Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Una statua per Matteo Ricci in quella che era …la sua piazza

di Gabor Bonifazi

L’attimo fuggente in uno scatto del fotografo Palmieri diventa un documento di storia sociale. Una rara cartolina di Piazza Ricci alla quale il viaggiatore ha aggiunto il nome del ristorante dove aveva probabilmente mangiato: «Restourant Fanfulla». Un’immagine della Macerata di inizio ‘900 che ci tramanda la scena di un trasloco, probabilmente verso Palazzo Ricci: sei buoi di pura razza marchigiana e relativi birocci carichi di botti, colti in un attimo di sosta. Probabilmente le botti dovevano essere scaricate proprio nelle cantine di Palazzo Ricci dove era costume vendere il vino padronale, una sorta di vendita diretta ante litteram. La piazza verrà pavimentata negli anni Venti e chiamata Vittorio Veneto. La toponomastica ha resistito alla caduta del fascismo, nonostante il luogo venga chiamato comunemente piazza San Giovanni dal titolo della chiesa, quella dal sagrato dissacrato. Ora che i buoi se ne sono andati definitivamente dalla cittadina polverosa, ora che la piazza si sta rifacendo un maquillage elettorale, ora che sono stati buttati via i pericolosi sampietrini, si dovrebbero restituire alla città i trentasei posti auto sconquassati dall’intervento underground insieme all’antico nome della piazza: Ricci. Padre Matteo naturalmente, molto gettonato in questo momento. Così oltre alla via da tempo intitolata al gesuita, alla lapide commemorativa posta sulla facciata dell’improbabile casa natale in piazza Cesare Battisti, al monumento che realizzò Virgì Bonifazi e ora ci sarà anche un monumento del buon Cecco Buonanotte in questa benedetta piazza.

Sulla corsa alle celebrazioni ricciane, che spinge l’immagine del missionario Matteo Ricci verso quella del commesso viaggiatore da utilizzare nelle esportazioni in Cina, ancora non è stato affrontato l’aspetto relativo all’origine dello stemma e del cognome Ricci (zoonimo) e ai luoghi che in qualche maniera conservano il cognome dell’illustre famiglia maceratese. Pertanto dopo aver accennato al ripristino del toponimo piazza Ricci (ora Vittorio Veneto), tralasciando volutamente il Palazzo di Macerata e Pollenza, metto sul piatto la villa: Boschetto Ricci.

La maledizione di alcune ville è dovuta spesso agli uomini che non hanno rispettato le volontà dei donatori. E’ il caso del marchese Teodoro Ciccolini che lasciò al Sovrano Militare Ordine di Malta i propri averi e la villa “il Boschetto” a Sforzacosta: quest’ultima, secondo il suo testamento, doveva divenire una sorta di buon ritiro per cavalieri stanchi delle battaglie. A compendio della notizia, in occasione della riapertura della villa, ritenemmo doveroso precisare alcune notizie storiche, probabilmente sfuggite all’estensore del comunicato, più attento ai frati ospitati che alla famiglia Ricci imparentata con i D’Azeglio e della quale rimane ancora il toponimo nelle varie cartografie dell’Istituto geografico militare: “Boschetto Ricci”. Sic transit gloria mundi. L’atmosfera arcadica del vivere in villa traspare da una lettera datata giugno 1860, ritrovata fortunosamente da un filatelico in un mercatino, scritta dal marchese Ricci all’illustre storico dell’arte e zio, Amico: “Ho ricevuto qui a Boschetto la carissima del 6 e dal Boschetto rispondo; ove son venuto con Papà a passare 7 o 8 giorni intanto che Rina trovasi a Filottrano dagli Accorretti. Gregorio ci fa da mangiare e ci pulisce le camere; il giardiniere ci serve a tavola, mentre tutti gli altri della famiglia e anche i cavalli sono rimasti a Macerata. Così si fa vita arcadica, e papà coi suoi disegni, io coi miei libri ce la passiamo bene”. E più avanti: “La stagione procede regolarissima, avremo un ubertoso raccolto; e già le fave stanno sull’aja, e sembrano molte. E’ stata proibita da qualche giorno l’introduzione per tutto lo Stato della Gazzetta di Genova che era l’unico foglio italiano, imparziale e ben fatto, che potessimo leggere. E ora siamo rimasti col Giornale di Roma e l’Armonia che fanno insieme un duetto meraviglioso”.

La villa denominata “Boschetto Ricci”, prende il nome della famiglia che nel 1593 ne entrò in possesso. I Ricci cominciarono a villeggiarci e nel 1667 vi costruirono la cappella dedicandola alla Madonna della Misericordia. Poi passò a Teodoro Ciccolini che la lasciò all’Ordine di Malta. Ma, contrariamente alle sue ultime volontà, lo splendido complesso è rimasto per oltre cinquant’anni in completo stato d’abbandono, mentre i terreni circostanti sono stati lottizzati selvaggiamente e recentemente qualcuno ha pensato bene di vendere le splendide case coloniche a servizio dei poderi, probabilmente per restaurare la villa. Le case coloniche, che erano parte integrante del complesso e del paesaggio agrario storico, sono state impietosamente demolite. Le volontà non si rispettano e le speculazioni continuano. La maledizione continua.


Fonte:

Cronache Maceratesi

22 febbraio 2010