Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


A proposito di un eroe italiano in Cina

di Franco Cardini

Nell’immenso salone del parlamento cinese, alle spalle degli scranni di presidenza, un grande mosaico di gusto realistico-eroico staliniano ricapitola a vivi colori le glorie e gli affanni della storia della Cina. Pochi in esso i cenni al rapporto tra l’orgoglioso “Impero del Centro” e il resto del mondo, il che non stupisce. La Cina si è sempre sentita sufficiente a se stessa. Tra i molti protagonisti erotizzati della millenaria storia cinese, ci sono solo due stranieri: e sono due italiani, cioè un veneziano e un maceratese, entrambi ancor oggi ricordati in tutti i libri di scuola e molto amati anche dalla gente. Il veneziano è ovviamente Marco Polo; il maceratese, invece, è Li Matu: nome ch’altro non è se non la sinizzazione di quello del gesuita padre Matteo Ricci, al quale proprio in questi giorni è dedicata in Pechino una grande mostra; mentre da poco si è chiusa quella in Vaticano, al “Braccio di Carlomagno”, fra l’ottobre del 2009 e il gennaio del 2010, i materiali della quale sono disponibili nel catalogo Ai crinali della storia. Padre Matteo Ricci fra Roma e Pechino a cura di A. Paolucci e G. Morello (Torino, Allemandi, 2009).
Ma, se tutti i cinesi conoscono Matteo Ricci, pochi italiani sanno chi fosse. Il che naturalmente non stupisce: la cultura media del popolo cinese è stratosfericamente superiore a quella degli italiani grandefratellizzati e portaaportadipendenti. Ma, dal momento che non è mai troppo tardi per colmare almeno qualche lacuna, ricordiamo i tratti fondamentali di questa straordinaria presenza, che a Macao si sente ancora per le strade.
Quando la dinastia imperiale mongola Yuen, che aveva dominato la Cina per oltre un secolo, fu negli Anni Trenta del XIV secolo cacciata e al suo posto s’insediò la dinastia Ming, rigorosamente sinocentrica ed esclusivista, si procedette a cancellare in modo sistematico tutte le tracce di cultura e di presenza straniera che il cosmopolitismo tartaro vi aveva introdotto. Fra esse, anche una forte presenza cattolica, che aveva dato luogo alla fondazione perfino di una diocesi, a capo della quale era alla fine del XIII secolo il francescano campano Giovanni da Montecorvino. I cristiani occidentali erano stati espulsi e le piccole comunità cristiane locali disperse: al punto che in pieno Settecento la notizia di reperti cristiano-nestoriani rinvenuti in Cina fu messa in ridicolo dal Voltaire, il quale notoriamente usava credere ed amava far credere che tutto quel che ignorava lui fosse inesistente (e per questo, in Candide, presentò i gesuiti del Guaranì come degli oppressori degli indios e il governo illuminista e colonialista portoghese guidato dal marchese di Pombal e protettore dei trafficanti di schiavi come liberatore: idiozia che si continua qua e là a leggere ancora).
Oltre due secoli più tardi fu il gesuita Alessandro Valignano, nominato nel 1572 visitatore delle missioni delle Indie Orientali, a immaginare la possibilità di una nuova evangelizzazione per la Cina, in un piano più ampio che prevedeva anche la predicazione in India e in Giappone. E' a lui che si deve anche la felice decisione di inviare Matteo Ricci in estremo Oriente.
Il Ricci era nato nel 1552 a Macerata, nella marca di Ancona; di nobile famiglia, fu inviato dal padre a Roma per studiare al Collegio Romano, poi Pontificia Università Gregoriana. Approfondì la teologia, l’astronomia, la matematica, la geografia e la cosmologia, sotto la guida di diversi maestri, fra i quali proprio il Valignano. Matteo entrò nella Compagnia di Gesù nel 1571 e il Valignano lo invio a Goa, dove nel 1580 venne ordinato sacerdote. L'anno successivo raggiunse Macao su una nave portoghese; qui iniziò a studiare la lingua cinese, favorito da una memoria straordinaria, che avrebbe dato presto ottimi frutti.
Nel 1582 Matteo Ricci, il confratello Michele Ruggieri e alcuni interpreti lasciarono Macao diretti a Zhaoqing (a ovest di Canton). Qui guadagnarono l'amicizia del prefetto Wang Pan, collezionista di oggetti occidentali e interessato in particolare agli orologi dei missionari. Quando vennero a mancare i fondi, il Ruggieri decise di tornare a Macao per riguadagnare poi con Roma, mentre il Ricci, restato in Cina, iniziò a studiarne più profondamente la cultura. Le sue ricerche e le esperienze pastorali che frattanto andava compiendo lo condussero ad approfondire il concetto di “inculturazione” già teorizzato dal Valignano: in particolar modo, fu attratto dal sapere filosofico “Mandarini”, cioè dei pubblici funzionari confuciani, cosi chiamati dagli europei con parola derivante dal portoghese mandarim, “consigliere". Scevro da qualunque pregiudizio, il Ricci non esitò a confrontare la saggezza mandarina con quella greca; convinto che Dio avesse parlato a tutti i popoli e che ciò non inficiasse per nulla il primato e l’eccellenza della Rivelazione cristiana, ma anzi la rendesse suscettibile in quanto universale di venir tradotta in tutti i linguaggi del mondo, il Ricci considerava che la conversione al cristianesimo, da parte dei cinesi, non dovesse per nulla richiedere necessariamente anche un'accettazione dei simboli, dei costumi, del linguaggio europeo occidentale veicolato dalla tradizione cattolica romana. A suo avviso era necessario per convertire la Cina avviare un'opera di sintesi che le consentisse di rinnovare profondamente il suo spirito mantenendo le sue tradizioni, delle quali la nuova fede doveva essere il compimento, non la negazione. Allo stesso modo il primo cristianesimo aveva fatto rispetto all'eredità del mondo classico.
Per questo motivo, la conoscenza approfondita delle culture locali era strumento necessario per il buon missionario: così com'era essenziale un suo distacco da altri interessi europei al di fuori di quelli evangelici. Scriveva infatti il Ricci, nel ricco epistolario che si è conservato, che i missionari non dovevano aver mire di conquista politica né legarsi ai mercanti, e che, con l'esclusione dell'intangibilità dei dogmi e della morale evangelica, essi potevano e dovevano farsi indiani in India, nipponici in Giappone e cinesi in Cina. L'interesse delle élites cinesi verso alcuni oggetti posseduti dagli occidentali lo favorì: già nel 1584 dette alle stampe il suo primo Mappamondo e un Compendio della dottrina cristiana.
Grazie a queste opere, al suo orologio a pendolo, ai prismi di cristallo usati come caleidoscopi, il Ricci riuscì a farsi benvolere nei circoli letterari e politici. Egli e i suoi compagni iniziarono a prendere nomi cinesi e a vestirsi come tali, con le tuniche al posto della veste: ma, poiché andare in giro rasati e con i capelli corti avrebbe significato esser scambiati per buddhisti, ch’erano disprezzati dai letterati, i gesuiti si lasciarono crescere barba e capelli. Scelsero inoltre di farsi chiamare “letterati” e non preti, per non risultare troppo simili ai bonzi. Non è proprio esatto quel che Franco Battiato dice dei “gesuiti euclidei” (splendida immagine, questa) abbigliati come bonzi per entrare alla corte dell’imperatore della dinastia dei Ming. Tuttavia, Battiato ne comprende bene il nucleo del messaggio. Anche i simboli e le forme liturgiche ricevettero una sinizzazione-confucianizzazione decisa nelle forme.
Queste innovazioni ricevettero l'approvazione del padre generale della Compagnia, Claudio Acquaviva, e di papa Clemente VIII. Il consenso, però, era tutt'altro che unanime: criticato dai tradizionalisti che ne denunciavano anche lo scarso numero di conversioni, il metodo dei gesuiti era avversato anche dai mercanti occidentali e dalle autorità delle colonie portoghesi. Il problema non si poneva tuttavia tanto in Cina, quanto piuttosto in India, a Goa, dove la Compagnia proteggeva i cristiani locali dai rigori dell'Inquisizione e dalle soperchierie dei coloni, non troppo diversamente da quanto sarebbe successo in America Latina; e dove si fece l’esperimento dei “riti malabarici”, che nel clima del concilio di Trento furono giudicati troppo affini a quelli “barbari” e “idolatri” degli indiani.
Nel 1595 Matteo Ricci decise di tentare addirittura la strada di Pechino; ma numerosi incidenti di percorso lo fermarono. Si stabilì allora a Nanchino, dove compose il Palazzo della Memoria, un trattato di mnemotecnica che regalò ai figli del viceré per i loro esami, ma che godé allora e in seguito di grande fama. Il Ricci, dotato come si è detto di eccezionale memoria, aveva inventato un metodo di abbinamento di parole e ideogrammi che aiutavano il ricordare. Dopo Raimondo Lullo, Matteo Ricci è il grande elaboratore dell’ars memoriae.
Nel 1601 padre Matteo tornò alla carica presso la corte, sottoponendo un memoriale direttamente al nuovo imperatore Shen-Tsung: in esso, si menziona l’amicizia con la Cina e si esprime ammirazione per la sua straordinaria cultura. Dopo la visita al sovrano, il Ricci ottenne il permesso di rimanere a Pechino: nel 1602 fu inaugurata la prima missione cristiana nella capitale.
Divenuto amico di Mandarini e di eunuchi di corte, padre Matteo Ricci ricevette presto la licenza di celebrare messa in pubblico; e altri 40 padri gesuiti si unirono a lui. Nel 1609 fondò la Confraternita della Madre di Dio e dette inizio ai lavori della prima chiesa pubblica di Pechino, ma non poté vederla ultimata: morì infatti a 58 anni, l’11 maggio del 1610. Sino a quel punto, i convertiti erano circa 3.000. Nel secolo che seguì, le conversioni salirono a 200.000 e non riguardarono più soltanto i ceti colti, ma tutti gli strati sociali.
Come aveva previsto il Ricci, la sua strategia non era fatta per dare frutti immediati: essa andava misurata su distanze più lunghe. Ma la chiesa era impaziente di risultati immediati, e gli Ordini tanto francescano quanto domenicano – concorrenti dei gesuiti nell’attività missionaria – avversavano profondamente il metodo d’acculturazione proposto dalla Compagnia, che consideravano sincretistico e semiereticale. La via proposta dai gesuiti fu abbandonata: la Modernità occidentale non poteva accettare che una qualunque tradizione al di là della propria ambisse alla pretesa di costituire un linguaggio universale. Fu così che il lavoro geniale di questo straordinario padre storico di una quantità di discipline innovative, dall’informatica (l’ars memoriae) all’antropologia culturale (l’”acculturazione”) fu emarginato a lungo. Può darsi che il quarto centenario della sua scomparsa, nel maggio prossimo, ne riproponga con forza la figura anche in Europa e soprattutto in Italia.


Fonte:

francocardini.net

2 marzo 2010