Dopo una breve pausa riprendono gli appuntamenti dedicati alla messa in rete di stralci tratti dalle opere di padre Matteo Ricci. Questa settimana pubblichiamo una piccola porzione di testo relativo al IV capitolo dell’opera ricciana Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina. In questo breve segmento il gesuita maceratese descrive i principi che dettano l’esempio di vita, gli usi e i costumi dei padri cattolici e sui quali si deve basare la dottrina cattolica. In particolar modo Ricci sottolinea l’importanza di adottare misure che invitino alla prudenza nella comunicazione del Cristianesimo, per non creare incomprensioni e non destare sospetti all’interno della società cinese. Tali principi sono stati ispirati e regolamentati dal padre fondatore della Compagnia di Gesù, S. Ignazio di Loyola (1491 d.C. -1556 d.C.), di cui riportiamo alcuni passi degli Scritti, al fine di effettuare un’analisi comparata sull’argomento.
[…] In questi principi per non mettere qualche suspitione a questa gente con questa novità non trattavano i Padri molto chiaramente di predicare la nostra santa legge, ma più tosto se impiegavano, nel tempo che di ricevere le visite gli restava, in imparare bene la loro lingua, le loro lettere e cortesie, e guadagnare gli animi de’ Cinesi, e moverli con la buona vita et essemplare a quello che né con la lingua potevano, né il tempo gli dava agio di fare. Quello con che mostrorno i Cinesi tutti molto contento, fu il vestirsi i Padri, con tutta la gente di sua casa, a guisa delle persone più honeste di questa natione, per esser la veste loro modesta e lunga con le maniche anche lunghe, non molto diversa dalla nostra. La casa aveva due camere di una parte e due dall’altra, e nel mezzo stava fatta un modo di sala, questa acconci orno i Padri al modo di Chiesie con l’altare nel mezzo, dove posare l’imagine della Madonna col bambino nelle braccia.
[…] Cominciorno anco molti a presentare cose di profumo per incensare l’altare, et a dare limosine ai Padri per loro alimento, e per l’olio della spera che stava accesa inanzi all’altare; et sarebbe stato facile dai Mandarini ottenere qualche rendita de’ Campi de’ loro tempij; ma parse ai Padri che meglio era non ricever questa rendita per non restare soggetti ai Mandarini, come stanno i ministri de’ loro Idoli; con che anco guadagnorno nome di non procurare i suoi proprij interessi; e così tutti i mandarini desideravano trattare con loro, stando sicuri che non gli avevano da chiedere niente, come sogliono chiedere tutti quei che trattano con loro. Con questo modo di parlare, più con opere che con parole, venne il buono odore della nostra legge a spargersi per tutta la Cina. E se bene molti venivano solo per curiosità di vedere cose nove, con tutto sempre riportavano qualche agiuto per sua conversione a casa, o di quello che udivano dire da’ Padri che, hora per mezzo dell’Interprete, hora con quello che loro stessi ivano imparando di lingua sinica gli dicevano delle buone usanze che sono nei regni de’ Christiani, della falsità delle sette degli Idoli, della conformità della legge di Dio con il lume naturale e quello che ne’ suoi libri insegnorno i loro primi savij.
Il primo Christiano che nella Cina si fece fu un povero di una infirmità incurabile, desperato da’ medici, che per questo, da’ suoi parenti era stato buttato fora di Casa in un Campo per non poterlo sostentare et, essendo saputo questo da’ Padri, gli domandorno se voleva esser Christiano, salvando sua anima, gia ché non poteva salvare il corpo, e vedendo egli che non avendo già cura di lui nessuno di suoi, e vi era chi tra gli strani lo visitasse, gli parve esser questo agiuto venuto dal Cielo, e rispose che di molto buona voglia riceverebbe la nostra lege, parendogli che non potesse esser se non vera quella, che insegnava a fare tali opre di carità.
Tratto da Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 133-136.
Matteo Ricci invita i suoi confratelli ad assumere l’abito e lo status dei monaci buddisti, che costituiscono la condizione ordinaria ed usuale dei religiosi stranieri in quella Provincia. In questa adozione si può ravvisare anche l’obbedienza e una precisa norma delle Costituzioni di Ignazio di Loyola che prescrive: «Per il resto , lo stile di vita esteriore è comune, per giusti motivi, mirando sempre al maggior servizio di Dio».
In tal caso “comune” significa ordinario, consono alla prassi abituale degli uomini tra i quali si vive, come si legge anche nel precetto seguente: « Così pure il vestito deve avere tre qualità: la prima, che sia decoroso; la seconda, che sia conforme all’uso della regione in cui si vive; la terza, che non sia in contraddizione con la professione di povertà, come se, per esempio, ci si vestisse con stoffe pregiate o di seta. L’uso di queste si deve evitare, perché in tutto sia osservata l’umiltà e il debito abbassamento a maggior gloria di Dio».
Quando Ricci muta il proprio stato in quello di letterato, può vestire l’abito di seta obbedendo alla seconda qualità: «che sia conforme all’uso della regione in cui si vive».
Fonte: 31 gennaio 2010

