Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Matteo Ricci, il primo tè nel deserto del Catai

di Claudia Gualdana

Donò orologi e ritratti di Gesù e ricevette in cambio l'etica di Confucio

Personaggi Un libro di Giulio Andreotti e un convegno all' Università Gregoriana sul gesuita pioniere in Cina Matteo Ricci, il primo tè nel deserto del Catai. Il suo nome non è celebre quanto quello di Marco Polo, ne si spendono molte parole sulla sua enorme statura intellettuale e morale. Eppure Padre Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, teologo e matematico, è un raro esempio di ingegno e non deve stupire l'accostamento ideale all' avventuroso viaggiatore. Il religioso, nato a Macerata, fu il primo europeo accolto alla corte di Pechino con tutti gli onori, esattamente quattro secoli or sono, mentre il Celeste Impero dei Ming viveva una stagione aurea in assoluto isolamento. Quando sostenne, in una missiva inviata a Roma, che Pechino era la Cambalù narrata dal veneziano e la Cina l’enigmatico Catai de Il Milione, dapprincipio le sue affermazioni «non furono tanto credute». L' Europa era allora proiettata a Ovest dalle scoperte di Colombo e l’ invio di una missione a Oriente, in terre altrettanto misteriose, passava per la colonia portoghese in India. A quell' epoca non era semplice familiarizzare con altre civiltà: gli imperi gareggiavano a considerare barbari gli stranieri. Questo valeva anche per la Cina. La Chiesa cattolica si avvale così dei suoi uomini migliori e nel tentativo di evangelizzare gli empi, ottenne di accrescere i tesori del sapere. Nessuno più di Ricci era adatto al secondo, involontario, scopo. Chi si occupa di orientalistica, trova il suo nome anche nelle pubblicazioni più recenti, e sovente tenta di ricostruire la sua figura con notizie raggranellate in vari libri. Infatti pochi hanno ripercorso la vita di questo grande italiano, missionario atipico, orientalista ante litteram e ineguagliabile diplomatico. Forse, tra le tante qualità, quest' ultima ha affascinato più di altre il senatore Giulio Andreotti, che ha scelto di scrivere una biografia di Ricci, intitolandola Un gesuita in Cina. L' idea gli balenò nel corso di una visita ufficiale in Cina, dove scopri l'alta considerazione in cui è tenuta la memoria del gesuita. Per un paradosso, laggiù lo conoscono meglio di noi, che abbiamo la sciagurata abitudine di dimenticare i grandi della nostra storia. Ricci fu grande in tutto quel che fece. Infranse le barriere usando l'arma dell' intelligenza. Studiò il cinese, che gli fu utile per evangelizzare e per scrivere opere indirizzate ai suoi nuovi amici, quali il Catechismo e il De amicitia, ispirato agli autori latini che amava. Studiò Confucio, di cui ammirava l'etica, e ne trasmise notizie in Europa. Fu il primo occidentale a bere tè, che da quelle parti si chiamava cia. Dissimulava l’aspetto straniero adattandosi ai costumi del luogo e superava la diffidenza donando prismi di Venezia, orologi e ritratti del Salvatore agli uomini di rango. Per i grandi dell' Impero fu un prodigio scoprire tanta sapienza in un uomo così "esotico" e singolare. La Cina è nel giusto, amandolo. Per quel Paese, Padre Matteo tradusse Euclide, costruì «horiuoli, sfere ed astrolabij» introducendo le prime nozioni di astronomia, disegno di suo pugno il celebre mappamondo in cui, per la prima volta, accanto al continente giallo apparvero gli altri, e i cinesi scoprirono che esisteva l’ America . Non meraviglia che alla sua morte, nel 1610,1' Imperatore gli abbia concesso, primo caso nella storia per uno straniero, di essere sepolto in Cina. Ormai apparteneva a loro. Lo chiamavano Li Madou ed era ammesso perfino in confraternite di stretta osservanza confuciana, come la «Grotta del cervo bianco». Possiamo immaginare le loro dissertazioni filosofiche, con Ricci abbigliato all' orientale intento a spiegare la visione cristiana delle cose. Nel registro della storia ufficiale dei Ming è segnalato il suo arrivo a Pechino: «Matteo Ricci del Grande Occidente venne a offrire doni del suo paese». Veniva da luoghi considerati barbari, se ne andò lasciando in eredità il meglio della civiltà europea.
Per saperne di più: «Un gesuita in Cina» di Giulio Andreotti, Rizzoli, pagg. 128, L. 22.000, 11,36. Il testo di Matteo Ricci «Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina» è stato ripubblicato da Quodlibet pp. 830, lire 98.000, 50,61. Oggi all' Università Gregoriana di Roma, alle 16.30 si apre un convegno su Matteo Ricci che si concluderà domani sera.


Fonte:

Il Corriere della Sera

24 ottobre 2001