Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Ritorno a Pechino

di Del Corona Marco

L' «ambasciatore» Matteo Ricci Cina e Italia lo celebrano come il ponte tra due civiltà

Gli ultimi momenti di Matteo Ricci furono attraversati da una serenità quasi ilare, come dopo un lavoro ben fatto. Il gesuita marchigiano moriva ma gli anni in Cina non erano trascorsi invano. Unico rimpianto: non aver potuto mai incontrare l' imperatore. La Cina. Ai confratelli Ricci confidò: «Una porta aperta ha grandi meriti ma non è senza molti pericoli e tribolazioni». Quasi una profezia. La porta era aperta, Cina ed Europa avevano cominciato a conoscersi grazie a lui, che aveva tradotto Confucio in latino e classici della matematica in mandarino. Era il maggio 1610, e uno dei gesuiti - Yu Wen-Hui detto Pereira - poté dipingere il volto del letterato che da vivo non aveva mai voluto farsi ritrarre. L' imperatore concesse la terra per la sepoltura.
È il quadro di Pereira, uno dei primissimi olii dipinti in Cina, a chiudere la mostra di Pechino su Ricci, da ieri al Museo della Capitale. Finanziata dalla Regione Marche, è la prima iniziativa comune di Italia e Repubblica Popolare dedicata a una figura che nella stessa Cina viene ritenuta fondamentale. La sua tomba, dove ieri s' è tenuta una breve commemorazione, è nel cortile di una scuola d' amministrazione pubblica. L' allestimento proseguirà a Shanghai (a cavallo dell' inaugurazione dell' Expo) e Nanchino.
Ieri è stata annunciata una tappa a Macao, porto d' approdo di Ricci in Cina, e il presidente della Regione, Gian Mario Spacca, ha ventilato la possibilità di un' estensione in Corea del Sud, a Seul nel 2011. L' omaggio a Ricci nel quattrocentesimo della morte apre un 2010 in cui prenderà l' avvio l' «anno della Cina in Italia» e in cui è previsto, tra l' altro, un viaggio del presidente Giorgio Napolitano.
La mostra fa perno proprio sulla capacità di Ricci di stabilire un canale fra due mondi che si ignoravano, e utilizzare gli strumenti dell' ingegno: portando la tecnologia dell' Europa, mettendo in ideogrammi l' umanesimo cristiano. E con l' abito talare di foggia esotica, il ritratto del Pereira riesce a comunicare l' intuizione di Ricci: farsi cinese tra i cinesi, senza tradire la propria origine, per capire ed essere capito. Parlano gli oggetti, e dicono tra l' altro che «il confronto fra la Cina e l' Europa si gioca sull' eccellenza, e funziona solo così», come spiega il curatore, lo storico della filosofia Filippo Mignini. Non a caso Ricci elencava le eccellenze della Cina e quelle dell' Europa, ammetteva i primati dell' Oriente ma rivendicava quelli dell' Occidente.
La mostra accompagna Ricci partendo dall' universo rinascimentale, con due Raffaello, tre Tiziano, due Lorenzo Lotto, un Giulio Romano. L' Europa che lasciava è anche l' Europa che portò con sé in India sulla via della Cina, ed ecco rari Aristotele, Cicerone, Tommaso d' Aquino, Seneca, Epitteto, Seneca. Oltre naturalmente a un Breviario, sono esposte stampe di vedute di Roma antica, analoghe a quelle che Ricci chiedeva che gli fossero mandate, e modellini di opere d' architettura classica.
Il cammino di Ricci in Cina comincia a Macao, nel 1582. A Zhaoqing costruisce la prima casa europea della Cina. Qui lui e i suoi compagni, accettati in quanto religiosi, devono radersi il capo e portare la tonaca dei monaci buddhisti, fede che poi Ricci demolirà teologicamente, in quanto incompatibile con la dottrina cristiana.
Shaozhou, Nanchang, Nanchino, infine Pechino. Quando arriva nella città dell' imperatore Ricci è ormai imbevuto di confucianesimo, per esempio ha compreso - sottolinea Mignini - che «il culto degli antenati è un rito civile, e non religioso, che serve a educare i vivi». In quattro versi, il letterato Wang Tingma tratteggiò Li Madou, come Ricci si chiamava in cinese: «L' estremo occidente ha un "daozhe" (letterato, ndr), / grande nello scrivere e più ancora nel parlare. / Non è buddhista e neanche taoista, / intorno a lui fluttua un' aria confuciana».
Dal gennaio 1601 Pechino è il grande laboratorio di Ricci. Porta doni per l' imperatore Wanli, 32 in tutto. Uno era una Madonna con Bambino il cui sguardo atterrì l' imperatrice al punto che lo volle nascondere. Orologi, ovvero la tecnologia e un' inedita possibilità di misurare il tempo. Strumenti astronomici, un clavicordo. Le carte geografiche, attraverso le quali il gesuita collocò la Cina nel mondo, al centro, Terra di Mezzo tra Europa e America. Non sono i pezzi originali portati da Ricci, ma rendono la dote dell' Europa portata a Pechino. Essenziali i libri - dice Mignini - non solo quelli in cinese stampati da Ricci in Cina. «Data la loro importanza in Cina, vedendo che gli esemplari portati da Ricci erano ben fatti, gli interlocutori cinesi si convinsero che ci fosse dentro qualcosa che meritasse d' esser letto». Fu un «incontro globale di civiltà» quello tra Ricci e i letterati cui volle farsi simile e «la comunicazione di civiltà che si stabilì fu resa possibile dalla qualità intellettuale dei letterati italiani e cinesi che la realizzarono».
La mostra sull' «Incontro di civiltà nella Cina dei Ming» lascia scoperto solo un aspetto. La religione. Il fatto che Ricci fosse, comunque, un missionario cattolico. È un lato che tocca sensibilità vive della Cina di oggi, dal ruolo dei missionari nella penetrazione occidentale nel Paese, ai rapporti con il Vaticano, alla gestione delle questioni religiose. Ma in fondo, questo glissare e puntare ad altro, potrebbe anche discendere da una delle strategie di Ricci, insistere su ciò che unisce e non su quanto divide. Ci saranno poi pure «pericoli e tribolazioni», l' importante è che la porta sia aperta.


Fonte:

Corriere della Sera

7 febbraio 2010