Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Incontro, dialogo, scambio: Matteo Ricci e la Cina

di Cecilia Limpido

[…] doppo che la Cina è Cina, mai vi è memoria che nessun farestiere stesse in essa come noi stiamo. (Matteo Ricci)

Lo chiamavano “Xitai”, il maestro dell’estremo Occidente. Era più di un ambasciatore, molto più di un Padre gesuita. Matteo Ricci fu il primo uomo a stabilire un solido ponte culturale tra Occidente e Cina, fu colui che “riuscì a fare breccia nella corte imperiale cinese e a ricevere l’onore, mai concesso prima ad uno straniero, di essere seppellito lì”, ricorda Gian Mario Spacca, Presidente della Regione Marche. La mostra “Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming” intende ricostruire il viaggio e ripercorrere le orme del grande intellettuale marchigiano in un’esposizione itinerante che da Pechino (fino al 20 marzo) arriva a Shangai (2 aprile – 23 maggio) per poi concludersi a Nanchino (4 giugno-25 luglio).

La rassegna, promossa e realizzata dalla Regione Marche, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e con il patrocinio del Ministero per gli Affari Esteri e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, fa parte di un insieme più ampio di iniziative, il Progetto P. Matteo Ricci, con cui si intende celebrare l’Anno culturale della Cina in Italia nel biennio 2010-2011. Ricci e il suo messaggio, e cioè che “non esiste vera unità senza differenze”, sono lo spirito attorno a cui ruotano tutta una serie di eventi – dai convegni ai concorsi, dalla traduzione di opere scritte in cinese alle attività con le scuole – volti a consolidare le relazioni culturali, politiche ed economiche tra Marche e Cina.

Dopotutto Ricci è un marchigiano, un uomo che ha portato in Oriente, “insieme al suo bagaglio di studi, lo spirito della sua terra, le sue differenze”, ribadisce Spacca. Nato a Macerata nel 1552, così descrive la sua patria al governatore Wang Pan che gli chiede da dove provenga: “Non sono nato a Roma, ma in questa terra di mezzo sul mare Adriatico. Si chiama Marche ed è abitata da uomini sobri e prudenti, più amanti del silenzio che delle parole, molto versati nel lavoro. Nel centro c’è una città che si chiama Macerata, distesa dentro mura di mattone chiaro e rosa, sopra un colle che guarda il mare verso Oriente.” Nel 1571, studiando nel Collegio Romano, entra nella Compagnia di Gesù e alcuni anni dopo gli viene affidata una missione in India. Nel 1583 inizia la sua faticosa ascesa verso la corte imperiale: dopo aver aperto quattro residenze, tra Zhaoqing, Shahozou, Nanchang e Nanchino, viene chiamato a Pechino a presentare doni in qualità di ambasciatore d’Europa. Qui vive sotto la protezione dell’imperatore. Qui verrà seppellito nel 1610.

Ma in che modo Matteo Ricci riuscì ad aprire un dialogo, un confronto solido e continuativo con un mondo “altro”, totalmente estraneo a quello occidentale? Come fece a “rompere la terra” e cioè a rimuovere tutti quegli ostacoli, culturali, comportamentali e relazionali, che si frapponevano alla comunicazione del Vangelo? Ricci capisce da subito che i cinesi hanno paura degli stranieri, “hanno un odio quasi naturale a tutti i forastieri dal principio sino a questi tempi, parendoli che tutti sono barbari e loro sono il capo, anzi tutto il corpo principale del mondo”. In primis si avvicinò a loro con un atteggiamento di prudenza e semplicità, senza imporre in modo integrale la dottrina ma scegliendo oculatamente destinatari, tempi e modi della predicazione e appoggiandosi al confucianesimo perchè dottrina di riferimento di letterati e manadrini. In secondo luogo decise di “farsi in tutto Cina”, rinunciando ai segni esteriori della propria identità di europeo, alla lingua, al cibo e ai costumi, mettendo persino da parte alcuni simboli della propria tradizione religiosa. Infine, comprendendo che lo scambio culturale poteva favorire fortemente l’instaurarsi di un dialogo solido e continuativo con l’altro, conquistò rispetto e ammirazione mettendo a disposizione dei cinesi il suo patrimonio di conoscenze umanistico-scientifiche.Dalla redazione in cinese di carte geografiche di tutta la terra alla traduzione dell’Astrolabio di Clavio, dalla diffusione della letteratura classica alla riforma del calendario cinese.

Di qui le opere in mostra, circa 200 in tutto, divise in due sezioni. La prima parte ricostruisce il tessuto culturale dell’Occidente, in cui vive Ricci, negli anni del Rinascimento maturo: dai giganti arazzi disegnati da Raffaello, conservati al Palazzo Ducale di Urbino, alla pittura sacra di Giulio Romano, Barocci e Simone de Magistris, dalla Veduta di Ancona di Andrea Lilli al Battesimo di Lorenzo Lotto, che ha prodotto nelle Marche la maggior parte delle sue opere. La presenza significativa di strumenti e documenti scientifici testimonia l’amore di Ricci per la matematica, la geometria e l’astronomia: copie antiche di testi di Cristoforo Clavio, noto studioso gesuita, un rarissimo esemplare dell’Astronomicum caesareum di P.Apianus, una coppia di sfera celeste e terrestre del Mercatore, così come un’intera serie di orologi a polvere, solari orizzontali e verticali, attestano l’importanza degli innesti di conoscenze europee in Cina. Preziose cinquecentine di classici antichi, strumenti musicali, incisioni su rame e modelli in scala di vedute della Roma antica e rinascimentale, nonché pezzi dell’arredamento dell’epoca, contribuiscono a ricostruire l’ambientazione dei palazzi italiani di fine ‘500.

La seconda parte della rassegna vuole invece mettere in luce il percorso compiuto dal gesuita all’interno della Cina, un viaggio fisico e intellettuale che lo porterà fino a Pechino, tuttavia senza mai poter conoscere personalmente l’imperatore Wanli. Vengono illustrate con piante d’epoca le residenze ricciane, così come i vari aspetti con i quali si misura, lingua, scrittura e religioni (confucianesimo, buddismo e taoismo) e soprattutto le opere prodotte da Ricci in collaborazione con alcuni intellettuali e mandarini cinesi: è il caso del Dizionario portoghese-cinese e della traduzione della Geometria di Euclide. Oggetti in oro, bronzo e giada, ritratti dell’imperatore e dell’imperatrice, manicordi, clessidre a sabbia e grandi carte geografiche, evocano il fascino della corte reale. Infine un ritratto di Matteo Ricci del pittore cinese Yu Wen-Hui, conservato presso la Chiesa del Gesù a Roma, ci ricorda, ancora una volta, la gratitudine della Cina verso il suo “Li Madou”.


Fonte:

Arte e Arti magazine

11 marzo 2010