte identità di civiltà e cultura. Non aveva intenzione né possibilità di «occupare» o «imporre». E non aveva paura dell'«altro». Nel suo avvicinamento lento e graduale da Macao a Pechino (ci mise 18 anni) decise di attenersi scrupolosamente ai costumi e ai cerimoniali, stabilì che ci fossero due padri stranieri in ogni residenza per non suscitare sospetti, si rasò il capo e vestì come i monaci buddisti, perché a Zhaoqing la condizione per avere un terreno su cui costruire una casa e una cappella era quella di accettare di equipararsi ai bonzi, e soprattutto mise a disposizione il suo sapere umanistico e scientifico, insegnando matematica, l'uso della dialettica, l'arte della memoria.
Nei suoi incontri con i letterati confuciani e le personalità importanti mostrò la carta geografica del globo e un orologio automatico, introdusse i cinesi alla filosofia greca, sostenendo che Confucio aveva delle grandi affinità con Seneca, tradusse in cinese i primi libri degli Elementi di Euclide e realizzò un atlante mondiale in cinese, la Grande Mappa dei Diecimila Paesi sulla Terra. Donò e ricevette, lontano dalla Santa Sede e dalla politica vaticana fu più libero e meno dogmatico.
La mostra, curata da Filippo Mignini, direttore dell'Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l'Oriente, ripercorre tutte le tappe di questa avventura. Ci introduce al paese di origine del gesuita, la nascita nelle Marche, gli studi a Roma, e alla cultura rinascimentale nella quale visse fino a ventisei anni: una sala è dedicata agli artisti rinascimentali dell'Italia centrale e propone due arazzi disegnati da Raffaello, il Ritratto di Filippo II di Tiziano, Battesimo e La forza che sconfigge la Fortuna di Lotto, opere di Giulio Romano, Simone de Magistris, Barocci.
Il lungo viaggio, compiuto per lo più a bordo di galeoni portoghesi, inizia nel 1577: dopo le Marche e Roma, continua per La Spezia, Genova, Cartagena, Coimbra, Lisbona, Mozambico, Goa, Cochin, Malacca, Macao. Il percorso da Macao a Pechino occupa la parte più corposa della mostra, che descrive non solo il percorso fisico di Matteo Ricci, ma anche il suo viaggio intellettuale attraverso stampe, rotoli dipinti, oggetti dell'epoca, carte geografiche.
AMBASCIATORE D’EUROPA
Cinque le tappe che segnano il lento e deciso avvicinamento all'imperatore: Zhaoqing, Shaozhou, Nanchang, Nanchino e Pechino, dove vivrà nove anni fino alla morte sotto la protezione dell'imperatore Wanli, che però non incontrerà mai personalmente. Tra i doni che il missionario gli fece recapitare come «ambasciatore d'Europa», una Madonna con Bambino e S. Giovannino del Sermoneta e una copia cinquecentesca della Madonna di S. Maria Maggiore. Pare che l'estremo realismo delle figure e i loro occhi grandi avessero spaventato l'imperatore, che li affidò alla madre, buddista, la quale li chiuse in un armadio.
Questo, naturalmente, non ebbe alcun ricasco sul successo della missione di Matteo Ricci. Pochi anni dopo la sua morte l'imperatore decretò la possibilità per i cristiani di praticare la loro religione. La mostra si chiude con il celebre ritratto a olio di Ricci dipinto a Pechino dal pittore cinese Yu Wen-Hui, detto il Pereira, il giorno dopo la morte del «maestro occidentale» (conservato nella Chiesa del Gesù a Roma). A guardarlo attentamente, si nota che la veste nera del gesuita ha una sfasatura: il bianco del collare «taglia» a metà la linea di un collo a scialle, come se il disegno originale fosse stato coperto col colore. Forse Matteo Ricci indossava un abito da mandarino?


Fonte:

L'Unità

7 febbraio 2010