Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Puntata numero 17 delle traduzioni delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini

Questa settimana pubblichiamo un breve stralcio tratto dall’opera di Matteo Ricci dal titolo Della Entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina. In questa porzione di testo il gesuita descrive l’atteggiamento di distacco e di diffidenza dei cinesi del tempo nei confronti degli stranieri. Al tempo di Ricci, infatti, la legge cinese non solo limitava la possibilità di accesso agli stranieri, ma ad essi era addirittura vietato risiederci. Allo stesso modo i cinesi che intrattenevano rapporti con i forestieri senza l’autorizzazione dell’imperatore erano visti di cattivo occhio e per certi versi erano considerati dei traditori. Inoltre, chi riusciva ad entrare nel Regno del Drago, come fece Ricci, veniva a condizione di non uscirvi più.

[…] Non lasciano vivere nella Cina nessuno forastiero che habbi da ritornare a sua terra o che tratti con regni di fuora; anzi il custume è non lasciare entrare nessuno forastiero nella Cina; del che, se bene non ho visto nessuna loro legge che parli di questo, con tutto vi è un custume antiquissimo et un aborrire e ter paura de’ forastieri, che è peggior che legge. E questo, non solo de’ forastieri a loro puoco conosciuti o sospetti et inimici, ma anco ai loro molto amici, e che ogn’anno gli pagano tributo, come è la Coria (Corea), la quale, stando così vicina e regendosi quasi tutta per le leggi della Cina, con tutto questo non potì vedere un Coriano che vivesse nella Cina, se non fusse qualche schiavo che menò seco un Capitano che stette molti anni nella Coria. E se qualche forestiero vi entra di nascosto non lo amazzano, come pensano i nostri, ma non lo lasciano più ritornare a sua terra, accioché non vadi là a machinare qualche male alla Cina. Et tra loro è cosa così sospettosa trattare con forastieri fuora del regno senza ordine del Re, che sarebbe gravemente punito qualche Cina, di chi si provasse che scriveva lettere a forastieri in altri regni. E nessuno huomo grave vuole uscire fuora dal suo regno.

E, quando alcuni mandarini sono mandati ad alcuni de’ regni vicini, che danno obedientia a questo regno, per investire i Re del regno, nessuno vi vuol ire, e non vanno se non per forza e piangendo con tutta la loro casa, come chi va a morire. E dipoi di ritornato, subito gli danno un offitio molto grande come a persona che fece un’obedientia molto difficile a farsi.[…]

Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000 pp. 53-54.


Fonte:

Cronache Maceratesi

23 febbraio 2010