Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Padre Matteo Ricci, lo chiamavano Li Madou

di Simone Incontro

CENTENARIO. A 400 anni dalla morte si riaccende l'interesse per una straordinaria figura di religioso e intellettuale

Lo studioso Stefano Cammelli nel suo libro Ombre cinesi (Einaudi, 2006) dipinge un esauriente ritratto di Ricci: un intellettuale raffinato che impara a leggere e scrivere in cinese, pubblica in cinese, sbalordisce gli intellettuali cinesi divulgando nella loro lingua le più recenti scoperte dell'astronomia e della geografia del tempo. All'apice della sua fama letteraria cinese gli viene concesso, onore immenso e unico, di essere ricevuto a Pechino nella Città Proibita. Li Madou è la traslitterazione in cinese del nome Matteo Ricci. Ma per il Celeste Impero il gesuita, matematico e cartografo, era anche Xitai, «il grande maestro dell'Occidente», un titolo che ne riconosceva la grandezza umana, le qualità diplomatiche, la capacità di far dialogare mondi e culture tanto distanti come l'Europa cristiana e la Cina confuciana. Ricci porta con sé anche Aristotele, Cicerone e Quintilliano ed è il primo cristiano a scrivere un libro in cinese per far conoscere ai cinesi i tesori del pensiero classico. Ricci impiega quasi trent'anni per cogliere i punti centrali della cultura cinese e per maturare il convincimento che per oltre un secolo anima la missione gesuitica: la Cina è pronta per diventare cristiana. La tolleranza e la sostanziale benevolenza cinese nei confronti della missione gesuitica sono legate non soltanto alla qualità del contributo scientifico ma al carattere sostanzialmente pacifico di una religione cui l'imperatore Kanxi riconosce il diritto di esprimersi e di esistere sul suolo cinese (editto del 1692). I gesuiti, da parte loro, intuiscono che l'evoluzione del buddismo cinese e quella del sistema morale confuciano creano un terreno così vicino a quello del cristianesimo da alimentare la certezza che la Cina si sarebbe convertita, non appena l'imperatore stesso si fosse convertito. Se il cristianesimo fosse riuscito a restare rispettoso dei valori spirituali della cultura cinese, la conversione dell'impero sarebbe stata ottenuta con grande facilità. Il principio più importante era ed è il culto degli antenati. I gesuiti spiegano a Roma che i riti per gli antenati devono intendersi come atto di culto civile, non religioso. La discussione su questo tema è parte dello scontro tra gesuiti e domenicani. Proseguono poi incomprensione e durezze tra Pechino e Roma. La Cina bandisce, infine, la religione cristiana nel 1721. Le commissioni che a Pechino e a Roma discutono del culto degli antenati sono composte dal fiorfiore della cultura cinese e cattolica dell'epoca. Le decisioni finali sono prese direttamente dal papa e dall'imperatore. Entrambi si dimenticano delle parole di Ricci contenute nel suo Dell'amicizia (Nanchang, 1595): «Se l'amico mi è superiore lo imito e apprendo; se io sono superiore, lo miglioro». Sono queste alcune delle parole di Ricci che sono riuscite a stupire la Cina e soprattutto ad accendere il dialogo tra Oriente e Occidente e costituiscono — come ha ricordato il superiore generale dei gesuiti, Adolfo Nicolás — uno stile diplomatico dove l'amicizia è il modo di guardare e abitare il mondo, che modella, cambia e rinnova il mondo stesso.


Fonte:

Il giornale di Vicenza

26 maggio 2010