Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La ventiduesima traduzione delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini

I nostri lettori più attenti sapranno già, dalla precedente puntata, che questo mese abbiamo deciso di dedicare le due rubriche ricciane al ricordo della scomparsa di Matteo Ricci, avvenuta quattrocento anni fa, l’11 maggio 1610. Abbiamo quindi estrapolato dall’opera ricciana Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina la narrazione degli ultimi momenti di vita del gesuita. Nella scorsa puntata eravamo giunti al punto in cui il padre, dopo aver trascorso alcuni giorni a letto per quel che sembrava un malore passeggero, esala l’ultimo respiro; oggi rendiamo nota la porzione di testo immediatamente successiva alla morte in cui viene descritta la commozione generale delle persone presenti e dei confratelli, e la celebrazione della messa funebre di suffragio.

[…] Nel momento in cui il buon Padre era spirato, i neofiti erano presenti in numero maggiore del solito; da questi si innalzò subito un pianto così grande che fu necessario che fosse trattenuto dai confratelli, i quali spiegavano che la morte dei giusti va onorata in modo un po’ diverso da quella degli altri; c’era infatti pericolo che un lutto eccessivo non sembrasse consono alla verità della nostra fede, né alla gloria del Padre. Perciò, passati dal dolore scomposto alla lode, ognuno esaltava le virtù eroiche del Padre rivolgendosi a lui con il titolo di uomo santo e apostolo della Cina. Quindi, con preghiere insistenti chiesero ad uno dei fratelli, piuttosto esperto nell’arte della pittura, che ritraesse l’uomo per la consolazione di tutti.

I cinesi sono soliti chiudere i corpi dei defunti in casse di legno; queste casse sono costruite con tavole per quanto possibile non soggette a deteriorarsi, e in questo non badano a spese, ma questo onere non era consentito né dalla nostra frugalità né dal nostro voto di povertà. Tuttavia il Signore non volle che il suo servo fosse onorato solo in cielo, ma molto anche sulla terra, come si vedrà l’anno seguente: voleva che egli non fosse privato dell’onore del funerale. […]

E la salma, chiusa nella cassa, fu trasportata in chiesa, e lì i fratelli e i neofiti celebrarono la messa funebre e l’ufficio dei defunti per l’ottimo Padre. Poi il feretro, secondo l’usanza cinese, fu portato nel salone della casa ed esposto sopra un altare per la visita degli amici. Non è consentito ai cinesi seppellire qualcuno fra le mura della città, così, mentre comprano un campo fuori dalla città o preparano il funerale, chiudono i cadaveri nelle casse di legno e spalmano le casse stesse con quella loro vernice lucida, così che i loro cadaveri possono essere conservati per molti anni senza cattivo odore. […] Appena gli amici magistrati seppero che il Padre era morto, moltissimi uomini illustri vennero per piangerlo secondo la consuetudine e lo facevano con tanto sentimento di dolore che fu chiaro in che alta considerazione tutti avessero tenuto il Padre Matteo Ricci. Tutti esclamavano: “O uomo santo, o uomo veramente santo” e queste esclamazioni erano interrotte da lacrime sincere.

Il lutto non fu limitato all’interno della città, infatti il buon Padre venne celebrato nelle altre residenze dai confratelli, dai neofiti e dagli amici. I neofiti di Nanchino si distinsero dagli altri, infatti mandarono a Pechino doni funebri per la tomba del Padre ed un magnifico panegirico delle sue lodi.

Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 607-611.


Fonte:

Cronache Maceratesi

24 maggio 2010