Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Gli abiti del buon governo

di Elettra Casarin

Mostra di indumenti e accessori mandarinali nel IV centenario della morte di Matteo Ricci, intellettuale e missionario in Cina

Nell’ambito dei festeggiamenti per il centenario della sua fondazione, il Museo Popoli e Culture del PIME di Milano il 5 maggio scorso ha inaugurato la mostra Gli abiti del buon governo, esposizione dedicata alla figura di p. Matteo Ricci (Macerata 1552 - Pechino 1610) nel quarto centenario della sua morte.
La mostra è imperniata sull’idea rivoluzionaria del gesuita maceratese nel momento in cui, missionario in Cina, abbandona il saio buddhista, per adottare i costumi indossati dai letterati cinesi assumendo in tutto e per tutto lo status di letterato confuciano.
Quando nel 1583 Matteo Ricci riesce per la prima volta ad entrare in Cina e a stabilire una residenza nel villaggio di Zhaoqing nel Guandong, si rende infatti conto che “… la Cina è differentissima dalla altre terre e genti, perciochè è gente savia, data alle lettere …” e che anche il governo locale e la conoscenza umanistica e scientifica sono nelle mani non di un’aristocrazia di nascita o di censo, ma di una classe di letterati, selezionati per concorso, sulla base della loro preparazione culturale e della loro erudizione. Non solo, ma in questo contesto, la figura del monaco buddhista gode di scarso prestigio e di una bassissima considerazione sociale.
Appare dunque chiara la necessità, per i padri missionari, di presentarsi non tanto come uomini di religione alla stregua dei bonzi, ma piuttosto come “saggi”, come sapienti venuti da lontano per condividere le proprie conoscenze con i letterati cinesi. Da qui la decisione - oltre che di dedicarsi alla compilazione di testi scritti sulle scienze, sul pensiero, sulla realtà occidentale e sul messaggio cristiano - di abbandonare l’abito da monaco buddhista e di indossare vesti nello stile dei funzionari di stato, per assimilarsi maggiormente alla classe dei mandarini.

Da allora i missionari, specie i gesuiti, hanno “vestito i panni” delle altre culture, in modo da farsi accettare e poter quindi diffondere il messaggio evangelico con maggior facilità. Tale scelta sarà mantenuta da tutti i religiosi di stanza in Cina fino alla fine dell’Impero e condivisa anche dai padri del PIME che nel XIX secolo apriranno le loro missioni in terra cinese: abbandoneranno anch’essi la veste talare per indossare abiti “alla cinese”, come quelli degli intellettuali del Regno di Mezzo e dei letterati dei primi anni della repubblica e, in alcuni casi, riceveranno a titolo onorifico “gradi mandarinali”, con autorizzazione a vestire, nelle grandi occasioni, i relativi abiti da cerimonia con tanto di copricapo ufficiale e di insegne di rango.
Come accennato, padre Matteo Ricci, non si limita solo ad indossare abiti di foggia cinese ma, applicando il metodo missionario dell’adattamento, si fa in tutto cinese: parlando e scrivendo la lingua, pensando “al modo della Cina”, arrivando a conquistare la fiducia dell’imperatore Ming Wanli (r. 1573-1620), anche se non lo incontrerà mai personalmente. Con la sua preparazione umanistica, le conoscenze matematiche, astronomiche, geografiche e cartografiche, seduce i letterati cinesi, che lo chiamano “Maestro d’Occidente” (Xitai), riconoscimento inaudito per un Paese convinto per tradizione millenaria che nessun barbaro potesse insegnare qualcosa alla Cina. Ricci, vero ponte tra due mondi lontani, conquista l’impero cinese con la sola forza della cultura e della scienza diventando così a pieno titolo ambasciatore d’Europa.
Grazie ai suoi meriti scientifici e alle virtù umane, considerato una “protezione” per la corte, vive per nove anni nella Capitale imperiale sostenuto dal pubblico erario. Alla sua morte, avvenuta l’11 maggio 1610, per la prima volta nella storia della Cina, Wanli concede un terreno per la sepoltura di uno straniero. La sua tomba, restaurata nel corso dei secoli per ben tre volte, è ancora oggi onorata a Pechino.
Pur non convertendo la Cina, il gesuita maceratese è riuscito a farle aprire gli occhi sul mondo, facendola sentire, insieme all’Europa, l’altra metà dell’intera civiltà umana e soprattutto ha contribuito ad abbattere il muro della diffidenza e della paura dei cinesi nei confronti degli stranieri: un risultato che la Cina ha recentemente celebrato ponendo Ricci tra i Grandi della propria Storia.

Anche il Museo Popoli e Culture ha inteso celebrare la grandezza di p. Matteo Ricci, allestendo nei rinnovati spazi espositivi di via Mosè Bianchi 94, una mostra costituita nel suo nucleo principale da alcuni pregevolissimi esemplari di costumi di corte ed accessori fatti pervenire al Museo dai missionari del Pime di stanza in Cina tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, esposti per la prima volta dopo un accurato restauro eseguito con estrema perizia dalle suore benedettine dell’Isola San Giulio di Orta (Novara). L’impiego di tali costumi da parte della classe mandarinale è documentata in mostra non solo dai ritratti di antenati provenienti, insieme ad altri significativi oggetti, dalla galleria milanese Oriental Art di Renzo Freschi, ma anche dalle fotografie dei padri missionari del Pime che, seguendo l’esempio illuminato del gesuita maceratese scelgono, ancora dopo tre secoli, di indossare gli abiti di seta nello stile dei letterati e dei funzionari di Stato per continuare a godere di considerazione e rispettabilità agli occhi dell’Imperatore e della classe dirigente formata dai nobili e da coloro che in occidente sono noti col termine di mandarini.
Alla generosità di un collezionista privato milanese si deve inoltre il ricco campionario di insegne di rango, civili e militari, in seta ricamata, e di preziosi ornamenti da copricapo.
Non mancano significativi documenti di elevato valore storico, a testimonianza del cruciale ruolo svolto da Matteo Ricci e dai suoi confratelli nel processo di intermediazione culturale tra Cina ed Europa nel XVII secolo e nel corso della loro opera di evangelizzazione. Tra questi, il “Novus Atlas Sinensis” di Martino Martini s.j., pregevole testo che fa parte delle collezioni permanenti del Museo, stampato ad Amsterdam nel 1655 e per molti decenni unico e straordinario strumento di conoscenza della realtà cinese per gli europei del tempo. Di analogo valore documentale è il calco della Stele – andata dispersa – che i padri gesuiti Ignazio da Costa e Giuseppe Stefano de Almeida fecero apporre nel 1643 nella loro residenza di Xi’an, che riporta un breve compendio della dottrina cristiana e alcune notazioni fondamentali sulla vicenda delle missioni gesuite in Cina.
La mostra è inoltre arricchita da alcuni pregevoli oggetti rappresentativi dell’arte, dell’artigianato e dell’estetica della Cina di epoca Ming (1368-1644), tra i quali spiccano manufatti di bronzo e di rame smaltato con tecnica cloisonné e champlevé, raffinate porcellane blanc de Chine e “bianco e blu”, oltre a piccole sculture devozionali.
Particolarmente suggestiva risulta inoltre la ricostruzione dello studio del letterato in cui il mobilio dallo stile essenziale, è accompagnato dai ricercati accessori e dagli elementi decorativi della migliore tradizione estetica cinese, a ricreare efficacemente l’atmosfera del raffinato mondo delle élite culturali del Celeste Impero.
La mostra, aperta fino al prossimo 15 giugno, è stata accompagnata da due serate di approfondimento e, oltre ad avvalersi di esaustivi pannelli didattici che guidano il pubblico nel percorso espositivo, risulta arricchita dalle seguenti pubblicazioni:
Gli abiti del buon governo. I costumi dei funzionari imperiali sotto la dinastia Qing, Elettra Casarin, I Quaderni del museo 18
La burocrazia celeste. Formazione, selezione e ruolo dei funzionari imperiali in Cina, Elettra Casarin, I Quaderni del Museo 17
"In tutto mi accomodai a loro" Matteo Ricci e il metodo missionario dell'adattamento, Isabella Doniselli Eramo, I Quaderni del Museo 16


Fonte:

La Citadella

3 giugno 2010