Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Riusciranno la Cina e l’Italia ad "incontrarsi" all’Expo di Shangai?

di Costante Portatadino, presidente della Fondazione Europa e Civiltà

Shanghai inaugura il 1° Maggio la più gigantesca ed emblematica Esposizione universale mai vista da almeno cent’anni. Forse sarà soltanto una manifestazione di potenza, forse si aggiungeranno scampoli di antica finezza orientale, difficilmente ci saranno occasioni per seri richiami alle libertà civili, religiose e politiche da sempre conculcate. L’Occidente ha molto più bisogno ora, che non al tempo delle Olimpiadi di Pechino, della collaborazione economica e politica cinese, ma non dovrebbe rassegnarsi a recitare la parte del turista o dell’espositore di cartoline illustrate e di souvenir per attirare i nuovi ricchi cinesi alla scoperta dell’Europa e dell’America.

Capire la Cina: l’Expo 2010 potrebbe essere un’occasione unica per capire e per farsi capire. Un punto di dialogo ovvio ma importante è il padiglione italiano, il suo programma di eventi, il suo carnet espositivo. Un rapido sguardo al sito internet (www.expo2010italia.gov.it) è sufficiente per riconoscere lo sforzo di presentare un’immagine credibile della cultura e della operosa creatività del nostro paese. Tuttavia sembra un immagine standard, buona per ogni occasione, che non abbia individuato un tema e un linguaggio veramente comuni all’interlocutore cinese.

È un evento esterno al padiglione fieristico ad offrire, invece, un esempio veramente importante del giusto metodo. Mi riferisco alla mostra Matteo Ricci. Incontro di civiltà nella Cina dei Ming, dedicata al grande missionario gesuita di cui ricorre il prossimo 11 maggio il quarto centenario della morte. Presentata lo scorso anno in Vaticano in una versione “italiana” con il titolo Ai crinali della storia, è stata proposta al pubblico cinese a Pechino il 6 febbraio al museo Capital e dal 3 aprile al 23 maggio sarà a Shanghai al museo cittadino (si vedano: padrematteoricci.it e mondomostre.it).

L’eccezionale interesse della mostra discende solo parzialmente dalla altissima qualità delle opere esposte, in modo preponderante dal personaggio cui è dedicata. Matteo Ricci o Li Madou secondo la traslitterazione cinese, è il fondatore della missione dei gesuiti in Cina a partire dal 1583, inizialmente insieme a padre Michele Ruggieri, poi con altri pochi compagni. Imparato alla perfezione il cinese mandarino, approfondisce pazientemente la cultura cinese classica, fino a farsi riconoscere come “letterato”: una condizione civile, più che una professione, tanto che nel 1595 ne adotta l’abito e lo stile di vita, convinto di poter meglio rappresentare la propria missione di sacerdote cristiano in questo modo, piuttosto che con quello di “monaco”, mutuato dalla tradizione buddista. Questa scelta consente a Ricci di accreditarsi con principi e funzionari di alto rango, di stringere amicizie tanto importanti da poter sperare di essere introdotto alla corte dell’imperatore Wanli, cosa che accade nel 1601.

L’imperatore accetta i doni straordinari che gli offrono Ricci e il suo compagno Pantoja, particolarmente un orologio meccanico, di cui ordina che i matematici di corte apprendano il funzionamento. Inizia una collaborazione in campo scientifico, specie astronomico, matematico e geografico che porta Ricci ad essere nominato mandarino e dotato di un appannaggio statale. Nei successivi dieci anni fino alla morte, avvenuta all’età di 57 anni, si intrecciano le attività scientifiche e letterarie con quelle missionarie e teologiche, che rimangono lo scopo preminente e definitivo di Ricci. Se le conversioni al Cristianesimo restano rare, i frutti ottenuti sono di grande importanza: l’apertura della Cina allo straniero, la benevolenza dell’imperatore che consentirà, per la prima volta nella storia, la sepoltura di uno straniero in terra cinese e, soprattutto, la definizione di un metodo di evangelizzazione del tutto indipendente dal potere impositivo di una forza esterna, civile o coloniale, ma basato solo sulla corrispondenza tra esigenze della ragione e annuncio evangelico.

Non interessa qui approfondire i successivi sviluppi della missione dei gesuiti, né la “questione dei riti” che portò anche alla sconfessione del metodo ricciano, di cui nemmeno la mostra si occupa; ci basta riprendere il tema della possibilità di dialogo tra mondi così lontani come Occidente e Cina, avvicinati solo apparentemente dalla globalizzazione. Non c’è dubbio che la Cina, almeno nella sua parte evoluta (istituzioni politiche, dirigenti, industriali, banchieri, scienziati) “conosca” l’Occidente. Non sarei altrettanto sicuro che lo “capisca”, che voglia capirlo, nel senso di confrontare veramente i valori ispiratori di ambedue e cercare un tessuto comune. Ma sono ancor più certo che l’Occidente non conosce abbastanza la Cina, né quella storica, né quella attuale e non ha quindi le basi intellettuali per capirla. Forse non ne ha nemmeno l’interesse, se il giudizio sommario è quello di “gente che ci copia, che fa concorrenza sleale, che non rispetta i diritti umani, eccetera, ma sono troppi e troppo forti e quindi bisogna andarci d’accordo, costi quel che costi”.

Come può avvenire un approccio alla Cina non bassamente commerciale, non opportunistico, non inutilmente conflittuale? Può servire l’esempio del missionario-letterato Matteo Ricci, magari non solo ai missionari di oggi? Le somiglianze sono molte. I nuovi mandarini sono i funzionari dello Stato e del Partito, chiusi in una loro logica ferrea, benché parlino un inglese assai corretto e si comportino, almeno nelle relazioni internazionali, senza arroganza e con un sano pragmatismo. Il Partito è il nuovo imperatore, invisibile, non più identificabile nemmeno in un personaggio simbolico come ai tempi di Mao o di Deng, ma ancor più onnipresente e onnisciente, impenetrabile, come rinchiuso in una nuova città proibita, impossibile a “convertirsi”, nemmeno ad aprirsi ad un dialogo, nemmeno ad accettare il pur modesto canale di confronto di Internet.

Come Ricci occorre immedesimarsi, essere “cinese” senza rinunciare ad essere se stesso, con uno studio accurato del “cuore” dell’interlocutore, con la forza di una ragione applicata alla realtà senza riduzioni, con la proposta di una possibile convergenza ad un livello di interesse superiore, con la pazienza necessaria non ad uno scambio di merci, ma di valori. Andare a Shanghai oggi è facile, coinvolgersi in qualche business è possibilissimo, intaccare la corazza del sistema di potere impossibile, cercare di capire richiede tale umiltà e studio che può apparire un compito improbo e nello stesso tempo irrinunciabile.


Fonte:

ilsussidiario.net

1 maggio 2010