Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci, gesuita nella Cina dei Ming

di S. i. N.

Matteo Ricci, gesuita marchigiano, è un eroe della storia culturale del mondo. Fu infatti il primo uomo a stabilire un solido ponte culturale fra l'Occidente e la Cina, aprendo al mondo il grande Paese asiatico nel periodo finale della dinastia Ming.
In occasione del quattrocentesimo della sua morte, la Regione Marche, terra natale di Ricci, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha organizzato una esposizione che tra febbraio e luglio toccherà le città di Pechino, Shanghai e Nanchino, documentando il primo significativo incontro tra la civiltà europea e la civiltà cinese attraverso la singolare figura del gesuita maceratese. La rassegna presenta una selezione di 200 opere, provenienti dalle maggiori istituzioni museali italiane e cinesi, tra cui capolavori del Rinascimento italiano (Raffaello, Tiziano, Lotto, Barocci) che saranno per la prima volta esposti in Cina accanto a preziosi documenti dell'arte e della cultura dell'impero Ming.

Matteo Ricci nasce a Macerata nel 1552, dove compie i primi studi umanistici sia in casa sia nel collegio dei Gesuiti istituito pochi anni prima in città. Fino a sedici anni trae linfa per la formazione della sua mente, della sua affettività e del suo sguardo sul mondo, dalla terra e dalla cultura che gli ha dato i natali. Inviato dalla famiglia a Roma nel 1568 per iniziare la facoltà di diritto alla Sapienza, entra nel 1571 nella Compagnia di Gesù, studiando nel Collegio Romano, dove trova come maestro il celebre matematico Cristoforo Clavio. Ancora studente di filosofia, nel 1577 viene assegnato alle missioni dell'India. Dopo quattro anni in India viene chiamato a Macao per studiare la lingua cinese e prepararsi a tentare l'impresa della Cina. Nel settembre 1583 entra nella città di Zhaoqing, dove fonda la prima residenza. In diciotto anni di faticosissima ascesa verso la corte imperiale apre altre tre residenze, finché non viene chiamato a Pechino con decreto imperiale a presentare doni quale ambasciatore d'Europa. Dal 1601 vive a Pechino protetto dall'imperatore (che tuttavia non poté mai incontrare), producendo le sue opere cinesi più importanti. Alla sua morte, avvenuta nel 1610, l'imperatore concesse, per la prima volta nella storia della Cina, un terreno per la sepoltura di uno straniero.

Se si volesse sintetizzare sotto una sola divisa l'atteggiamento missionario complessivo di Ricci nei confronti della Cina, questo potrebbe essere espresso dalle due virtù fondamentali della prudenza e della semplicità, raccomandate dal celebre motto evangelico: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Il successo dell'impresa ricciana della Cina fu dovuto principalmente alla capacità di realizzare questo apparente ossimoro o difficilissima conciliazione.
Sulla necessità di agire con estrema prudenza Ricci insiste di continuo: decide di non superare il numero di due padri stranieri in ogni residenza per non suscitare inutili sospetti; si attiene scrupolosamente ai costumi e al cerimoniale; sa come tener testa a un viceré che vuole cacciarlo dalla Cina trovando anzi il modo di rimanervi e di avanzare ancora un po' verso Pechino; quando giunge la prima volta in incognita nella capitale e percepisce il clima di estrema diffidenza nei confronti degli stranieri, aggravato dalla guerra con il Giappone, decide di tornare indietro per non compromettere la propria missione. Nella stessa presentazione del messaggio cristiano procede con estrema prudenza, scegliendo oculatamente destinatari, tempi e modi della predicazione e privilegiando sempre la comunicazione personale e umana a una ingenua comunicazione integrale della dottrina. Benché non temesse, anzi talvolta si augurasse il martirio, poneva tutta la sua energia e intelligenza al servizio della missione, per il raggiungimento del suo scopo, lasciando a Dio soltanto, e possibilmente non agli uomini, decidere del suo destino.
D'altra parte, gli amici e interlocutori cinesi erano colpiti dalla semplicità di Ricci: lo consideravano il più grande matematico vivente ed egli non si dava arie, ma amava apparire uno qualunque del popolo; in pubblico non faceva nulla per mettersi in mostra, ma parlava soltanto quando veniva pregato di farlo; nella vita quotidiana era taciturno, ma al tempo stesso socievole e premuroso; non si vergognava di manifestare i propri sentimenti con lacrime abbondanti; quando veniva lodato, arrossiva e dichiarava con candore: Dangbuqi, "non ne sono degno". I suoi interlocutori cinesi erano tanto affascinati dalla coincidenza in una sola persona di tali e tante virtù che non esitarono a identificarlo con l'"uomo strano", ossia fuori dal comune, di cui aveva detto Confucio: «l'uomo strano è strano per gli uomini, ma è vicino al Cielo».

Per comprendere le ragioni del metodo missionario adottato da Ricci è necessario anzitutto comprendere quale fosse l'idea della Cina che egli aveva maturato. Questa è efficacemente espressa in una lettera del 1596 al concittadino e confratello Girolamo Costa e possiamo riassumerla così.
1. La Cina è un regno diversissimo da tutti gli altri della terra, è l'unico "altro mondo" parallelo e anche alternativo al mondo cristiano europeo, per la sua lunghissima tradizione storica, per la sua forte identità di cultura e civiltà, per l'autonomia economica, per la saggissima amministrazione dello Stato.
2. La Cina è un Paese autosufficiente e fortemente autoreferenziale. Convinta di non aver bisogno degli altri Paesi, è chiusa nei loro confronti; anzi, non amando la guerra e avendo subìto spesso offese e tentativi di invasione da popoli stranieri, primo tra i quali il Giappone, è diffidente, anzi ostile, nei confronti di tutti gli stranieri, considerati barbari e incapaci di insegnare alcunché.
3. Benché fosse già evidente ai cinesi che l'Europa rappresentata da Ricci li superava «in molte cose», e quindi poteva essere in grado di insegnare anche riguardo alla religione ("legge"), essi non erano disposti a riconoscere tale superiorità. Il giudizio di Ricci sulla superiorità europea in molte cose, costituisce un precedente importante per comprendere gli sviluppi successivi dei rapporti tra Cina ed Europa.
4. Annunciando la decisione di assimilarsi completamente ai predicatori confuciani, Ricci non si nasconde le difficoltà dell'impresa. Da non trascurare, in questo passaggio, è il riferimento al favore che i gesuiti riscuotono presso il popolo («il credito che il popolo ci ha»): allusione importante per giudicare un metodo di evangelizzazione presentato per lo più come orientato esclusivamente alla classe dirigente dei mandarini e dei letterati.
5. Vi è tuttavia un'ultima considerazione necessaria: questa concerne il suo giudizio intorno alla naturale bontà di molti cinesi, come scrive in una lettera al padre, e alla loro inclinazione alla pietà. Si può ritenere che su tale convinzione egli fondasse tutta la sua opera missionaria, sebbene apparentemente priva di molte speranze e, ancor più, di straordinari successi esterni.

Tre, almeno, sono i caratteri essenziali del giudizio ricciano sulla evangelizzazione della Cina. Primo: la consapevolezza chiarissima e spesso ribadita dell'importanza e della grandezza dell'impresa avviata. Ricci non dubitava che la conversione della Cina fosse la missione più importante e, per certi aspetti, decisiva per la diffusione del cristianesimo in tutto il pianeta.
Secondo: Ricci diviene presto consapevole che l'evangelizzazione della Cina richiede modalità e tempi diversi da quelli adottati in tutte le altre missioni del mondo, a causa della radicale diversità dell'interlocutore. Ricci comprende subito che in Cina il cristianesimo si trova, per la prima volta nella storia, a subire l'esame di una civiltà almeno pari a quella che il cristianesimo esprime. Ed egli ha avuto il merito di non essersi nascosto la posta in gioco e di avere raccolto sinceramente e apertamente la sfida.
Terzo: Ricci comprende che l'evangelizzazione della Cina non può essere compiuta senza aver prima stabilito un autentico rapporto di fiducia e di rispetto nei confronti della classe mandarinale e senza aver prima compiuto un profondo e lungo lavoro di costituzione dei presupposti filosofici e dottrinali sui quali si è sviluppata e codificata la religione cristiana nel corso dei secoli. Per queste ragioni egli si risolse a considerare preliminare e necessaria, in quella situazione storica della Cina, l'opera di introduzione dei principi filosofici e dottrinali che avrebbero reso possibile, una volta acquisiti, la predicazione del cristianesimo.

«Rompere la terra». Con tale espressione Ricci intende il complesso delle decisioni, degli atti e dei comportamenti da assumere nei confronti della Cina, capaci di rimuovere tutti gli ostacoli che si frapponevano alla stessa comunicazione del Vangelo. La maggiore difficoltà che Ricci incontra e quindi il primo e maggiore ostacolo che deve rimuovere è quello della paura dei cinesi nei confronti degli stranieri.
Ricci conquista rispetto e ammirazione mettendo a disposizione il proprio sapere umanistico e scientifico attraverso l'insegnamento delle matematiche, l'arte della memoria, l'uso della dialettica, l'arte di scrivere libri e la conoscenza della letteratura cinese.
L'insegnamento delle scienze matematiche non fu per Ricci un ripiego e quasi una sostituzione della teologia, né uno strumento di persuasione riguardo alla perfezione delle scienze occidentali da usare a vantaggio della teologia; quell'insegnamento fu intenzionalmente voluto da Ricci quale propedeutica alla esposizione della religione cristiana e della teologia. Dunque, insegnando le scienze matematiche, non soltanto si offrono strumenti per la conoscenza e l'interpretazione del mondo fisico, ma si pongono le premesse per la stessa comprensione della teologia.
Una delle risorse principali utilizzata da Ricci per conquistare il rispetto e l'ammirazione dei cinesi, fu l'uso della memoria. Egli se ne servì in due sensi. Anzitutto come strumento attraverso il quale, nella penosa carenza di libri che spesso lamentava, poteva conservare e sfruttare la miniera del suo sapere. I letterati cinesi chiesero con insistenza di conoscere quest'arte; e Ricci tradusse in cinese un trattatelo di mnemotecnica che aveva composto nel Collegio Romano. Il successo di quest'opera non fu grande; circolò manoscritto e dopo la morte di Ricci, con revisioni del Vagnoni e di un letterato cinese che non siamo in grado di riconoscere, fu pubblicato nel 16262.

L'ulteriore strumento del quale Ricci si servì per conquistare rispetto e autorità presso i cinesi fu l'utilizzo della logica occidentale, in particolare della dialettica, specialmente nelle dispute pubbliche con maestri confuciani e buddisti. Egli intendeva la dialettica come arte della dimostrazione e della persuasione, attraverso la quale l'avversario doveva sentirsi vinto specialmente riguardo a tesi considerate verosimili o persino erronee.
Per quanto riguarda i libri, quando Ricci comprese che «più si fa nella Cina con libri che con parole» si mise in cerca di buoni maestri che gli insegnassero l'arte di scrivere in lingua cinese. Tuttavia, le ragioni più profonde che lo indussero a consegnare alla forma scritta il proprio insegnamento furono la facilità della divulgazione, il maggior numero di persone che i libri potevano raggiungere e, soprattutto, il fatto di poter presentare le dottrine esposte con maggiore ponderazione ed esattezza.
Infine, Ricci comprese molto presto, anche grazie alle indicazioni del Valignano, che nella situazione eccezionale della Cina sarebbe stato indispensabile conoscerne bene la cultura e i classici. Per questo si mise con grande impegno allo studio dei Quattro Libri, che tradusse in latino. Ricci conosceva bene (qualcuno sosteneva che li conoscesse a memoria e certamente meglio di molti mandarini cinesi) anche le Cinque Dottrine, altro testo canonico presente nei programmi degli esami di stato dei funzionari governativi. L'attenzione per la letteratura cinese si fondava su due ragioni: 1. non sarebbe stato possibile riferirsi adeguatamente agli interlocutori senza conoscere i testi canonici della loro formazione (e qui parliamo non soltanto di confuciani, ma anche di taoisti e di buddisti); 2. Ricci aveva trovato come strumento utilissimo di persuasione utilizzare nella presentazione delle proprie tesi anche l'autorità dei testi classici della Cina.

Ricci tenta di inoltre procurare rispetto e ammirazione per la grandezza morale e civile delle «terre de' Christiani», ossia l'Europa. Egli pensava che per richiamare l'attenzione dei cinesi sulla religione cristiana sarebbe stato estremamente utile mostrare i frutti delle civiltà che questa sapeva esprimere, seguendo il precetto evangelico, e non solo, per cui la bontà di una fede o di una dottrina viene riconosciuta dalle opere che questa è in grado di produrre. Egli aveva scoperto che i suoi interlocutori erano favorevolmente colpiti dalle istituzioni caritative e sociali vigenti in Europa.
Ricci scelse inoltre interlocutori privilegiati. Questo fu un momento decisivo nella strategia missionaria di Ricci: scegliere l'interlocutore a cui rivolgersi in modo preferenziale e con il quale stringere alleanza. Quando cominciò a capire che per giungere all'imperatore egli doveva passare comunque attraverso la classe mandarinale e, ancor più, quando cominciò a temere che sarebbe stato impossibile incontrare direttamente l'imperatore, Ricci si rivolse decisamente a questa, scegliendo dunque il confucianesimo come dottrina privilegiata di dialogo e riferimento. Il confucianesimo era infatti la dottrina di riferimento di letterati e mandarini, governanti della Cina. Le ragioni di questa scelta, oltre che "politiche", erano, d'altra parte, filosofiche e teologiche. Il confucianesimo presentava, rispetto alle altre due religioni della Cina, taoismo e buddismo, il vantaggio di non avere una metafisica e una dottrina dell'altra vita: in tal modo non veniva a costituire un ostacolo insormontabile nella predicazione del Cristianesimo, fondato su principi metafisici del tutto alternativi, anzi incompatibili, con quelli sui quali sono fondati taoismo e buddismo.

Si può ritenere che Ricci si limitasse intenzionalmente nell'esporre, almeno all'inizio, tutti i misteri della fede cristiana, come dice ancora in una lettera del 1596, cioè tredici anni dopo il suo ingresso in Cina, non soltanto per motivi di prudenza e per non correre il rischio di vederli rifiutare o di far chiudere prematuramente orecchie che, adeguatamente educate, avrebbero potuto in seguito comprenderli e accoglierli senza difficoltà; ma che egli avesse adottato questa condotta, limitandosi a esporre i dogmi fondamentali, o una sorta di "credo minimo", per favorire quanto più possibile la percezione di una sostanziale identità di vedute riguardo al principio di tutte le cose. Sembrerebbe che le principali novità riguardo all'idea di Dio insegnate da Ricci riguardassero la creazione del mondo, l'immortalità dell'anima e il giudizio finale, con i conseguenti premi e pene. La dottrina della creazione veniva presentata come giustificazione e fondamento della dottrina cinese della signoria assoluta di Dio; mentre le dottrine dell'immortalità e quella dei premi e delle pene dopo la morte come il recupero di una dottrina cinese che almeno vagamente gli antichi avevano conosciuta e che poi era stata smarrita.
Emblematico del metodo utilizzato da Ricci è il risultato incredibile ottenuto con la composizione della sua prima opera in lingua cinese, ossia Dell'Amicizia. I letterati cinesi che composero prefazioni per le diverse edizioni a stampa pubblicate in pochi anni, non tralasciarono di annotare, quasi attoniti, la conformità di pensiero e di sentimenti su un tema così centrale nella cultura cinese, quale quello dell'amicizia, tra la Cina e l'Occidente.
Dovendo scegliere, specialmente in morale, sistemi teorici compatibili con il cristianesimo e con la cultura confuciana, Ricci si trovava dinanzi a una scelta quasi obbligata: assumere la morale stoica come modello rappresentativo non soltanto della cultura europea, ma dello stesso cristianesimo. Non sono infrequenti i passaggi, ad esempio nei Dieci capitoli di un uomo strano, nei quali l'interlocutore cinese intende le dottrine etiche del letterato occidentale come espressioni della sua religione. Del resto, lo stoicismo, specialmente latino, era già stato da tempo assimilato dalla cultura cristiana e, depurato da alcune sue dottrine incompatibili con il cristianesimo, come quella del fatalismo o determinismo assoluto, era entrato ad alimentare in modo significativo la morale cristiana. Non è un caso che autori come Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, Epitteto avessero tanta parte nella formazione dei gesuiti nei diversi cicli di insegnamento del Collegio Romano; e non è a caso che, quando Ricci si prova ad esporre in cinese un primo modello occidentale di dottrina morale, ricorra a man bassa al Manuale di Epitteto, che nelle Venticinque sentenze, pubblicate nel 1605 a Pechino, ma composte tra la fine del 1599 e il 1600 a Nanchino, per metà traduce quasi alla lettera, per l'altra metà riassume e parafrasa. Insomma, Ricci non trovò di meglio, per presentare ai cinesi la morale cristiana, che introdurli al pensiero di un pagano come Epitteto. La morale stoica venne così a svolgere una funzione di ponte e di intermediazione tra la morale confuciana e quella cristiana, che, non essendo esclusivamente fondata sulla ragione, come le prime due, ma anche sulla rivelazione, non poteva essere presentata subito nella sua integrità.

L'insegnamento di Ricci in Cina tende essenzialmente a costituire i presupposti teorici necessari per la predicazione del cristianesimo. Tali presupposti riguardano tutti gli ambiti dello scibile, ma possono riferirsi principalmente ai seguenti: logico, ontologico, antropologico, cosmologico, etico.
Ricci si impegnò espressamente a trasmettere dottrine e a combattere errori. Per indicare soltanto alcuni di questi ambiti, si impegnò a precisare la distinzione tra sostanza e accidente, a spiegare la dottrina delle quattro cause, la dottrina di un solo creatore del cielo e della terra, a combattere i principi ontologici del taoismo (il nulla) e del buddismo (il vuoto), come pure l'idea confuciana del principio supremo o quella per cui tutte le cose sono costituite da una sola sostanza.
Ricci scelse inoltre di preferire concetti e categorie cinesi adattabili al cristianesimo. Possiamo assumere come caso emblematico di tale procedimento la traduzione del termine latino Deus. Ricci narra come fosse stato indotto quasi casualmente, insieme a Ruggeri, a orientarsi sull'espressione cinese che poi fu adottata.
In effetti, Ricci aveva tre possibilità: traslitterare semplicemente in cinese il suono del latino Deus; cercare un concetto esattamente corrispondente; cercare una nozione cinese che fosse adattabile alla nozione di Dio. La prima soluzione non era possibile, benché praticabile in astratto, sia perché, come ricorda Ricci stesso, i cinesi non avevano il suono D come nella pronuncia occidentale; sia perché, ammesso che tale traslitterazione fosse stata possibile, essa sarebbe stata un suono pronunciabile al quale non corrispondeva un concetto comprensibile e significante. Dunque Ricci la scartò. Non era neppure possibile trovare un concetto cinese di Dio precisamente corrispondente a quello del Dio cristiano. Dunque era inevitabile seguire la terza soluzione e Ricci puntò sull'espressione Signore del Cielo.
Ad ulteriore titolo di esempio si possono indicare l'adozione ricciana del termine Dao (Via), fondamentale nel taoismo ma anche nel confucianesimo, nel senso di principio regolativo o retta via e il termine xin (cuore), nel senso dell'organo fisico, ma ancor più in quello di sede delle facoltà intellettuali, della riflessione, degli affetti, nel significato corrispondente all'occidentale "mente" ma più ancora di "animo umano".


Fonte:

Storia in Network

17 marzo 2010