Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La 24esima traduzione delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini

Questa settimana rendiamo nota, ancora una volta, una porzione di testo tratta dall’opera ricciana Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina. In questo brano, in primo luogo, viene affrontata la questione della creazione del mondo, che secondo Ricci non venne trattata dai veri letterati confuciani, ma da quelli che danno “solo giudicii assai frivoli”, e che rappresenta in realtà uno degli elementi di inconciliabilità fra cristianesimo e confucianesimo: all’idea cristiana di un Dio che con un atto di volontà crea l’universo dal non creato, si oppone la concezione cinese di un universo in continua trasformazione, che possiede in sé i propri principi creatori e ordinatori.

In secondo luogo il gesuita maceratese illustra una delle concezioni cristiane che preme maggiormente far comprendere ed accettare ai cinesi: l’immortalità dell’anima. La definizione di anima, la sua sostanza, l’immortalità sono questioni che hanno lungamente impegnato Ricci e gli altri missionari nel tentativo di trovare un linguaggio comprensibile e un terreno comune per evangelizzare i cinesi. La concezione cristiana di un’anima costituita da una sostanza diversa da quella del corpo, spirituale e dunque imperitura, prerogativa esclusivamente umana, si scontra con idee diversissime: i cinesi, che concepivano il mondo come il prodotto di un processo evolutivo, possedevano la nozione di un principio naturale, un ordine organico universale, non esterno, ma immanente a tutte le cose, il li. L’idea di li è indissociabile dalla nozione di qi, difficilmente traducibile in italiano, che si può intendere come l’energia universale e il principio materiale dell’universo anche nei suoi aspetti invisibili. Il qi, la cui caratteristica di base è il dinamismo, è necessario perché il li, che è inerte, privo di volontà, possa condensarsi in sostanze e corpi destinati a far ritorno alla massa indifferenziata dell’energia universale (taiji).

[…] I veri letterati niente parlano di quando fu creato questo mondo, né da chi né come hebbe il suo principio. E dissi i veri letterati; percioché alcuni di puoca autorità fanno certi suoi giudicij assai frivoli e mal fundati, di che si fa puoco caso tra essi.

In questa legge si parla del Castigo divino e del premio che hanno da ricevere i Cattivi et i buoni; ma il più commune è pensare che ha d’essere in questa vita o nella stessa persona de gli autori del bene e del male, o ne’ suoi descendenti.

Della immortalità dell’anima pare che gli antichi dubitassero manco, anzi derono ad intendere che vivevano molti anni doppo la morte là nel Cielo, ma non parlorno punto di stare alcuno nell’inferno; solo i letterati di questo tempo estinsero a fatto l’anima doppo la morte, et non credono né Paradiso né inferno nell’altra vita.

Ad alcuni parendo questo assai duro dicono che solo l’anima de’ buoni si conserva viva, perché questi con l’essercitio delle buone opere la uniscono e fortificano; il che, non potendo fare i cattivi, uscindo essa dal Corpo, dicono che si sparge et annulla.

Ma l’oppinione che adesso è più seguita, pare a me pigliata dalla setta degli Idoli da cinquecento anni in qua, è che tutto questo mondo sta composto di una sola sustantia, e che il creatore di esso con il Cielo e la terra, gli huomini e gli animali, alberi et herbe con i quattro elementi tutti fanno un corpo continuo, e tutti sono membri di questo corpo; e da questa unità di sustantia cavano la charità che habbiamo d’aver gli uni con gli altri, con il che tutti gli huomini possono venire a esser simili a Dio per esser della stessa sustantia con esso lui. Il che noi procuriamo di Confutare non solo con ragioni, ma anco con autorità de’ loro Antichi, che assai chiaramente insegnorno assai differente dottrina. I letterati, se bene ricognoscono questo suppremo nume del Cielo, non gli fanno però nessun Tempio, né gli hanno diputato nessun luogo per adorarlo; e per il conseguente non hanno sacerdoti, né ministri della religione, né riti solenni per guardarsi da tutti, né precetti o comandamenti dati per osservare, né Prelato che habbi il carico di dichiarare, primulgare la loro dottrina, o gastigare quei che fanno qualche cosa contra essa; per questo mai recitano niente né in commune né in particulare.

Anzi vogliono che a questo Re del Cielo solo il Re gli deva servire e sacrificare, e se altri lo volessero fare sarebbono gastigati come usurpatori della iurisditione regia; e per questo il Re tiene Tempi assai suntuosi nelle due corti di Pacchino e di Nanchino, del Cielo e della terra, dove egli in persona gli soleva sacrificare, a certi tempi dell’anno, e adesso manda altri Mandarini gravi, che in suo luogo faccino questo ofitio, amazando per questo molti bovi e pecore, e facendo molte altre cerimonie in questi doi Tempi.[…]

Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 94-96.


Fonte:

Cronache Maceratesi

19 giugno 2010