Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


L'intervista a Michela Fontana

Autrice di "Matteo Ricci - Un gesuita alla corte dei Ming"

Matematica e divulgatrice scientifica, Michela Fontana è autrice del libro “Matteo Ricci- Un gesuita alla corte dei Ming”. Ha da poco concluso una serie di conferenze in giro per la Cina in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura.

Che interesse ha riscontrato nel pubblico di studenti cinesi davanti al quale ha tenuto un ciclo di conferenze su Matteo Ricci?

Li ho trovati estremanente interessati, soprattutto da un punto di vista storico, e mi hanno rivolto tantissime domande. L’interesse si concetrava sulla figura storica, ma poi anche l’aspetto scientifico ha generato parecchia attenzione: ad esempio alcune proiezioni della traduzione in cinese di Euclide fatte da Ricci hanno suscitato molto entusiasmo.

Ritiene quindi che oggi sia più facile di parlare di Ricci in Cina di quanto non lo fosse in passato?

Penso che si stia valorizzando molto la figura di Ricci, che peraltro in Cina era molto più celebre e studiato che in Italia. Io ho vissuto in Cina dal 1999 al 2002, e ho notato un interesse crescente da parte cinese; adesso mi sembra che la sua vita sia molto più conosciuta in Italia: nelle mie conferenze parlo sempre della sua importanza nella mediazione culturale Quando si presenta Ricci come una figura storica, però, non si può ovviamente negare che fosse un missionario, e quindi legato a tutta una serie di tematiche che sono ancora sensibili in Cina. Durante una conferenza in un’università, ad esempio, il professore mi riferì che aveva spiegato in cinese agli studenti come Ricci fosse una sorta di missionario “speciale” e che dopo di lui, nell’800, si era verificato il problema dei missionari che la Cina percepisce come profeti di una certa forma di colonialismo. È ovvio che con Ricci non si possa prescindere da tali questioni delicate; in un certo senso, in Cina, è un limite alla sua importanza nel panorama storico.

Dopo un periodo di insegnamento della matematica a livello universitario lei si è occupata soprattutto di divulgazione scientifica. Che opinione ha della ricerca scientifica cinese, che recentemente è stata anche oggetto di qualche scandalo?

Non ho un polso preciso della situazione, quindi posso esprimere solo un’opinione personale. In un paese così grande, che punta così tanto sull’ottenere dei risultati, anche in campo scientifico, capisco che le frodi costituiscano un rischio, anche abbastanza forte. Forse l’Occidente ha sviluppato un’etica della scienza che, nel momento in cui viene disattesa, porta a stigmatizzare subito la trasgressione. Capisco che si sia tentati dalle scorciatoie, magari sfruttando metodi usati in altri ambiti. Bisogna fare molti scambi, soprattutto nel campo del metodo scientifico, nella ricerca intesa come valore.

Si è spesso parlato, specie qualche anno fa, del fatto che determinati tipi di logica, penso alla logica sfumata, o “fuzzy”, derivino da un tipo di mentalità più orientale che occidentale. Il fisico Fritjof Capra pubblicò anche un testo, “ll Tao della Fisica”, che spiegava come alcuni capisaldi della fisica moderna fossero già stati intuiti dall’Oriente secoli prima. Ritiene che sia così? C’è una via cinese per risolvere in maniera diversa da quella occidentale determinati problemi?

A suo tempo, quando la logica fuzzy si era diffusa, si diceva che fosse effettivamente più adatta alla mentalità orientale, però è abbastanza difficile, a mio avviso, tracciare un confine netto. Il concett di “orientale”, inoltre, è molto vago. Bisognerebbe vedere che tipo di attitudine c’è da parte dei cinesi; nel periodo in cui studiavo Ricci lessi molti storici della scienza e della matematica che sostenevano che l’approccio cinese fosse più pratico, un approccio dove i teoremi si dimostravano facendo vedere degli esempi concreti. Si sollevavano problemi invece di andare a caccia di teoremi, e dall’altro lato si riscontrava una propensione più verso il ragionamento analogico che verso quello deduttivo. Stiamo però sempre parlando di studiosi dell’epoca di Ricci, anche se poi gli storici della scienza ritenevano che i cinesi avessero trovato delle dimostrazioni del teorema di Euclide con percorsi diversi e autonomi, e che l’arrivo del gesuita avesse condotto a una riscoperta della matematica cinese classica. Il punto, forse, è che nella lunghissima storia della Cina, e quindi nella storia della scienza della Cina, si può trovare un po’ di tutto. Certi pensieri, certi atteggiamenti in campo matematico erano già emersi,e magari sono stati dimenticati successivamente per poi essere , ritrovati. Penso ad esempio al volume dello studioso americano Benjamin Elman “On their own terms”, che descrive appunto la scienza cinese tra il 1500 e il 1900. Forse l’atteggiamento cinese consiste nel puntare al risultato, ma la matematica oggi è talmente astratta che è difficile farlo e anche la Cina, se sceglie di fare scienza teorica, deve cercare le applicazioni pratiche in un momento successivo.


Fonte:

AGIChina24

16 marzo 2010