Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La strada di Ricci verso la Cina

Quest’anno ricorrono due anniversari in qualche modo legati tra loro: il 400º anniversario della morte del gesuita Matteo Ricci ed il 40º anniversario dell’allacciamento delle relazioni diplomatiche fra Cina e Italia. E proprio per promuovere gli scambi fra i due paesi e soprattutto far conoscere la nostra cultura nell’estremo oriente, è stata organizzata in tre importanti città cinesi una mostra - evento. La mostra è dedicata a colui che fu tra i primi artefici della reciproca conoscenza e del mutuo rispetto tra civiltà così distanti tra loro. La rassegna, intitolata “Matteo Ricci, incontro di civiltà nella Cina dei Ming” dopo la tappa di Pechino sarà a Shanghai dal 2 aprile al 23 maggio e poi a Nanjing dal 4 giugno al 25 luglio. Curata da Filippo Mignini, è promossa dalla Regione Marche. Conosciuto in Cina anche come Li Madou, Padre Matteo Ricci, nato a Macerata nel 1552, è considerato non solo il pioniere della cristianità nel Celeste Impero, tra le dinastie Ming e Qing, ma pure il fondatore della moderna sinologia, oltre che raffinato studioso di varie discipline. La fama di teologo, predicatore e letterato occidentale lo precedette a tal punto che l’Imperatore, incuriosito e colpito dallo “straniero”, gli concesse il permesso di fondare una chiesa a spese dell’erario e, ammettendolo spesso a corte, lo introdusse nella cerchia dei mandarini. Quando morì nel 1610, la comunità cristiana cinese, da lui fondata, contava 500 convertiti, tra cui figure di primo piano della vita culturale e politica cinese, nonché alcuni parenti dell’Imperatore. Padre Matteo ricevette, caso davvero eccezionale, il privilegio imperiale di un terreno di sepoltura nella capitale, nei pressi del Tempio delle Cinque Pagode, alla periferia nord-ovest della città. La mostra non vive soltanto di oggetti, illustrazioni e testi inerenti strettamente la straordinaria avventura di Padre Matteo, ma è stata concepita come una “summa” della cultura occidentale, incernierata anzitutto sui grossi calibri del nostro Rinascimento. La prima parte della rassegna ricostruisce infatti il tessuto culturale e artistico dell’Occidente da cui muove Ricci negli anni del Rinascimento maturo; in mostra, per la prima volta in Cina, dipinti di alcuni fra i maggiori artisti italiani del tempo, accanto a documenti e strumenti scientifici che attestano l’importanza degli innesti di conoscenze ed esperienze della civiltà europea nell’estremo oriente. Nell’ideale bisaccia che il gesuita porta con sé in questo suo rutilante ritorno in Cina non poteva mancare Tiziano, che schiera ben tre capolavori, staccando altri grandi come Raffaello, Lotto o Giulio Romano. Accanto a due ritratti (oli su tela) di Filippo II, provenienti rispettivamente dalla Galleria Corsini di Roma e dal Museo Nazionale di Capodimonte (1553), c’è il bellissimo Ritratto di musico (1515-1520) della Galleria Spada di Roma. I due ritratti appartengono alla cosiddetta schiera dei “ritratti di Stato” di Filippo II, tagliati in verticale, spesso di grandi dimensioni, come appunto quello di Capodimonte, quasi due metri di altezza, in cui la regalità viene esaltata in abiti civili, idealizzando il modello senza peraltro concedere molto all’appariscenza. Pare che inizialmente Filippo non fosse particolarmente colpito dall’opera di Tiziano, trovando la sua pennellata troppo ampia, ma giunse poi ad ammirarlo più di ogni altro pittore, ben contento di accettare qualsiasi cosa gli inviasse il maestro. Il ritratto in olio del musicante, un violinista dallo sguardo intenso e misterioso, evidenziato dal lampo di luce che ne illumina il volto, è opera di alta qualità e fu eseguita intorno al 1515, senza peraltro venir ultimata nei dettagli dal maestro cadorino. Piace immaginare che con questi capolavori al suo seguito il buon Matteo veda esaudito uno dei suoi desideri inappagati di quattro secoli orsono: avere con sé modellini di pittura, scultura ed architettura di opere fondamentali della cultura occidentale per una “lezione” più esaustiva alla sua nuova patria d’elezione.


Fonte:

Corriere delle Alpi

19 marzo 2010