Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


L'uomo che volle "parlare" con la Cina

di Marco Presti

Jonathan D. Spence colma un vuoto ne "Il palazzo della memoria di Matteo Ricci"

Una mostra in Vaticano (che ha avuto oltre quindicimila spettatori); un omaggio, al Capital Museum di Pechino, prima, allo Shangai Museum, dopo, e, fino a luglio, nel Nanjiin Museum; la scelta di farne il testimonial dell'Italia all'expo di Shanghai; le parole del papa che ne sottolineano la «straordinaria opera culturale e scientifica».
Matteo Ricci, il gesuita che alla fine del '500, intraprese un lungo viaggio, nello spazio e nella cultura, per raggiungere la Cina, mai, come quest'anno, ha raccolto una serie impressionante di attestazioni, di riconoscimenti, di omaggi.
Tutti meritati perché anche oggi - anzi forse più oggi che nel passato - la sua figura si staglia nitida e gigantesca, come titanica fu l'impresa nella quale si lanciò, forte della fede, ma soprattutto della convinzione che la Cina, lontana e non più misteriosa, meritava rischi e fatiche pur di tentare di "legarla" all'Occidente.
E una delle più geniali intuizioni del gesuita fu quella di volere convincere i cinesi che la memoria era un tassello essenziale della cultura, di tutte le culture, e che quindi meritava di essere celebrata. Con un castello, anzi con tanti castelli, tutti di foggia diversa, tutti pronti ad essere contenitori, ma che non dovevano essere piegati alla logica della forma e della dimensione.
Su questa impresa, la cui grandezza solo oggi è forse possibile definire, ricchi della conoscenza di ciò che è la Cina, Jonathan D. Spence ha scritto "Il palazzo della memoria di Matteo Ricci", edito da Adelphi pagg. 384, euro 28) opera importante e forse anche ambiziosa, che va a colmare un vuoto nella storiografia dedicata al religioso nato a Macerata nel 1552.
Un titano di quel tempo, anche perché la sua capacità di proporre per convincere non era legata alla cultura occidentale, ma si calava in quella cinese, comprendendo che se voleva portare la "battaglia" a sostegno della sua idea-utopia, doveva farlo sul terreno del "nemico". Per questo - e qui sta la genialità dell'uomo - per dare una forma alla sua idea scelse l'ideogramma cinese che si pronuncia "wu" e che si traduce in «guerra». Ma, per dare all'ideogramma una immagine mnemonica, lo tagliò in due, seguendo una linea longitudinale, creando così due ideogrammi separati, il primo significa "lancia" l'altro "fermare" o "ostacolare".
Ecco, Matteo Ricci era anche questo, era la sapienza e la ragionevolezza che, davanti ad una impresa, riuscivano a trovare le risposte migliori.
Da parte sua, anche Jonathan Spence affronta una impresa, che è quella non di raccontare la vita - seppure bellissima e affascinante - di Ricci, quanto di penetrarne i pensieri, di intuirne le motivazioni che pose alle sue iniziative. Ricci uomo, Ricci religioso, Ricci scienziato e scrittore, Ricci politico e filosofo, in fondo, sono tessere di uno stesso mosaico.


Fonte:

>a href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=81450&Edizione=27&A=20100610">Gazzetta del Sud

10 giugno 2010