Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Li Madou visto dalla generazione Duemila

L'Istituto Sociale di Torino, retto dai gesuiti, e la Lega missionaria studenti hanno organizzato in novembre un convegno sulla figura di Matteo Ricci. Ecco come il missionario gesuita viene «raccontato» da due studentesse

«La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità». Questo è quanto insegnò Matteo Ricci, il padre gesuita che si recò in Cina per diffondere il Vangelo. La giornata del 21 novembre è stata una splendida occasione per rinnovare o accendere l'interesse per la figura di un uomo straordinario.
Un quesito sorge spontaneo, lo stesso che giovani e adulti si sono posti ascoltando le parole del gesuita Lino Dan, relatore della conferenza «Astronomia e fede» tenutasi presso il Planetario di Pino Torinese: che cosa permise a Matteo Ricci di entrare nel cuore della Cina e di rimanervi impresso tutt'oggi? Sicuramente non la sua mentalità occidentale, la quale si differenziava molto da quella cinese, ma le sue conoscenze nell'ambito della matematica, dell'astronomia e della geografia, grazie alle quali riuscì a conquistare la fiducia dei membri delle classi «altolocate». Iniziò, così, un processo di «inculturazione» contemporaneamente al quale il gesuita nativo di Macerata abbandonò le sue abitudini culturali, divenendo famoso con il nome di Li Madou («Il Saggio d'Occidente»).
La sua vera missione non fu quella di estirpare le radici del confucianesimo, ma di convertire i cinesi alla religione cristiana, rendendoli consapevoli che in tal modo essi non avrebbero dovuto rinunciare alle verità contemplate attraverso la loro dottrina, ma che questa sarebbe stata arricchita.
Ecco perché si può considerare fortemente attuale la figura di Matteo Ricci: egli elaborò un metodo di evangelizzazione innovativo, che, già nel XVI-XVII secolo, anticipò il cammino della Chiesa moderna; fondato sull'interazione tra la cultura occidentale e quella orientale, esso si prefiggeva di aprire le porte al «desiderio di conoscere la verità» che Dio ha posto nel cuore dell'uomo.

Ombretta Rubicondo
IV A, Liceo scientifico

 

In occasione del quarto centenario della morte di Matteo Ricci, la Lega missionaria studenti (Lms) e la Comunità di vita cristiana (Cvx) hanno presentato la figura del missionario agli allievi degli istituti italiani gestiti dai gesuiti nel convegno tenutosi a Torino dal 20 al 22 novembre 2009. L'incontro di sabato 21 con i relatori, il padre gesuita Lino Dan e il professor Leonardo Becchetti, è stato dedicato in particolare al tema del rapporto tra fede e scienza nell'esempio dell'apostolato di Matteo Ricci in Cina.
La metodologia del gesuita, fondata sull'inculturazione di una religione occidentale, le cui categorie non parevano assimilabili a quelle proprie delle millenarie tradizioni cinesi, è passata, infatti, oltre che attraverso lo studio e l'accettazione di una cultura diversa dalla propria, anche attraverso la via del sapere scientifico europeo più avanzato.
Matteo Ricci, consapevole dell'impossibilità di avviare una conversione delle masse senza generare attriti con le caste di potere, si adoperò piuttosto a una lenta opera di evangelizzazione di mandarini e funzionari imperiali, conscio del rispetto tradizionalmente dovuto agli uomini di scienza nel «Celeste impero». Le sue armi furono così la forza dell'argomentare filosofico e della matematica applicata all'astronomia, le sole capaci di fare breccia persino nelle porte della Città proibita, che gli vennero aperte nel 1598.
Personaggio incredibilmente attuale nel suo saper essere «fuori dagli schemi» (insegnò l'eliocentrismo ben prima dell'abiura galileiana) e per il rispetto della cultura cinese, ottenne la riabilitazione del suo metodo solo con papa Pio XII, nel 1939.
La potenza della sua fides et ratio, che trovò espressione nella capacità di accettare e farsi accettare dall'altro nonostante l'opposizione dell'ortodossia cattolica e dei tradizionalisti locali, è dunque quella della mediazione, che ancora oggi può esser d'esempio a tanti di noi.

Flavia Ferrero
V B, Liceo scientifico

Fonte:

Popoli

26 febbraio 2010