Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci, uomo-ponte verso la Cina dei Ming

di Roberto Onorati

A Pechino grande mostra dedicata al gesuita che fu il primo a dialogare, 400 anni fa, con l’Oriente

C’è da chiedersi cosa direbbe oggi papa Ratzinger di Matteo Ricci. Un gesuita che giunto nella Cina del tardo periodo Ming, accettò di smettere i propri abiti e simboli cristiani occidentali, per vestirsi prima come un bonzo buddista e infine come un mandarino locale. E che finì per essere mantenuto dall’amministrazione imperiale, con lo scopo preciso di aprire un varco nelle relazioni tra Cina e Occidente, prima ancora che all’evangelizzazione di quel popolo. Matteo Ricci, Li Madou in cinese, si fece cinese tra i cinesi e arrivò ad un livello talmente alto di riconoscimento e riconoscenza delle allora cariche politiche dell’impero, da meritarsi nell’anno della sua morte, un editto imperiale ad hoc con il quale l’Imperatore ne autorizzava la sepoltura a Pechino, unico straniero a ottenere questo diritto. E ancora oggi la tomba di Matteo Ricci è qui, a Pechino, dopo le guerre dell’oppio, il colonialismo, la lunga marcia, la repubblica popolare e la rivoluzione culturale: a testimonianza di quanto i cinesi amino Matteo Ricci, molto più di quanto sia conosciuto dalle nostre parti.
Gli abbiamo sempre preferito Marco Polo e i suoi racconti, senza sapere che 400 anni fa fu proprio Matteo Ricci a dimostrare che il Cataio era la Cina e e che la capitale Cambalù corrispondeva a Pechino. Fu il gesuita marchigiano a porre la Cina al centro di tutto, in una sfera del mondo con Europa a sinistra e Americhe a destra, che aprì uno squarcio di novità con le allora credenze cinesi, secondo le quali la Cina era civiltà e tutto il resto barbarie. La Cina era allora «tutto quello che sta sotto al cielo». Fu con l’opera di Ricci che divenne Zhong Guo, Terra di Mezzo, prima di finire, quasi due secoli dopo, nelle mani del colonialismo europeo. I primi pusher internazionali furono proprio gli europei, prodighi ad addormentare la popolazione con l’oppio e a fiaccarne la storia millenaria, facendo diventare la Cina la malata d’Asia. Da lì in poi la storia si snoda tra le pieghe degli eventi contemporanei, ma i cinesi non hanno mai dimenticato.
Nel maggio del 1610 Matteo Ricci moriva ed oggi a Pechino si celebra il gesuita marchigiano, «l’eroe della storia culturale del mondo, il primo uomo che stabilì un solido ponte culturale fra Occidente e Cina, aprendo al mondo il grande paese sul finire della dinastia Ming», con una mostra che durerà tutto l’anno: una selezione di 200 opere, provenienti dalle maggiori istituzioni museali italiane e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento italiano (Raffaello, Tiziano, Lotto, Barocci) che saranno per la prima volta esposti in Cina accanto a preziosi documenti dell’arte e della cultura dell’impero dei Ming. Un modo per ricordare la sua figura, complessa e affascinante: Ricci non fu solo un gesuita e un uomo istruito. Fu anche matematico, amante e conoscitore della lingua cinese e dei suoi costumi, con un’umiltà che fece breccia nella spocchia millenaria cinese: dangbuqi, «non ne sono degno» andava ripetendo Li Madou, aprendosi un varco nella cultura e nel cuore dei cinesi al contrario di molti stranieri che ancora oggi irritano i locali con la propria presunzione. Come se fosse l’Occidente il centro del mondo, e non la Cina.
Non si può dire che Ricci abbia avuto vita facile nel Regno di Mezzo, il suo scopo del resto era piuttosto esigente: arrivare a convertire al cristianesimo l’élite intellettuale e politica cinese, puntando direttamente ai mandarini e all’Imperatore in persona. Lo fece con un cammino lungo ed estenuante, rispettoso delle usanze locali: Ricci è il primo sinologo moderno che dimostrò ai cinesi l’esistenza di un’altra civiltà non meno sviluppata di quella cinese. Da Macao, con lo scopo di raggiungere Pechino, dove arrivò anche in incognito, salvo tornare indietro per non compromettere la propria missione, raggiunse Shaozhou, poi Nanchang, Nanchino e infine Pechino, dove giunse ufficialmente per la seconda volta nel gennaio del 1601: in quell’occasione consegnò agli eunuchi di corte i suoi doni, due quadri ad olio, un grande orologio meccanico e un piccolo orologio da tavolo che suonavano le ore, un clavicembalo da tavolo. Venne ammesso alla Città Proibita, insegnò matematica, astronomia e geografia, fino ad essere nominato dall’Imperatore mandarino, mantenendolo con i suoi compagni a spese dell’erario. L’Imperatore permetterà a Ricci anche di installare una missione a Pechino. Un altro successo rilevante in un periodo in cui i cinesi, come scriveva lo stesso Ricci, «hanno un odio naturale a tutti i forastieri dal principio sino a questi tempi, parendoli che tutti sono barbari e loro sono il capo, anzi tutto il corpo principale del mondo». Da questo concludeva: «non ci lasciano stare nelle loro terre se non in stato basso e non vogliono che entrino altre persone».
Una ostilità che non ha niente a che vedere con l’odierno nazionalismo cinese, ma che aiuta a comprendere come spesso per i cinesi gli stranieri abbiano ancora le sembianze dei diavoli, che usurparono la loro terra con guerre e saccheggi. Matteo Ricci si fece cinese accettando il confucianesimo ed avvicinandolo allo stoicismo, una chiave per fare entrare in Cina la cultura occidentale e il cristianesimo. Un compromesso che non piacque, guarda il caso, neanche alla Chiesa di allora. Vennero messi in discussione i permessi che Ricci aveva accordato ai confuciani convertiti al cristianesimo, di continuare a praticare i riti periodici in onore di Confucio. La Chiesa non andò per il sottile e la sua costola cinese, eredità del Ricci, ne fu sconvolta: arrivarono anche le condanne di Roma (1704 e 1742) e l’espulsione dei missionari occidentali dalla Cina, con conseguente proibizione di predicazione del Cristianesimo da parte dell’imperatore. Dopo la morte di Ricci un letterato cinese scrisse, che «Li Madou ha aperto gli occhi della Cina sul mondo. La vittoria sulla paura dei cinesi nei confronti dei diavoli forastieri» con la conseguente apertura di un credito di fiducia cinese nei confronti dell’Occidente mai conosciuta «da che mondo è mondo» e di cui ancora oggi si giovano i tanti laowai alla ricerca di fortuna in Cina.


Fonte:

Liberazione

8 febbraio 2010