Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Il sogno cinese di Matteo Ricci

Pechino: «Nel 1715 il Papa condannò definitivamente i riti cinesi nella bolla Ex Illa Die. Inviò il patriarca di Alessandria per chiedere all' imperatore di permettere ai suoi sudditi di professare il cristianesimo nella forma prescritta da Roma e di riconoscere la giurisdizione del Papa sui cristiani cinesi. L' imperatore Kangxi, indignato che un barbaro pretendesse di insegnare ai cinesi come interpretare la Grande Dottrina, ovvero il cattolicesimo, minacciò di vietare il culto cristiano». Ha radici così antiche il conflitto tra queste due grandi potenze, Pechino e il Vaticano. Il rifiuto del regime comunista negli ultimi 54 anni di riconoscere l' autorità del pontefice sui cattolici cinesi riecheggia curiosamente la posizione dell'imperatore della dinastia Qing. Ma tre secoli fa l' ostilità del monarca originario della Manciuria nasceva da una svolta conservatrice della Chiesa romana: la condanna del dialogo tra le civiltà, dell'incontro tra il cattolicesimo e i valori locali. Quella bolla di Papa Clemente XI e la dura risposta di Kangxi segnavano la fine del sogno di Matteo Ricci, il gesuita italiano morto cent'anni prima a Pechino, il fondatore della sinologia, il primo traduttore di Confucio. Un uomo di talenti straordinari - compresa l' abilità nel curare la propria immagine personale - capace di grandi imprese, ma che il destino fermò a un passo dal traguardo più ambizioso: l' incontro con l' imperatore che avrebbe potuto imprimere un segno diverso alla penetrazione del cattolicesimo in Cina. La splendida biografia pubblicata da Michela Fontana (Matteo Ricci, un gesuita alla corte dei Ming, Mondadori, pagg. 400, euro 18,50) ricostruendo la sua vita eccezionale offre anche una esemplare introduzione alla storia delle relazioni tra l' Occidente cristiano e la Cina. A 31 anni, nel 1583, il maceratese Ricci è il primo gesuita ad essere ammesso nel territorio cinese, dove regna ancora la dinastia Ming. La sua avventura nell' Impero di mezzo si apre sullo sfondo dell'espansione coloniale delle due potenze marittime cattoliche, Spagna e Portogallo. Lungo le stesse rotte degli esploratori e dei mercanti viaggiano i missionari, decisi a convertire gli «infedeli» in ogni angolo del mondo, anche per riconquistare il potere perso dalla Chiesa cattolica in Europa per effetto della Riforma protestante. Il primo predicatore a tentare l' ingresso nell'impero cinese durante l'era Ming era stato Francesco Saverio, reduce dalla fondazione di missioni gesuite in India e in Giappone, ma aveva atteso invano il permesso delle autorità cinesi ed era morto nel 1552 senza averlo ottenuto. Ricci sapeva che l' impero cinese era antichissimo, ricco di cultura, superbo nella convinzione della propria superiorità sugli altri popoli. «Parendogli ai cinesi - scrive il gesuita - che tutto il sapere del mondo sta nel suo Regno e che tutti gli altri sono ignoranti e barbari. E parlando nelle loro composizioni e libri de' regni forastieri, suppongono sempre che è di gente puoco inferiore alle bestie». Quel senso di superiorità è giustificato. Alla fine del Cinquecento l' imperatore governa uno Stato più vasto dell'intera Europa e meglio amministrato, dove le distanze, il numero di abitanti (200 milioni), la qualità delle infrastrutture e delle tecnologie sono a livelli inimmaginabili per un occidentale. Ricci si stabilisce inizialmente nella città di Zhaoqing vicino a Canton, nella Cina meridionale. E' armato di una notevole erudizione scientifica assorbita negli anni di studio al Collegio Romano. Ha sviluppato una memoria prodigiosa allenandola con mnemotecniche di antica tradizione (impara presto migliaia di caratteri mandarini); possiede una smisurata autostima; ma è anche capace di un' ammirevole curiosità intellettuale e aperto alla cultura cinese. Per farsi accettare si rasa il volto e si veste come un monaco buddista. Si immerge nello studio di Confucio, del buddismo e del taoismo. Si fa strada in lui una netta discriminazione: accoglie e utilizza il confucianesimo; per contro rigetta con disprezzo il buddismo. Non vede incompatibilità fra il cristianesimo e la filosofia confuciana: un insieme di precetti etici e politici, una visione gerarchica della società, il rispetto della cultura come strumento di miglioramento dell' uomo. Confucio non si occupa di metafisica e quindi non invade terreni della religione. Ricci ritiene accettabili perfino i riti rivolti a Confucio - i cinesi frequentano templi dedicati al maestro - che considera come cerimonie laiche. Inorridisce invece di fronte alla concezione buddista secondo cui ogni essere possiede, nel più profondo del proprio spirito, una natura di Buddha. Nella religiosità cinese non vi è distinzione fra trascendente e immanente, non è concepibile un Dio creatore e legislatore supremo separato dal mondo terreno. La realtà è governata dal «dao», la via, principio mistico considerato l' origine di tutti i fenomeni naturali, e dal «qi», il flusso o energia vitale, che anima e percorre l' universo. Fondere il Cielo e la Terra, confondere l' individuo con Dio, per Ricci è un' eresia. Razionalista impregnato di studi aristotelici, odia anche la passione dei cinesi per l' alchimia, l' astrologia e gli indovini, la geomanzia o feng-shui (l' arte di scegliere per la costruzione di case e tombe dei luoghi sotto influssi favorevoli). Dopo dieci anni passati con gli abiti del bonzo capisce di aver commesso un errore: lui punta ad agganciare e convertire la classe dirigente, mentre i monaci buddisti sono nella maggioranza figli del popolo, con nessun prestigio sociale. Nel 1593 cambia strategia, adotta apparenze e comportamenti dei saggi di alto rango. Con il suo nome cinesizzato in Li Madou, a cui aggiunge il soprannome Xitai («dell' Estremo Occidente»), Ricci mette a profitto le sue risorse intellettuali per imporsi nella élite. Non privo di presunzione, si convince di poter dare lezioni di matematica agli scienziati cinesi, ignorando la loro superiorità in molti campi: fra i tanti primati cinesi sull'Occidente c' era stato il calcolo del «pi greco» (il numero decimale illimitato che misura il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio), calcolato con una precisione che nessuno seppe superare in Occidente per undici secoli. Perfino la concezione cinese dell'universo, che incorporava l' idea del vuoto com'è descritto dalla fisica dei nostri giorni, era molto più moderna rispetto alla formazione tolemaica di Ricci. Ma il gesuita riesce a sfruttare abilmente i ritardi cinesi sue due terreni cruciali - le mappe del pianeta, l' accuratezza del calendario - per guadagnarsi attenzione. La sua fama arriva fino al palazzo imperiale di Pechino. Nonostante questo Ricci farà ben vent'anni di «anticamera» prima di essere ammesso nella Città Proibita, il suo ambitissimo traguardo. E quando finalmente arriva il giorno di udienza, nel febbraio 1601, il fatidico evento per cui Ricci si è speso tutta la vita si rivela una perfida farsa. Il gesuita è ammesso al cospetto del solo trono imperiale, deve inginocchiarsi e omaggiare il seggio vuoto. Ricci non può sapere che l' intelligente ma timido imperatore Wanli, quattordicesimo sovrano di una dinastia Ming avviata al declino, è di fatto segregato nelle sue stanze, ostaggio delle congiure di eunuchi e alti funzionari. Incuriosito dai doni che lo straniero gli manda - dai mappamondi agli orologi meccanici - Wanli si fa perfino dipingere dei ritratti del gesuita, ma non lo incontra mai. Nel 1610 Ricci sul suo letto di morte a Pechino delirando favoleggia della conversione dell'imperatore, che naturalmente non è avvenuta. Dopo la sua scomparsa la Chiesa in preda alle fazioni più intransigenti della Controriforma proibisce i «riti cinesi» assecondati da Ricci, e spezza il dialogo intessuto pazientemente dal gesuita. A testimoniare della sua impresa unica nella storia, lo scienziato Wang Yazi scrisse questa prefazione per una delle opere confuciane di Ricci: «I regni dell'Occidente, che stanno a una distanza di 10.000 li dalla Cina, pur avendo in comune il cielo e la terra, non potevano comunicare con essa. Se essi oggi sono in comunicazione, ciò ha incominciato con il dottor Ricci».


Fonte:

la Repubblica

21 maggio 2005