Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Padre Matteo Ricci un “incisore di sicomori”

di Card. Stanisław Ryłko

L’inculturazione del Vangelo nella società cinese

Le celebrazioni del IV centenario della morte di padre Matteo Ricci stanno dando prova dell’enorme fascino che il genio del gesuita maceratese, la sua persona e la sua opera continuano ad esercitare anche nella nostra epoca. Lo ha confermato ancora di recente la proiezione, nella sede dell’Unesco a Parigi, del film documentario Matteo Ricci. Un gesuita nel regno del Drago, alla quale hanno assistito circa 700 persone – il triplo di quelle attese – tra cui una vasta rappresentanza di ambasciatori, e lo conferma questo convegno internazionale organizzato nella città che gli ha dato i natali. La memoria di padre Matteo Ricci è viva in modo particolare nella sua Cina, ma pure in Corea dove sono stato poco tempo fa. Questo Paese di forte tradizione confuciana deve proprio alla sua opera la prima plantatio della fede cristiana, portata dalla Cina dagli stessi laici coreani. E nella cattedrale di Seoul si trova un suggestivo dipinto che raffigura letterati coreani intenti proprio nello studio dei suoi scritti. Mi piace dire qui che lo stesso Pontificio Consiglio per i Laici ha trovato nella figura del grande missionario italiano una guida davvero illuminante per la preparazione del Congresso dei Laici cattolici dell’Asia, che avrà luogo proprio a Seoul tra la fine di agosto e l’inizio di settembre di quest’anno.
La III Sessione di questo Convegno è dedicata al tema dell’inculturazione del Vangelo. Per la missione evangelizzatrice della Chiesa, la giusta impostazione del rapporto tra fede e cultura ha un’importanza capitale. E proprio a tale proposito padre Ricci – malgrado la distanza cronologica che ce ne separa – ha davvero tanto da insegnare a tutt’oggi. È certo che l’inculturazione dell’annuncio cristiano è questione assai complessa, di forte valenza dottrinale, e che non si deve mai ridurre a mera prassi missionaria più o meno efficace. Ne ha parlato ampiamente la Commissione Teologica Internazionale nel documento Fede e inculturazione del 1989.1 E ne hanno parlato molto anche gli ultimi Papi. Introducendo i lavori di questa Sessione vale, quindi, la pena di riportare brevissimamente alcuni stralci significativi del loro magistero al riguardo. Il servo di Dio papa Paolo VI, nella storica esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, scriveva: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo».2 Perché, egli aggiungeva, «la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre».3 Pure il venerabile servo di Dio Giovanni Paolo II ha dedicato grande attenzione alla questione, a proposito della quale ha affermato tra l’altro che «se [...] è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura ed è indipendente rispetto a tutte le culture, non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, che è salvato da Cristo ed è, perciò, tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».4 E nella Redemptoris missio – un testo fondamentale per il nostro tema –, sulla scia della Evangelii nuntiandi egli ha definito l’inculturazione come «l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture».5 Pertanto – aggiungeva – si tratta di «un processo profondo e globale che investe sia il messaggio cristiano, sia la riflessione e la prassi della Chiesa. Ma è pure un processo difficile, perché non deve in alcun modo compromettere la specificità e l’integrità della fede cattolica».6 Sempre, infatti, è in agguato il rischio di un pericoloso irenismo e di sincretismo, come osservava la Commissione Teologica Internazionale nel documento citato sopra, dove si legge: «Per quanto grande [...] debba essere il rispetto per ciò che è vero e santo nell’eredità culturale di un popolo, un tale atteggiamento non richiede però di attribuire un carattere assoluto a quella eredità culturale. Nessuno può dimenticare che, sin dalle origini, il Vangelo è stato “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani”».7 Ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, papa Benedetto XVI ha dedicato al problema dell’inculturazione del messaggio cristiano pagine memorabili. E in uno dei suoi interventi in proposito affermava finanche: «Noi non dovremmo più parlare propriamente di inculturazione, ma di incontro delle culture o [...] di inter-culturalità. Infatti, l’inculturazione presuppone che una fede, per così dire, culturalmente spoglia si trasponga in una cultura religiosamente indifferente [...] Ora, questa rappresentazione è artificiosa e irreale, perché non esiste una fede priva di cultura e, al di fuori della moderna civiltà tecnica, non esiste una cultura priva di religione».8 Spiegava poi: «Come prima cosa dobbiamo affermare che la fede stessa è cultura. Essa non esiste nuda, come mera religione. Già per il fatto che dice all’uomo chi egli sia e come debba attuare il suo essere-uomo, la fede crea cultura, è cultura [...] Di conseguenza sarebbe assurdo offrire un cristianesimo per così dire “pre-culturale” o “deculturalizzato”, che sarebbe destituito della forza storica che gli è propria e degradato a vuoto insieme di idee».9 E da qui traeva una conclusione importante: «Chi entra nella Chiesa deve avere coscienza di entrare in un vero e proprio soggetto culturale, con una propria interculturalità storicamente sviluppatasi e stratificatasi. Senza una sorta di esodo, senza una svolta radicale della vita a tutti i livelli non si può diventare cristiani. La fede in effetti non è una via privata verso Dio; essa porta dentro il popolo di Dio e la sua storia».10 Per illustrare ancor meglio la natura dell’incontro tra fede e cultura, in un’altra occasione il cardinale Ratzinger citava Basilio il Grande (✝379), il quale per definire questo rapporto si è servito della figura del profeta Amos – uno che incideva i sicomori. Il sicomoro è un albero che produce frutti copiosi ma del tutto insipidi, se non li si incide a fondo e non se ne lascia fuoriuscire il succo. Solo così acquistano sapore. Secondo san Basilio, una cosa simile avviene con la cultura: incisa con il Logos, essa si trasforma, divenendo buona e utile. Diceva dunque il cardinale Ratzinger: «Il Logos stesso deve incidere le nostre culture e i loro frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono [...] è solo il Logos stesso che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei “coltivatori di sicomori”: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza».11 Alla luce di queste parole del futuro Pontefice, padre Matteo Ricci si staglia più che mai come figura di appassionato e competente “incisore di sicomori” in seno alla grande cultura cinese che tanto egli stimava. E ci insegna anche oggi l’arte preziosa di “incidere” le culture con la Parola di Dio che salva.
Mi fermo qui e cedo la parola alla moderatrice di questa Sessione, la professoressa Elisabetta Corsi....

1. Cfr. Commissione Teologica Internazionale, Documenti 1969-2004, Edizioni Studio Domenicano 2006, 353-379.
2. Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi n. 20.
3. Ibid.
4. Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Congresso nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, “Insegnamenti” V, 1 (1982), 131.
5. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, n. 52.
6. Ibid.
7. Commissione Teologica Internazionale, Op. cit., 373.
8. J. Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli 2003, 66.
9. Ibid., 70 e 72.
10. Ibid., 73.
11. J. Ratzinger, Comunicazione e cultura: nuovi percorsi per l’evangelizzazione nel terzo millennio, in: Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, Edizioni Dehoniane Bologna 2003.


Fonte:

pmatteoricci.it

5 marzo 2010