Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Vi lascio davanti una porta aperta

di Raffaele Lindt

In questo mese si celebra il 400 anniversario della morte del gesuita Matteo Ricci, uno dei più grandi e geniali missionari della Compagnia di Gesù e dell’intera Chiesa. Alcune sue intuizioni hanno fatto scuola: i missionari di ogni continente gli devono molto.

Era l’11 maggio 1610 e il cammino del Vangelo in Cina faceva un altro passo avanti. 58 anni prima, nell’autunno del 1552, su una sperduta isoletta di fronte alla costa della Cina, in una capanna di frasche, tra le occhiate sospette dei locali e il gracchiare dei gabbiani, il grande missionario gesuita Francesco Saverio, in preda a una febbre terribile che lasciava presagire una fine imminente, offriva le sue sofferenze per un grande ideale. Tra i brividi e la tosse, mentre fuori il cielo si oscurava all’arrivo di un altro tifone, chiedeva a Dio che lo chiamasse a sé, se questa era la Sua volontà, ma che mandasse qualcuno a portare il Vangelo anche in Cina. Francesco non c’era riuscito. Aveva evangelizzato l’India e il Giappone, ma si era fermato alle porte del Celeste Impero prima di andare a ricevere il premio preparato dal Padre per i suoi servi fedeli.

PREGHIERE ESAUDITE

Il 6 ottobre di quell’anno, a Macerata, ridente e assolata cittadina delle Marche, era nata la risposta alle sue preghiere: si chiamava Matteo Ricci. Il padre farmacista aveva grandi progetti per il piccolo Matteo che cresceva obbediente, sereno e dotato di un’intelligenza superiore alla media. In quegli anni, alcuni membri di un nuovo ordine religioso, fondato una ventina di anni prima da un uomo d’arme spagnolo, il quale, rimasto azzoppato in battaglia, aveva deciso di percorrere sentieri dove la sua gamba non lo avrebbe rallentato, erano arrivati a Macerata e vi avevano aperto una scuola. Si guadagnarono subito l’ammirazione e la fiducia delle famiglie locali e il signor Ricci decise di mandare due dei suoi figli a studiare con loro. Il prete zoppo si chiamava Ignazio di Loyola, i suoi compagni furono chiamati gesuiti, il giovane Matteo ne fu affascinato. Presto ne seguì il cammino spirituale e trovò la perla preziosa per la quale vendere tutto. Nel 1571 entrò in noviziato. Nel 1578, avendo chiesto di essere inviato in missione, fu mandato a studiare la teologia nel seminario gesuita per missionari, in India, a Goa. Nel 1582 fu ordinato sacerdote e raggiunse Macao, una colonia portoghese che rappresentava la porta per la Cina. Una porta fino allora ermeticamente chiusa.

INIZIA L’AVVENTURA

Padre Matteo Ricci con il mandarino Xu QuangqìMatteo e il suo compagno pugliese Michele Ruggieri decisero che per entrare in Cina bisognava fare due cose. Di una si pentirono. La prima fu di studiare la lingua e la cultura cinese. Come lui stesso scrisse: “Si deve diventare bambini e imparare di nuovo a leggere e scrivere”. Il grande scienziato dovette sperimentare l’umiliazione di tornare analfabeta, di non sapere leggere e scrivere, di non poter comporre una lettera senza l’aiuto di uno scrivano. Al tempo stesso Ricci era cresciuto studiando a Roma e a Firenze durante lo splendore rinascimentale. Aveva amato Cicerone e Aristotele, l’arte della retorica e della pittura, l’architettura raffinata e la ricerca scientifica che i suoi fratelli gesuiti coltivavano con lo stesso zelo e forse più prudenza del contemporaneo Galileo Galilei. La civiltà cinese apparve ai suoi occhi come uno splendore di cultura e progresso di organizzazione sociale e di tradizioni millenarie, nella quale entrare con rispetto e ammirazione. Il grande filosofo Confucio fu paragonato ad Aristotele, i classici cinesi a Cicerone. Come il Rinascimento aveva “battezzato” la cultura classica latina e greca trasfigurandola alla luce del Vangelo, così Ricci sognava di fare con la cultura cinese. Della seconda scelta Matteo e Michele si pentirono, dopo averne provato per ben otto anni la difficile applicazione. Entrando in Cina essi avevano visto i monaci buddisti con le loro vesti arancioni e le pagode immerse nell’incenso, le preghiere litaniche e i fedeli a mani giunte. “Questi sono i loro preti – pensarono – vestiamoci come loro per far capire che anche noi siamo preti”. Il funzionario locale fu ben contento che i nuovi arrivati stranieri entrassero in una categoria già esistente e raccomandò ai gesuiti di comportarsi come un’altra setta buddista. Per l’annuncio del Vangelo fu un disastro. Anche per il fatto che la traduzione cinese del catechismo era agli inizi, i pochi fedeli che si avvicinavano a Matteo erano nutriti più di curiosità che di fede e andavano a casa più confusi che redenti.

L’AMICO

La Provvidenza intervenne. Matteo divenne amico di alcuni confuciani, la classe intellettuale della Cina, i maestri, i funzionari, gli esaminatori dei concorsi per una carriera nel governo. Egli scoprì la bellezza della tradizione confuciana, basata sul rispetto, sulla benevolenza, sulla giustizia, sulle buone maniere, sullo studio e sul senso del dovere. Ne fu affascinato. Buttò via l’abito buddista e si gettò con entusiasmo alla scoperta del confucianesimo, che gli parve proprio come lo stoicismo ciceroniano o la saggezza aristotelica. A Nanchino Matteo divenne amico in particolare con Xu Guangqi, un altolocato funzionario. Questi a sua volta divenne amico di Gesù e ricevette il battesimo, prendendo il nome Paolo. La sua fede fu esemplare e contagiosa e recentemente la diocesi di Shanghai ha aperto il processo per la sua causa di beatificazione. Il cuore si fa capire in ogni lingua. Più della matematica e l’astronomia, nelle quali era esperto, più della memoria prodigiosa che gli permetteva di impressionare gli uditori leggendo centinaia di caratteri cinesi e ripetendoli a memoria, più dei doni preziosi o curiosi arrivati dall’Occidente (orologi, astrolabi, mappamondi, libri, prismi e il clavicordio), quello che aprì i cuori dei Cinesi al messaggio di Matteo Ricci fu la sua personale cordialità e la sua sincera amicizia. Secondo i rigidi schemi della buona educazione cinese, certo, ma con qualcosa in più che in Cina non avevano mai provato: era come se attraverso quell’uomo dal barbone bianco il cuore fosse toccato da qualcosa, o qualcuno, misterioso e irresistibile. “I cristiani la chiamano carità – spiegò Ricci – Viene da Dio”.

Un giorno però il signor Paolo Xu disse a Matteo che doveva lasciarlo: era stato promosso e trasferito a Pechino. Con una faccia tosta più italiana che confuciana, Matteo Ricci disse: “Ottimo, vengo anch’io”. Si trasferì nella capitale e con la pubblicazione di libri, la predicazione e altre amicizie fece giungere fino alla corte imperiale il messaggio di Gesù.

Fino all’ultimo respiro, nel 1610, Matteo Ricci volle annunciare il Vangelo ai cinesi in cinese, parlando la loro lingua, scrivendo la loro scrittura, mangiando le loro vivande, ma soprattutto ascoltando il loro cuore. Oggi a Pechino c’è la sua tomba, nella Chiesa la sua memoria, nella grande Cina la sua Chiesa. La porta si era aperta.


Fonte:

Il Bollettino Salesiano

26 aprile 2010