Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Dire il Vangelo in lingua cinese

di M. Antoni J. Üçerler S.I.

Quali furono le scelte compiute da Matteo Ricci nel portare - come san Paolo agli albori della Chiesa - l'annuncio del Vangelo a una civiltà antica e complessa? Lo ha spiegato uno storico e teologo gesuita intervenendo al convegno di Milano del 23 gennaio «Dell'Amicizia. Oriente e Occidente in dialogo»

Quest'anno si celebra in tutto il mondo la commemorazione del 400º anniversario della morte di Matteo Ricci a Pechino. Lo si ricorda soprattutto come un uomo di profonda apertura che dischiuse la strada per un dialogo proficuo tra la cultura occidentale e l'antica civiltà della Cina, ossia del Regno di Mezzo. Ma in quanto missionario gesuita, Ricci non vide il proprio compito come quello di un anonimo diplomatico venuto da lontano, ma piuttosto come di un teologo. In tutte le iniziative che intraprese in Oriente egli cercò sempre nuovi modi di trasmettere il messaggio cristiano in termini che potessero essere compresi dai cinesi. Si può perciò riflettere sulla figura di Matteo Ricci come pioniere e «saggio venuto dall'Occidente», alla ricerca di un modo di «dire il Vangelo», non solo nella lingua cinese, ma anche attraverso le tradizioni culturali della Cina, compito - a un primo sguardo - quasi impossibile.
Per comprendere il modo di procedere di Ricci è importante considerare sia il contesto storico e culturale che egli trovò in Cina, sia lo sviluppo della comprensione - da parte dei gesuiti già presenti in Asia orientale nella seconda metà del Cinquecento - di ciò che significava essere missionario tra popoli che facevano parte di civiltà antichissime. Fin dall'inizio non c'era un accordo sul modo migliore di portare avanti la missione. Eppure la storia mostra come le decisioni prese dai missionari in quegli anni, anche in seguito ad accesi dibattiti, ebbero conseguenze profonde e plurisecolari sulla storia del cristianesimo in Asia. Vale allora la pena rivisitare in primo luogo il processo intellettuale che influì su Ricci e lo portò ad adottare un approccio originale all'evangelizzazione nel Regno di Mezzo.

LA SPINTA DI VALIGNANO
Nel 1573 la nomina di Alessandro Valignano (1539-1606) a Visitatore del Padre Generale a tutte le missioni dell'Asia, vide l'inizio di un periodo di attività missionaria marcata innanzitutto da uno sforzo notevole di accomodamento alle culture del Giappone e della Cina. Fu infatti Valignano che diede a Michele Ruggieri (1543-1607), il primo gesuita in Cina, e a Matteo Ricci, che arrivò a Macao tre anni dopo di lui, il compito di imparare la lingua cinese e di studiare i classici. Fin dal 1557 i portoghesi avevano ricevuto dalle autorità cinesi il permesso di amministrare a Macao un porto per il commercio e fu questa città che la Compagnia di Gesù scelse per mandare i suoi primi missionari.
Nella versione emendata del suo Sumario Indico, composto in Giappone nel 1583, Valignano informava il Padre Generale, Claudio Acquaviva, della decisione presa dopo il suo primo soggiorno: «Ci sono già due dei nostri padri [Ruggieri e Ricci] qui [a Macao] a studiare questa lingua, e fanno grandi progressi. E si può sperare che il loro lavoro non sarà invano. Per questo fine ho provveduto che avessero degli insegnanti con una casa a parte e con tutta la comodità e il tempo necessario per dedicarsi a questo compito».
Tra i grandi tesori preservati nell'Archivio romano della Compagnia di Gesù vi è il primo dizionario portoghese-cinese compilato da Ruggieri e Ricci, che include esercizi di scrittura e di vocabolario. Lo studio linguistico, però, rappresentava soltanto il primo passo in questo cammino di comunicare la fede cristiana a una cultura come quella cinese.

IL PRIMO CATECHISMO
Due anni dopo il suo arrivo a Macao, nel 1581 Ruggieri intraprende la composizione del primo catechismo in cinese. Incomincia con una versione in latino e chiede aiuto a Pedro Gómez (1533-1600), che si trova a Macao in attesa della partenza per il Giappone, dove nel 1590 diviene viceprovinciale dei gesuiti. Teologo di grande distinzione e Magister artium et studiorum humanitatis all'Università di Coimbra prima del suo invio in Oriente, Gómez, in una lettera scritta da Macao al Padre Generale il 25 ottobre 1581, ci offre una testimonianza preziosa su questi primissimi sforzi intrapresi assieme a Ruggieri: «Durante questi mesi che ho trascorso qui [a Macao], P. Ruggieri e io ci siamo occupati di preparare una breve storia del principio del mondo, che serva anche da "Dottrina cristiana" in formato di dialogo, per poi tradurla in lingua cinese. Ciò provoca grande entusiasmo nel P. Ruggieri, perché è convinto che Dio si servirà molto di essa!».
La stampa della versione cinese di questa breve opera con il titolo Tianzhu shilu, ossia La vera esposizione del Signore del Cielo, è del dicembre 1584. La pubblicazione di questo primo libro scritto in cinese classico da uno straniero fu comunicata al Padre Generale Claudio Acquaviva (1543-1615) da Cochin, dove Valignano si trovava in seguito alla sua nomina a Provinciale dell'India: «Il catechismo che è stato composto nella lingua cinese sarà anche di grande aiuto ai bonzi che sono molto eruditi; ed è per questo che ho scritto in Cina e ho dato l'ordine di spedirne numerose copie in Giappone».
Questo catechismo è importante anche perché in un'appendice include la prima traduzione in cinese dei Dieci Comandamenti, dell'Ave Maria, e del Padre Nostro. Pochi anni dopo, un foglio simile fu pubblicato in Giappone sulla macchina da stampa a caratteri mobili portata da Lisbona per ordine dello stesso Valignano, con il testo del Padre Nostro, dell'Ave Maria, e del Credo. Nonostante l'entusiasmo iniziale suscitato da questo successo nello scavalcare l'alta barriera linguistica e culturale di fronte alla quale si trovavano i missionari, Valignano cambiò radicalmente la sua valutazione sul primo catechismo ed espresse forti critiche nei confronti del suo connazionale: «Il P. Miguel Rogerio conosce ben poco della lingua cinese e della sua letteratura [...] P. Mateus Ricio, che ha ora una buona padronanza della lingua cinese, sta facendo un altro [catechismo] che sarà molto più a proposito e ben ordinato di quello che portò il P. Miguel Rogerio [in Europa]».

TRA BUDDHISMO E CONFUCIANESIMO
Che cosa provocò questa valutazione così negativa da parte di Valignano? Non è plausibile che sia stata una semplice preoccupazione delle conoscenze linguistiche di Ruggieri, che il Visitatore non era in grado di valutare personalmente. È più probabile che sia stata l'insistenza di Ruggieri sulla necessità di accomodarsi innanzitutto alla vita, ai costumi, all'abito e al linguaggio dei bonzi cinesi, nonostante il fatto che i bonzi buddhisti nella Cina del periodo tardivo della dinastia Ming non godessero di una posizione di prestigio nella società o di grande rispetto presso le autorità. Tale opzione per una «veste culturale buddhista» da parte di Ruggieri è evidente nel colophon del suo catechismo del 1584, dove parla di se stesso come di un «monaco Mingjian, venuto dall'India», ove il carattere cinese per «monaco» indica un bonzo buddhista. Negli anni seguenti, Ricci preparò, con l'incoraggiamento di Valignano, un nuovo catechismo dal titolo Il vero significato del Signore del Cielo, nel quale ripudiò qualsiasi associazione tra la fede cristiana e il buddhismo. Questo libro, scritto in forma di dialogo tra un letterato cinese e un letterato occidentale, ebbe enorme influsso sullo sviluppo del vocabolario e del pensiero cristiano nel contesto della civiltà cinese. Scrivendo da Pechino l'8 marzo 1608, Ricci fa esplicita menzione dell'utilità del suo libro al di là dei confini della Cina: «Ci diede anco grande consolazione l'intendere che nel Giappone servivano molto queste nostre opere in lettera cina, per essere anco commune a Jappone; e per questa causa il P. Valignano ristampò in Cantone [nel 1605] un'altra volta questo Catechismo per mandare a Giappone; e il P. Francesco Pasio mi chiede gli mandi molti di questi libri, che, per venire dalla Cina, hanno là grande autorità [in Giappone]».
Chissà se il rigetto dell'idea di Ruggieri di imitare i monaci buddhisti e l'opzione fondamentale da parte di Ricci - a cui Valignano diede il suo nihil obstat - di adeguarsi invece al mondo degli studiosi e intellettuali confuciani non fossero motivati in parte anche da un fattore storico giapponese: cioè, dall'esperienza negativa di Francesco Saverio, che aveva adottato all'inizio della sua predicazione il vocabolario buddhista solo per rendersi conto in seguito che, essendo venuto dall'India o Tenjiku, era visto dalla popolazione giapponese di Yamaguchi come un monaco di una nuova setta del buddhismo.
Così Ricci decise di trasformarsi egli stesso in un letterato per entrare in un dialogo sui classici cinesi con gli uomini di cultura e con i mandarini, componendo in cinese opere di natura letteraria, filosofica e scientifica. Riflettendo sull'impatto avuto da questi libri, nella lettera citata sopra, Ricci esprime un elemento chiave del suo modo di vedere la missione d'accomodamento culturale, cioè come un apostolato eminentemente letterario: «[...] e per questa causa faccio tutto il possibile che tutti i nostri padri studino molto bene i libri della Cina e procurino di saper componere; perché nel vero, cosa che non facilmente si crede, più si fa nella Cina con libri che con parole».
È curioso notare come il Catalogo cronologico dei missionari gesuiti arrivati in Cina, composto nel tardo Seicento, registri di ogni missionario i seguenti fatti: l'anno dell'arrivo in Cina, nome e cognome, nazionalità, nome cinese e numero di libri scritti. Non ci deve sorprendere, dunque, che una delle opere più importanti composte da Ricci in questo periodo - il suo primo libro stampato in cinese - fosse una presentazione dei testi classici dell'Occidente sul tema dell'amicizia con il titolo cinese Jiaoyoulun.

L'INTUIZIONE PAOLINA
La scelta del pensiero confuciano come interlocutore principale e strumento di mediazione della fede cristiana fu davvero radicale. Scorgiamo qui una fondamentale intuizione paolina, secondo la quale, i cosiddetti «gentili» - in questo caso i cinesi - possono essere chiamati alla fede anche attraverso la propria cultura, lingua e pensiero filosofico. Questo ottimismo di Ricci, di Valignano e di tanti altri loro compagni si fondava su una riflessione relativa alla realtà della Chiesa primitiva, che non si stancavano di citare come chiave ermeneutica privilegiata per comprendere la loro missione presso le genti del Giappone e della Cina. Se il linguaggio politeista e pagano delle antiche civiltà della Grecia e di Roma poteva divenire la lingua nella quale i Vangeli furono scritti nonché il linguaggio attraverso il quale i Padri della Chiesa e i Concili formularono la dottrina cristiana nel primo millennio, doveva essere possibile in linea di principio anche ritrovare il seme del Vangelo nella «nuova Chiesa primitiva» in Cina. Ciò che contraddistinse Ricci come teologo fu l'osare intraprendere un passo simile a quello dell'apostolo Paolo, che dichiara ai greci dell'areopago d'Atene di poter annunciare loro l'identità del Dio ignoto del Pantheon (Atti 17, 22-24).
Tuttavia, come Paolo non poté rimanere in silenzio di fronte al politeismo greco, così anche Ricci non accettò in toto il pensiero cinese. Infatti, Ricci rigettò il pensiero neo-confuciano della scuola di Zhuxi (1130-1200), che interpretava il Cielo (Tian) nel contesto metafisico di un principio razionale (li) e una forza o energia fisica, ma impersonale (qi), che insieme formavano tutto l'universo, ove ogni principio particolare si riconduceva a un «Principio Ultimo» (Taiji). Ricci considerò tale modo di comprendere il «Cielo» come ateista e perciò «non autentico» e fece appello a un «ritorno» a ciò che lui chiamò il «Confucianesimo originario» (Xianru) degli antichi saggi. Cercò di convincere i letterati che il cristianesimo rappresenta un recupero e allo stesso tempo un compimento della più antica tradizione dei saggi cinesi della dinastia Zhou (1122-256 a.C.), nella quale Ricci individuava un'epoca «ideale» del pensiero cinese. Questo era caratterizzato da una fede in una forza trascendentale di natura personale, cioè in un «Signore nell'Alto» (Shangdi). Ricci stesso in seguito citò la famosa frase del dottore Paolo, cioè Xu Guangqi (1562-1633), il primo letterato convertito al cristianesimo, per riassumere la missione del cristianesimo in Cina: «rigettare il buddhismo e avvicinarsi al confucianesimo».
Ricci si sforzava di creare una nuova retorica cinese della pre-evangelizzazione, cioè un discorso che non solo fosse comprensibile ai cinesi, ma anche radicato e fondato su una tradizione e su una terminologia che faceva parte indelebile della loro storia del pensiero. Si potrebbe dire che Ricci si accingeva non tanto a piantare il Vangelo come un albero già maturo, ma cresciuto in terra straniera, quanto a scoprirne i semi presenti ab antiquo nel suolo fertile della cultura e della filosofia cinesi. La 18ª sentenza del Trattato sull'Amicizia nella traduzione italiana di Ricci stesso esprime succintamente il dilemma del letterato venuto dall'Occidente, la cui missione era di essere amico del popolo cinese e allo stesso tempo di proclamare il Vangelo: «L'amico retto non sempre fa a voglia dell'amico né sempre va contra al suo parere: quando tiene raggione, la segue; quando non tiene raggione, gli resiste. Però il parlare la verità è il proprio officio dell'amico».


Fonte:

POPOLI

11 aprile 2010