Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci: chi era costui?

di Alessandro Armato

Cosa sanno gli studenti italiani del missionario forse più grande di ogni tempo? Abbiamo letto per voi i manuali di storia in uso dei Licei. Ecco il risultato

«GESUITI EUCLIDEI vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming». Così cantava, alcuni anni fa, Franco Battiato in Centro di gravità permanente. Sono parole che conoscono un po' tutti. Ma pochi sanno che si riferiscono all'esperienza missionaria in Cina, tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, di due dotti italiani della Compagnia di Gesù: Matteo Ricci e Michele Ruggieri. E dunque, è tutt'altro che teorico il rischio che uno studente italiano che affronta la maturità ignori (o conosca solo superficialmente) la figura e l'opera di Li Madou (questo il nome cinese di Ricci).
I testi in adozione nelle scuole superiori, in verità, fanno riferimento, in modo più o meno ampio, alla figura di Matteo Ricci, collocandola sullo sfondo della Controriforma e dell'espansione occidentale verso Oriente. Non mancano purtroppo le eccezioni negative: Ricci - ad esempio - non viene nemmeno nominato nel volume La storia al presente, curato per Paravia da G. de Luna, M. Meriggi, G. Albertoni. Mentre nei volumi Profili storici, a cura di A. Giardini, G. Sabbatucci, V. Vidotto (Laterza), La Storia, a cura di F. Della Peruta, G. Chittolini e C. Capra (Le Monnier), Storia. Fatti e interpretazioni, a cura di Franco Bertini (Mursia scuola) compaiono brevi accenni alla missione in Cina di Matteo Ricci, a nostro giudizio inadeguati rispetto alla statura culturale del grande missionario marchigiano.

FORTUNATAMENTE a Ricci dedicano maggior attenzione altri testi. Elementi di Storia, manuale scolastico della Zanichelli, curato da A. Camera e R. Fabietti, è il libro che dedica maggior spazio alla figura di Matteo Ricci e alla sua idea di "farsi Cina" per evangelizzare il popolo del Celeste impero. Sul gesuita c'è anche una scheda di approfondimento di quattro pagine densa di concetti. Matteo Ricci, assieme a Roberto Nobili, che adottò in India la stessa tecnica «mimetica» utilizzata dai gesuiti in Cina, viene presentato come un pioniere del dialogo tra culture e religioni. Entrambi - si legge - «sono consapevoli dell'impossibilità di esportare presso popoli di tradizione e mentalità profondamente diverse le idee, i riti e i termini familiari all'Occidente europeo» e pertanto si propongono «il compito di cristianizzare tali popoli dal di dentro, cioè aderendo, per quanto possibile, alle loro abitudini e alle loro sensibilità». Per questo Matteo Ricci non esita a indossare l'abito dei bonzi buddhisti, e più tardi - resosi conto che i bonzi sono disprezzati dalla burocrazia imperiale - gli usi e costumi dei letterati confuciani, i mandarini. Per questo impara la lingua locale così bene da arrivare a pubblicare trattati di morale, teologia, matematica e cartografia in cinese. E sempre per questo Nobili, in India, veste alla maniera dei bramini e accetta le cerimonie religiose non dichiaratamente idolatriche.

UN DISCRETO SPAZIO alla figura di Matteo Ricci è dedicato anche nel volume dell'editrice salesiana Sei, Sette secoli d'Europa, curato da G. Bordino, A. Chiattella, F. Gatti, G. Martinetti. Dopo aver sottolineato che tra il Cinquecento e il Seicento il regno del Portogallo sostenne l'opera di evangelizzazione dei missionari gesuiti, il volume accenna alla missione in Giappone di Francesco Saverio e poi spiega che «l'opera di evangelizzazione dei cinesi fu avviata dai gesuiti Michele Ruggieri e Matteo Ricci». Si legge che «il Ricci giunse a Macao nel 1582 e nel 1601, dopo un ventennio di tenace studio degli atteggiamenti dei letterati confuciani, seppe guadagnarsi l'attenzione degli ambienti di corte, anche grazie alle sue conoscenze delle scienze matematiche, cartografiche e astronomiche. Tuttavia, egli e i missionari che lo seguirono non riuscirono nell'opera di evangelizzazione dei cinesi, a causa delle limitazioni imposte dalla corte imperiale cinese».
Alla figura di Matteo Ricci è attento anche il volume della Loescher L'Europa e il mondo nella Storia, a cura di M. L. Salvadori e M. Tuccari, che oltre a sottolineare che «l'isolazionismo (cinese, ndr) non impedì che i missionari cattolici fossero accolti con larghezza di vedute» e che «tra loro la figura di maggiore spicco fu quella del gesuita Matteo Ricci», propone anche un boxino di approfondimento sul «gesuita mandarino», visto come campione del dialogo interculturale fondato sullo studio approfondito dell'«altro».
Nel volume Storia 1 Dal Trecento alla metà del Sicento, curato per Garzanti scuola da A. Zorzi, A. Zannini, W. Panciera, S. Rogari, c'è un paragrafo interamente dedicato a Matteo Ricci nel capitolo sulla Controriforma cattolica, corredato da una cartina che illustra i viaggi dei gesuiti missionari e da un brano di approfondimento, tratto dai Commentari della Cina di Matteo Ricci, sull'importanza della virtù della cortesia presso i cinesi. Viene messa in rilievo, in particolare, la differenza tra il carattere autoritario dell'evangelizzazione spagnola rispetto a quello "dolce" dei missionari italiani. «Senza voler prevaricare la cultura locale - si legge - Ricci presentò il cristianesimo come un sistema filosofico e morale che arricchiva il confucianesimo, sostituendo il buddhismo; tradusse espressioni quali Dio o paradiso con ideogrammi (e quindi concetti) già presenti nella tradizione cinese; nominò ed espose raramente il crocifisso per non dare un'espressione funerea della parola di Cristo».


Fonte:

MissiOnLine

1 maggio 2010