Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Chi è Padre Matteo Ricci?

di Ilenia Paciaroni

Li Madou è il nome cinese del maceratese Padre Matto Ricci di cui, quest’anno, ricorre il quarto centenario della morte. Abbiamo incontrato il Prof. Filippo Mignini, docente di Storia della Filosofia dell’Università di Macerata e direttore dell’Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l’Oriente.

Chi è Padre Matteo Ricci e come mai la sua figura è ancora oggi così affascinante?
Padre Matteo Ricci è un gesuita che viene mandato in Cina nel 1582, per tentare di entrare in questo immenso regno del quale gli occidentali sanno pochissimo. L’obiettivo di fondo è quello della conversione dei cinesi alla religione cristiana. Tuttavia, nel momento in cui Ricci comincia ad avere contatti diretti con la civiltà cinese, si rende conto che si trova dinanzi a un mondo unico e completamente diverso da quello occidentale-cristiano. Capisce subito che, nell’immediato, è possibile attuare soltanto un progetto di comunicazione elementare tra i due mondi perché, per le differenze esistenti, la civiltà cinese non è in grado di accogliere una predicazione integrale del messaggio cristiano. Ricci comprende che il suo non è il tempo di raccogliere e neppure quello di seminare, ma è il tempo di arare. Egli prepara il terreno trasmettendo i saperi dell’Occidente, la matematica, le scienze, la letteratura, le arti e così via. È chiaro che in tal modo trasferisce anche i principi elementari del cristianesimo; alla sua morte sono circa duemila i convertiti cinesi.
Ricci è dunque il primo occidentale ad aver costruito solidi rapporti culturali tra la Cina e l’Europa: a quest’ultima fece conoscere il “Regno di mezzo” con la traduzione in latino dei Quattro libri di Confucio e con la stesura dell’opera storica Dell’entrata della Compagnia di Giesù e christianità nella Cina.
Dopo la sua morte si apre la questione dei riti cinesi: si comincia a criticare la traduzione del termine “Dio” data da Ricci e la decisione da lui presa di consentire ai cinesi convertiti di continuare a praticare i riti in onore di Confucio e degli antenati. Gli altri ordini religiosi, infatti, che intorno al 1630 arrivano in Cina, considerano queste pratiche idolatriche.
Cominciano le prime denunce a Roma; i Gesuiti si difendono, ma la contesa aumenta nel corso dei decenni, finché nel 1704 il Tribunale dell’Inquisizione romana condanna i riti cinesi e, di conseguenza, il metodo missionario dei gesuiti e di Ricci. Nel 1742 Benedetto XIV chiude definitivamente la questione condannando non solo la pratica dei riti cinesi, ma anche chiunque ne parli. Nel 1773 l’ordine dei Gesuiti viene sciolto e su Ricci cade il silenzio più totale. Solo nel 1939 Pio XII riprende la questione e riconosce che i riti cinesi hanno un valore civile e non religioso. Si sono persi, però, quasi tre secoli durante i quali la porta aperta da Ricci è stata richiusa con conseguenze pesanti nei rapporti tra Occidente e Cina.

Padre Matteo Ricci è conosciuto più in Cina e all’estero che nel nostro Paese. È per le ragioni che ha appena esposto?
Sì, certamente anche per questo. Tuttavia bisogna aggiungere che la crescita dell’interesse nei confronti di Ricci nel corso del Novecento ha conosciuto fortune alterne. Alla decisione di avviare l’edizione nazionale delle sue opere, assunta durante il ventennio fascista e conclusasi con la pubblicazione della sola opera storica da parte di Pasquale D’Elia, è seguito un lungo periodo di stasi che ha visto una ripresa di interesse solo all’inizio degli anni Ottanta. La Chiesa ha avviato in quegli anni un processo di beatificazione e Giovanni Paolo II ha presentato Ricci come modello di evangelizzazione per il terzo millennio. Nel 2000 è stato costruito a Pechino un grande monumento al millennio appena trascorso e, tra i grandi cinesi, sono stati inseriti soltanto due stranieri: Marco Polo e Matteo Ricci. La tomba di quest’ultimo è ancora oggi onorata a Pechino.

Quest’anno ricorre il quarto centenario della morte. Cosa c’è in programma in Cina e in Italia?
In Cina abbiamo da poco aperto a Pechino la prima di quattro grandi mostre su Padre Matteo Ricci. In Italia, invece, l’Istituto Matteo Ricci sta pubblicando, sotto la mia direzione, le opere di Ricci e, a fine ottobre, si terrà un Convegno Internazionale. Ci si augura che, a breve, possa essere aperta una esposizione permanente sul grande maceratese.


Fonte:

Cittateneoline

10 marzo 2010