Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci profeta dell’Inculturazione

di Paola Vismara, Vicedirettrice Missio-Centro Missionario Diocesano

In occasione del 4° centenario della morte: Matteo Ricci, profeta dell’Inculturazione nello splendore dei Ming

Dire: ‘missionario in Cina’ in questa diocesi di Bolzano-Bressanone, significa alludere a san Giuseppe Freinademetz, il santo missionario verbita originario della Val Badia! E chi altro se non lui?

Ma dire: ‘missionario in Cina’ nella città e nella diocesi di Macerata, significa alludere a Matteo Ricci, padre gesuita –nato a Macerata- che si fece cinese con i cinesi già nel 1600, unico ‘straniero’ accolto alla corte della Dinastia imperiale dei MING, la cui ‘grandeur’ artistica è stata sotto gli occhi degli innumerevoli visitatori della Mostra organizzata a Ca’ dei Carraresi, nel centro storico di Treviso.

Perché parlare di questo gesuita, nato a Macerata nel lontano 1552 e morto a Pechino l’11 maggio del 1610? Appunto perché l’11 maggio 2010 ricorre il 4° centenario della sua morte, e perché nella storia della ‘missione ad-gentes’ egli è a ragione il PRECUSORE DELL’INCULTURAZIONE.

Per conoscere meglio questo grande missionario ( cui il nostro San Ujöp si sarà senza dubbio ispirato) il 25 aprile scorso una trentina di persone da Bolzano e Laives si sono recati in ‘gita’ a Treviso…tutti membri di alcuni Gruppi Missionari parrocchiali, hanno accolto l’invito del Centro Missionario Diocesano e nella giornata di fraternità prevista dal ciclo di incontri, hanno partecipato intensamente a questa immersione culturale’ nell’inaspettata realtà di splendore artistico e non sol: la mostra : “I segreti della città proibita- La via della seta e la civiltà cinese.”

Non si poteva infatti capire la ‘statura missionaria’ di Matteo Ricci e la sua importanza nell’evangelizzazione della Cina, il suo ruolo di ‘ponte’ tra la cultura rinascimentale italiana ed europea e quella incredibilmente superiore della Cina sotto la dinastia dei Ming, se non IMMERGENDOSI in quella stupenda esposizione di pezzi rarissimi ed unici, arrivati a Treviso dal Museo e dagli scavi archeologici di Pechino, che hanno fatto emergere, solo pochi anni fa, opere d’arte indescrivibili per raffinatezza e preziosità.

Il cuore della missione di Matteo Ricci è infatti l’aver colto la ‘potenza evangelizzatrice’ della cultura.

Per fare un esempio legato alla storia greca, non è forzatura dire che “il cavallo di Troia” per poter entrare alla Corte dell’Imperatore è stato…l’OROLOGIO…sì, proprio quel meccanismo che incuriosiva i dotti cinesi che non ne avevano mai visto uno simile! “La macchina per misurare il tempo”, insieme con la straordinaria memoria di cui Ricci era dotato, il suo assoluto rispetto per la cultura, i costumi, le tradizioni dei Cinesi, il suo profondo entrare in relazione con la classe più colta ( dopo un periodo in cui aveva vestito il saio dei bonzi) grazie alla conoscenza perfetta della lingua cinese (in soli 3 anni l’aveva assimilata!)…tutto questo fece di Matteo Ricci non un santo né un martire, ma sicuramente un modello per qualsiasi missionario che oggi e in futuro voglia vivere in pienezza l’inculturazione auspicata da tutti i documenti recenti della Chiesa.

Astronomo e teologo, studente di diritto e matematico, missionario e diplomatico, scienziato e esperto conoscitore della Cina, è riuscito a far incontrare due grandi civiltà: quella d’Oriente (Cina) e quella dell’Occidente (Europa). Di lui hanno scritto: “Se l’Occidente ha scoperto la Cina con Marco Polo, i Cinesi hanno scoperto l’Occidente grazie a Matteo Ricci”. Non solo: il suo voler essere presente nel più alto ceto sociale, quello dei Mandarini e dei Letterati, arrivando persino ad indossare la raffinata veste di seta e a farsi condurre “in portantina”, alla fine si rivelò la mossa vincente: l’Imperatore in persona lo chiamò alla sua corte nel 1601. Ricci “non chiedeva nessun privilegio alla corte”, ma chiedeva di poter mettere a servizio del sovrano tutto ciò che conosceva delle “scienze del grande Occidente” da cui era venuto. Questo invito da parte dell’Imperatore Wan-Li ( di cui abbiamo ammirato la corona, il manto imperiale, vasi giganteschi di porcellana e persino la sputacchiera in giada e oro!) era il risultato della lettera e dei doni che Matteo Ricci gli aveva fatto pervenire poco tempo prima: dipinti sacri, un grande atlante, prismi di vetro che riflettevano la luce, clessidre a sabbia, monete d’argento europee, la riproduzione della madonna di Santa Maria Maggiore, un clavicembalo con 8 composizioni e due orologi meccanici.

L’Imperatore rimase affascinato da tanti oggetti sconosciuti e preziosi: per la prima volta scoprì l’esistenza di altre terre e altri Regni, era stato Matteo Ricci in persona a disegnare la carta del globo!…fu il primo ‘mappamondo’ che varcava la soglia della grande Cina… Matteo Ricci chiamò la Cina “il Regno di mezzo”, anche per dar valore a quell’immenso regno che divenne la sua patria d’adozione. Come segno di grande riconoscenza, l’Imperatore diede al Ricci il permesso di risiedere a Pechino – cosa davvero eccezionale- e gli assegno’ persino una rendita fissa, nonché il permesso di entrare periodicamente nel palazzo imperiale per la manutenzione degli orologi!…

Entrare nel palazzo imperiale voleva dire varcare la soglia delle “Città proibita”…uno straordinario complesso architettonico fatta costruire tra il 1406 e il 1421 dal terzo Imperatore della dinastia dei Ming -di cui a Treviso abbiamo ammirato in un modellino in miniatura (scala 1:300) che comunque copriva ben 40 metriquadri! Realizzato in legno di tiglio/paulonia l’opera lascia a bocca aperta…sia per la raffinatezza e precisione dei dettagli, sia perché dà l’idea della vastità di quella “città nella città” che era appunto la residenza dell’Imperatore e della sua corte nella Pechino del ‘600, che Matteo Ricci vide continuamente per 10 anni, prima della morte, avvenuta per sfinitezza nel 1610.

Noi tutti, un po’ ammalati di ‘eurocentrismo’, tartassati da quei prodotti cinesi di scarsissimo valore che trionfano sulle bancarelle e nei negozi, ultimo approdo di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, consapevoli della schiavitu’ odierna cui sono destinati la maggior parte degli immigrati cinesi che lavorano senza sosta e senza diritti…tutti noi facciamo una gran fatica ad immaginare “il secondo rinascimento cinese” della dinastia dei Ming (parola/ideogramma che significa “splendore”), con la fioritura delle arti, lo straordinario progresso della produzione di porcellana e della seta, lo sviluppo del ricamo con fili di seta finissimi e della pittura su lunghi rotoli che abbondano in dettagli di una precisione più unica che rara. Tra la fine del XIV secolo e la metà del XVII, l’Impero cinese diventa la prima Potenza economica mondiale e le sue favolose ricchezze costituiscono un’attrazione irresistibile per l’Occidente.

Ed è proprio nel cuore più segreto ed inaccessibile di questa prima potenza al mondo che Matteo Ricci- definito “Italicus maceratensis” su una lapide funeraria scritta in latino e in cinese- riesce a portare il Vangelo, a battezzare, a fondare ben 4 residenze dei missionari gesuiti, ad iniziare la costruzione della prima Chiesa pubblica, a stringere relazione profonde con “ingenti folle di uomini illustri” che “vennero a piangerlo secondo il costume” quando egli morì, come scrive un cronista del tempo.

Il segreto di tanta ‘forza evangelizzatrice’ sarà senz’altro dono dello Spirito Santo… ma crediamo anche frutto di due qualità umane di grandissima attualità: l’assoluto rispetto per l’altro, per la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi costumi; il grande valore dato all’amicizia, tanto da dedicare a questa virtù un trattato in lingua cinese! In esso molte massime si riferiscono al significato degli antichi ideogrammi, come: “Dio ha dato agli uomini una coppia di occhi, di orecchi, di mani, di piedi per farci capire che si può portare a buon fine qualsiasi cosa, se due amici si aiutano tra loro. Nell’antica scrittura l’ideogramma ‘amico’ era formato da ‘due mani’ delle quali non si può fare a meno; l’ideogramma ‘compagno’ era composto di ‘ala e ala’, cioè due ali: soltanto con esso l’uccello può volare. Non sarebbe forse così che gli antichi saggi hanno consideratogli amici?”

(“Trattato sull’amicizia” di Matteo Ricci al n°56)


Fonte:

missio - Centro Missionario Diocesano Bolzano - Bressanone

11 maggio 2010