Crocifissi rimossi, presepi vietati, pontefici strattonati di persona o insultati e sbeffeggiati via internet. Il Natale de’noantri si è ancora una volta concluso con la spettacolare epifania di una civiltà morente, incapace di ricordare come di guardare al futuro. Chissà cosa penserebbe di noi oggi padre Matteo Ricci. È questa l’angosciosa domanda con la quale siamo usciti dal Braccio di Carlo Magno, presso la Città del Vaticano, dopo aver assistito alla mostra Ai crinali della storia. Padre Matteo Ricci (1552-1610) fra Roma e Pechino, ancora aperta, accanto al Cupolone, sino al prossimo 24 gennaio. Le risonanze politiche di questa passeggiata nella biografia del grande gesuita maceratese sono varie e dirompenti. Cominciamo dal personaggio. A lungo ignorato dall’alta cultura universitaria e riscoperto con l’intervento di Giovanni Paolo II che nel 1982, celebrando il IV centenario del suo arrivo in Cina, lo associò per ricchezza spirituale e genio intellettuale ai grandi Padri della Chiesa greca, il religioso marchigiano è l’ennesimo fiore all’occhiello di una cultura locale, quella italiana, europea e occidentale, capace di farsi universale, “cattolica”. «Padre Matteo Ricci era giustamente convinto che la fede in Cristo non solo non avrebbe portato alcun danno alla cultura cinese, ma l’avrebbe arricchita e perfezionata». Così, Wojtyla. Matteo Ricci nacque a Macerata il 6 ottobre del 1552, nello stesso anno in cui a Sanciano, di fronte a Canton, morì Francisco Xavier, suo confratello iberico, santo della Chiesa e patrono delle missioni estere. Ricci ne proseguì l’opera evangelizzatrice che giunta sino all’estremo Oriente non era riuscita a varcare le soglie dell’“Impero Celeste”. Il gesuita italiano, infatti, fu il primo a insediarsi nel territorio cinese e a fondare la prima missione cattolica a Sciaochin, l’odierna Zhaoqin. Personalità poliedrica e ingegno enciclopedico, egli costituì il primo ponte di collegamento tra la Cina, nella quale seppe integrarsi con impegno e profondo rispetto, e l’Europa, dalla quale esportò la fede cristiana e il grande umanesimo classico, modulato secondo i linguaggi e le inquietudini del Rinascimento e le sue prime acquisizioni culturali, nel campo della geografia, dell’astronomia, dell’aritmetica e, più in generale, della scienza moderna. Egli guardò alla Cina come patria da amare, da conoscere, da vivere secondo gli usi e i costumi tradizionali, convinto che il crocifisso e la sua presenza nella storia umana non costituissero motivo di divisione, fonte di conflitto, seme di discordia tra gli uomini e i popoli. Simbolo cristiano identificante la storia di una civiltà particolare, l’Europa della sintesi tra il pensiero greco, il diritto romano e la Rivelazione biblica, Ricci non riduceva il crocifisso a feticcio pagano di una qualsiasi religione politica, ma lo amava e lo serviva come segno di un evento capace di abbracciare l’universalità delle culture e il loro grado di verità. Senza dubbio, il gesuita marchigiano, che era sbarcato nei territori del Drago dopo aver abbandonato gli studi giuridici a Roma ed essere entrato nella Compagnia di Gesù, fu l’iniziatore di una nuova evangelizzazione basata sul metodo dell’“inculturazione”. Modello spirituale e pedagogico d’integrazione sociale, l’inculturazione di Ricci era il «farsi cinese tra i cinesi». L’approccio che la secolarizzazione e il disincanto postmoderno della vecchia Europa non possono e non vogliono esigere ai migranti che domandano accoglienza e riconoscimento al suo interno, fu per Ricci il passepartout per la perfetta integrazione. Ricci capì che la fede cristiana non poteva aprioristicamente negare la validità antropologica delle culture indigene. Anzi, attraverso un’appassionata full immersion linguistica, letteraria, sociale, intellettuale e religiosa, comprese che il “confucianesimo”, più che una fede o una religione storica, era una dottrina morale dotata di un’attitudine profondamente umanizzante.
Più critico nei confronti del taoismo e del buddismo, Matteo Ricci si guadagnò la stima e la devozione dell’establishment politico cinese a tal punto che sopraggiunta la morte a Pechino, l’11 maggio del 1610, la sua salma ricevette la massima delle onorificenze. Un’antica tradizione proibiva agli stranieri che morivano nella capitale di poter ottenere sepoltura nelle sue mura. Il Generale della Compagnia, il padre De Pantoja, si rivolse direttamente all’imperatore domandando un pezzo di terra per dare requie alle spoglie di Ricci. Memore dei servigi resi e dei meriti conquistati presso la sua corte, l’imperatore rispose affermativamente giacché «dall’antichità non si era mai visto un solo straniero con la virtù, la scienza e l’amore per i cinesi come Matteo Ricci». La grandiosa eredità culturale trasmessaci dal missionario gesuita fu ingente anche nel campo della scienza. Oltre alla redazione di un breve catechismo e agli scritti teologici e morali, l’opera di Matteo Ricci annovera una impressionante mole di trattati, saggi, compendi e sentenze, tutto rigorosamente elaborato nella lingua mandarina, che spaziano dalla geometria alla fisica, dall’astronomia alla mnemotecnica. Alla corte dei Ming seppe coniugare la predicazione della “Passione di Cristo” allo studio scientifico e tecnologico dell’ordine naturale, l’evangelizzazione fondata sullo scambio e il discernimento dei misteri della fede cristiana e l’apostolato intellettuale nella misurazione del tempo e nell’osservazione degli astri. Il suo sapiente illuminismo cattolico seppe emigrare e integrarsi nell’apertura integrale verso la cultura autoctona, nella conoscenza delle tradizioni locali e nel rispetto delle leggi e delle istituzioni cinesi. Profeta dimenticato dall’Occidente dell’inconsistenza multiculturale, Matteo Ricci sarà ricordato, durante tutto il 2010, dall’estremo Oriente che tanto amò, come cristiano, laico e religioso. Nell’incipiente “Anno Ricciano” Pechino, Shanghai, Nanchino, Macao e Seul lo celebreranno come il maestro di una vera interculturalità che colloca al centro del diritto e della scienza l’universalità ontologica e la dignità personale dell’essere umano.
Fonte: 14 gennaio 2010

