Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La ventunesima traduzione delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini

Questo mese abbiamo deciso di dedicare le puntate della rubrica ricciana al ricordo della scomparsa di Matteo Ricci, avvenuta ormai quattrocento anni fa, l’11 maggio del 1610. Abbiamo così estrapolato dall’opera ricciana di Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina la narrazione degli ultimi momenti di vita del gesuita, il quale, ammalatosi per quel che a prima vista sembrava un semplice mal di testa, presto lascia intendere che, invece, non si sarebbe più rialzato. É interessante notare che Ricci, sul letto di morte, manifesta il desiderio di esprimere i suoi rallegramenti e la sua stima al Padre Cuton, poiché era riuscito in una grande impresa: convertire al cristianesimo il Re di Francia.

Questa parte di testo, aggiunta posteriormente e scritta da Nicolas Trigault, (secondo Pasquale D’Elia attorno alla fine del 1614 e i primi mesi del 1615), ha come fonte documentaria principale la lettera del 1610 scritta dal P. Ferreira e tradotta in latino dallo stesso Trigault nel 1613, e si basa principalmente sulla testimonianza di Sabatino de Ursis, il quale visse in prima persona i momenti della malattia e della morte di Ricci. …] Dunque, un giorno, ritornato a casa stanco da una visita ad alcuni ospiti, si mise a letto. All’inizio i confratelli credettero che avesse il suo consueto mal di testa che, quando ne veniva colpito, cercava di allontanare con il poco riposo di un sol giorno. Però a chi lo interrogava disse che non era così: che quella prostrazione generata dall’eccessivo lavoro e la fatica sarebbe stata mortale. Della qual cosa non solo non fu affatto turbato ma, non molto dopo, interrogato da uno dei confratelli su cosa avesse, disse che in quello stesso momento era scisso fra due cose e non sapeva quale scegliere, se quelle ricompense eterne che risultavano più vicine, o le più lunghe fatiche in quella missione cristiana.

Era caduto malato il tre maggio e in quel giorno il neofito dottor Leone [Li Zhizao] che già stava sconfiggendo la malattia grazie al quotidiano miglioramento del suo stato di salute, gli mandò il medico del quale si serviva; poiché i suoi medicamenti non procuravano per alcuni giorni alcun miglioramento, i confratelli convocarono i sei medici più noti della città i quali, non avendo trovato un accordo, lasciarono tre tipi di farmaci e i confratelli rimasero nell’incertezza della scelta.

Non appena si venne a sapere della malattia del Padre, la casa fu gremita giorno e notte di neofiti; [...] Infine, gli fu dato uno dei farmaci, ma senza risultato: fra il dolore di tutti, solo l’ammalato sembrava provare sollievo, come se ora stesse raggiungendo la meta delle sue fatiche. Ci fu in lui sempre un’ilarità rara, cosa che alleviava non poco il dolore dei confratelli e dei neofiti. […]

Il giorno seguente, di primo mattino, si preparò a ricevere il viatico e, benché la malattia l’avesse così fortemente indebolito,[…] raccolse le forze e da solo, senza l’aiuto di nessuno, sceso dal letto si inginocchiò. Mentre recitava la preghiera della confessione solenne e mentre colloquiava soavissimamente con il Signore stesso, si profuse in lacrime al punto che tutti quelli che erano presenti vicino a lui, neofiti e persone di casa, piansero le stesse lacrime di devozione. […]

Uno dei Padri gli chiese se si rendeva sufficientemente conto in quale situazione lasciava i suoi fratelli così grandemente bisognosi del suo aiuto. “Vi lascio” disse “su una soglia aperta a grandi meriti, ma non senza molti pericoli e tribolazioni”. […] Di quale zelo ardesse, si comprese facilmente allor quando lo si udì mormorare con gli ultimi sospiri: “Io amo moltissimo nel Signore il Padre Coton che risiede presso il re di Francia; avevo deciso di scrivergli quest’anno, sebbene non lo conosca, e congratularmi per la gioia da lui procurata a Dio e dargli privatamente notizie dello stato della nostra missione. Vi chiedo, poiché ora non mi sarà assolutamente possibile, di scusarmi con lui”. […]

Conversando all’incirca in questo modo soavemente, ora con i nostri, ora con i neofiti, giunse a l’undici di maggio, nel qual giorno, verso sera, seduto nel letto, restituì l’anima a Dio senza alcun movimento o contorsione del corpo, e socchiudendo gli occhi, come per prepararsi al sonno, si addormentò dolcissimamente nel Signore. […]

Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 603-607.


Fonte:

Cronache Maceratesi

16 maggio 2010