Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Oriente e Occidente: l'incontro tra due culture attraverso il difficile cammino della Chiesa Cattolica nel mondo cinese

di Valeria Raso

Brano estratto dalla tesi

La Cina nel corso della sua storia ha considerato quella del credo una questione eminentemente privata, nel senso che non ha cercato di imporre una concezione religiosa in luogo di un’altra, in quanto in generale l’Imperatore era interessato alle implicazioni sociali del fenomeno religioso, i suoi funzionari erano liberi di scegliere quale religione seguire, purché questa non minacciasse gli equilibri sociali.

I cinesi non hanno manifestato particolari problemi nell’accogliere il buddismo, l’induismo, l’islam e ogni nuova forma di cultura per poi farla propria prendendone la parte a loro più congeniale e naturalizzandola. Non è stato così però per il Cattolicesimo, come mai?

Può essere che i dogmi professati dai cristiani - l’idea di un dio creatore, di una materia che viene plasmata, della fine del mondo - fossero così lontani dalla cultura cinese da non poter essere compresi e accettati fino in fondo? Sicuramente non più di quanto lo fossero stati inizialmente l’idea della trasmigrazione delle anime, del karma o dell’illuminazione, tutti concetti estranei, provenienti da culture diverse ma che, nonostante ciò, trovarono posto nelle tradizioni dei cinesi.

In realtà la questione non riguarda tanto “cosa” la religione cattolica voleva professare in Cina ma piuttosto “come” lo ha fatto. Il buddhismo ebbe successo perché si radicò profondamente nel nuovo contesto, crebbe fino a diventare una autentica pianta cinese; il cattolicesimo invece rimase una merce importata, se non addirittura imposta, un albero straniero trapiantato nel suolo cinese che non riuscì ad attecchire.

Occorre però fare una distinzione e sottolineare ancora una volta l’esperienza e l’eccezione di Matteo Ricci. Prima di lui Francesco Saverio nei suoi scritti aveva raccomandato a quanti intendevano portare il Vangelo ai cinesi di imparare bene la lingua per studiare la letteratura e la loro civiltà.

Ricci per farsi accettare si fece “cinese fra i cinesi” calandosi nelle vesti del letterato mandarino, mandando a memoria diversi testi confuciani, al fine di costruire un discorso cattolico che nascesse direttamente dal cuore della cultura cinese. Cercò di individuare quali punti di incontro potessero esserci con una concezione etica come quella del confucianesimo, la cui filosofia si preoccupava essenzialmente di regolare i rapporti familiari tra padre e figlio, tra moglie e marito, tra suddito e sovrano, dimostrando che quelle virtù non erano affatto estranee al modello di vita cristiana.

Giunto a Pechino e smessi gli abiti del monaco buddhista, si presentò come letterato e uomo di scienza venuto dall’Occidente che intendeva stabilire rapporti su un piano di reciproco rispetto; riconobbe la centralità del culto verso gli antenati nella vita dei cinesi e si fece apprezzare non solo dai letterati e dagli scienziati ma persino dall’Imperatore.

Riuscì ad immedesimarsi con umiltà nella loro cultura millenaria senza mancarle di rispetto, tanto che alla sua morte, l’11 maggio 1610, l’Imperatore Wanli acconsentì che fosse sepolto entro il recinto della Città Imperiale con la scritta “Li Madou”, traslitterazione del suo nome, chiamato anche il “Saggio d’Occidente”


Fonte:

Tesionline

9 giugno 2010