Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La morte a Pechino un dono alla missione

di Gianni Criveller

Il privilegio della sepoltura sancì definitivamente la legittimità della presenza cristiana

«Maestro Ricci, ormai in fin di vita, si confessò di nuovo e chiese di ricevere la santa Comunione. Appena che il confratello sacerdote la portò al suo letto secondo il rito, Maestro Ricci si sforzò di alzarsi e la ricevette, prostrandosi incessantemente in riverenza. I confratelli a causa della gravità della malattia volevano che lui rinunciasse a tali riverenze e tornasse a letto per riposare, ma Maestro Ricci non osava trasgredire con leggerezza neanche la più piccola regola della riverenza. Poco dopo, ad un tratto, chiuse gli occhi, come assorto in pensiero, e seduto serenamente morì». Le parole sono tratte dalla prima biografia in cinese dedicata a Matteo Ricci, scritta nel 1630 dal missionario gesuita Giulio Aleni. Erano le sette di sera dell'11 maggio 1610: Ricci aveva 57 anni e 7 mesi. Morì a Pechino, dove ottenne dall'imperatore Wanli un terreno di proprietà pubblica per la sua sepoltura. Il privilegio fu ottenuto grazie agli amici influenti di Ricci, che aiutarono i suoi confratelli a scrivere le petizioni alla corte. Il Gran Segretario Ye Taishan motivò il privilegio con una frase passata alla storia: «Dall'antichità ad oggi non si è mai visto uno straniero venuto qui e che abbia avuto la virtù e la scienza di Ricci».
Morendo a Pechino, Ricci mostrò che aveva davvero scelto la Cina come dimora definitiva, e che la sua missione non aveva altri scopi. I suoi confratelli si resero subito conto che, conquistando il diritto alla sepoltura, Ricci aveva fatto un ultimo e grande dono alla causa della missione. Quel privilegio, mai concesso prima ad uno straniero, sancì definitivamente la legittimità della presenza cristiana. Ciò che Ricci non poté ottennere formalmente da vivo - un decreto dell'imperatore che sancisse la libertà della predicazione cristiana - lo ottenne, di fatto, con la sua morte e sepoltura a Pechino.
Ritorna il tema dell'importanza di Pechino nella vicenda missionaria di Ricci (come abbiamo già visto nella prima puntata della rubrica). La città dell'imperatore era il punto di arrivo per ottenere la libertà, e il punto di partenza per poter raggiungere tutta la Cina. Erano già molti anni che Ricci aveva interiorizzato in modo profondo questa meta. Nel 1595, per la prima volta, Ricci ebbe una possibilità concreta di raggiungerla al seguito del Ministro della guerra Shi Lou, il quale però lo lasciò a Nanchino, dove il missionario fu respinto. In quello sfortunatissimo viaggio, Ricci perse anche il compagno cinese João Barradas, annegato nel corso di un incidente in cui lo stesso Ricci si salvò per miracolo. Tutto sembrava andare, insomma, per il verso sbagliato. Ricci superò il grave scoraggiamento grazie a un sogno, che ebbe luogo il 25 o 26 giugno 1595, e fu raccontato per la prima volta in una lettera all'amico Gerolamo Costa del 28 ottobre 1595, dunque solo quattro mesi dopo. Il missionario racconta che un uomo sconosciuto, qualificatosi poi come il Signore, lo incoraggiò a proseguire nella missione. «Allora io, gittatomi a' suoi piedi e piangendo dirottamente, dissi: "Dunque, Signore, giacché sapete questo, perché fin ora non mi avete aiutato?" Disse egli allora: "Andate pure in quella città, - e parea che mi mostrasse Pachino -, e quivi vi aiuterò». Le parole che concludono il dialogo sono impressionanti, dal momento che Ricci non poteva in nessun modo immaginare che la predizione si sarebbe realizzata.
La tomba di Ricci si trova ancora, 400 anni dopo, nel terreno concesso dall'imperatore. Tempo fa quel terreno è stato requisito per farne la scuola dei quadri del Partito comunista. Ma le tombe di Ricci e dei suoi compagni sono ancora lì, all'ombra di maestosi cipressi.


Fonte:

MissiOnLine

1 maggio 2010