Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Il gesuita che inventò il nome di Dio in cinese

di Federico Rampini

Pechino: Qual è il vero nome di Dio in cinese? La domanda è insidiosa. La Cina è la più antica civiltà del mondo eppure non è mai stata conquistata dal monoteismo. La fede dei cinesi è stata contesa per millenni dalla filosofia laica e terrena del confucianesimo (che concepisce solo un "mandato celeste" come segnale di legittimità dell'imperatore), dal buddismo di importazione indiana e dal taoismo, due religioni dove l' idea di divinità è immanente, si confonde con il tutto e con il nulla, pervade la natura e tutti gli esseri. Se nella lingua mandarina esistono troppi nomi per evocare la divinità ma non c' è un termine davvero equivalente al nostro Dio è perché non esiste lo stesso concetto. è il dilemma che nel 1607 viene sciolto dal gesuita italiano Matteo Ricci: dopo aver scartato altri possibili nomi il Dio cristiano per i cinesi si chiamerà Tian zhu, "Signore del Cielo". A chiarire chi sia questo essere supremo è consacrata l' immane fatica linguistica, filosofica e politica che Ricci porta a compimento in quell'anno. è il catechismo cattolico spiegato all' Impero di Mezzo: non è un testo tradotto, bensì è inventato appositamente per i lettori cinesi, è rielaborato usando valori e concetti locali, nel disperato tentativo di agevolare una evangelizzazione che fino a quel momento era stata un fiasco. Quattrocento anni dopo, solo ora questo catechismo cinese è tradotto in italiano (Matteo Ricci, Il vero significato del Signore del Cielo, Urbaniana University Press, Città del Vaticano). Diventa accessibile finalmente un documento prezioso per decifrare i difficili rapporti fra Oriente e Occidente, l' enorme distanza fra i due mondi, l' impermeabilità tra i linguaggi e le culture. Personaggio unico nella storia dei rapporti fra l' Europa e la Cina, Matteo Ricci è l' anti-Marco Polo, in senso letterale. Il mercante veneziano alla fine del Duecento aveva raccontato il mitico Catai del Kublai Khan agli increduli e sbalorditi lettori europei; il maceratese Ricci invece affronta tre secoli dopo la sfida inversa, tenta di accreditare l' Occidente cristiano come una civiltà degna di rispetto da parte di una Cina orgogliosa della propria superiorità. A differenza di Marco Polo, che ha conosciuto solo la dinastia mongola e non ha mai imparato il cinese, il dotto sacerdote gesuita si immerge nello studio della lingua e dei costumi degli Han, l' etnìa maggioritaria del paese. E a differenza dei francescani e domenicani che lo hanno preceduto, Ricci è il meno eurocentrico e "colonialista" di tutti i missionari cattolici. Si cambia il nome e diventa Li Madou, più tardi i cinesi lo definiranno Xitai, il maestro dell'Occidente. Sbarcato nel Sud della Cina quando era trentunenne, nel 1583, 24 anni dopo Ricci ha assimilato così bene la civiltà orientale che compie una scelta strategica: dichiara guerra al buddismo e al taoismo, che gli sembrano i due concorrenti più temibili del cristianesimo, e tenta invece di trovare un terreno d' intesa con i valori del confucianesimo. è un' opzione in parte dettata dalla certezza che l' etica confuciana ha molti punti in comune con quella cristiana. In parte obbedisce a un disegno politico. Il buddismo è una religione diffusa nel popolo, i suoi monaci non godono di alcun potere né di prestigio sociale. Invece il confucianesimo è l' ideologia della élite, degli intellettuali, dei mandarini. Far breccia tra i confuciani è la premessa per sperare di convertire la classe dominante e un giorno magari lo stesso imperatore. Il catechismo del Ricci perciò è costruito come un lungo dialogo tra due personaggi: uno è un immaginario saggio confuciano, l' altro è un intellettuale cattolico che naturalmente rappresenta lo stesso padre gesuita. Il confuciano interroga, esprime dubbi, perplessità, espone ciò che gli sembra contraddittorio o incomprensibile nella dottrina della Chiesa. Ricci gli risponde pazientemente, dando sfoggio di tutta la sua leggendaria erudizione e di una magistrale abilità retorica. Fin dalle prime pagine l' autore sfrutta il rispetto confuciano per le gerarchie e per l' ordine imperiale, e lo "estende" a Dio. «Ogni stato o paese - scrive il gesuita - ha il suo signore; è dunque possibile che solo l' universo non abbia signore?». Sapendo che la Cina è uscita da periodi di guerre tra dinastie per emergere come una grande potenza quando è stata unificata sotto un solo imperatore, Ricci fa leva sull'aspirazione all'ordine sociale per proiettarla verso il monoteismo: «Nei tempi antichi quando un grande numero di eroi si combattevano in un' era di anarchia, e quando era ancora incerto chi sarebbe dovuto essere il giusto regnante, ogni uomo giusto esaminava attentamente chi avrebbe potuto essere il signore legittimo, e moriva per lui». Non solo il gesuita dà prova di padroneggiare perfettamente la lingua, la cultura, i valori del suo interlocutore. Soprattutto, pur di fare proselitismo egli opera uno strappo cruciale rispetto ai missionari che lo avevano preceduto. Decide di accettare il culto degli antenati, la più antica delle credenze cinesi, che gli emissari di Roma fino a quel momento avevano condannato come un rito pagano. Ricci nella sua flessibilità arriva a utilizzare il culto degli avi per dimostrare che il confucianesimo è compatibile con la fede nell'immortalità dell'anima: «Secondo gli antichi riti cinesi - scrive nel catechismo - i figli rispettosi e i nipoti degni devono tenere i templi degli antenati in buone condizioni per conquistare l' approvazione dei genitori già dipartitisi da questo mondo. Se la carne e lo spirito di questi genitori si sono dissolti, non sono in grado di dare ascolto alle nostre richieste. Ovvio che il servire i morti come se fossero ancora vivi - riti importanti compiuti da tutti, dal sovrano della nazione in giù - sarebbe niente più che un gioco per bambini». Il razionalismo e il senso pratico confuciano servono al gesuita per ridicolizzare la visione buddista della reincarnazione: «Chi può dire se la donna che si prende in moglie non sia la reincarnazione della propria madre? Chi può dire se i servi che si usano non siano la reincarnazione dei propri sovrani? Non è introdurre gran confusione nelle regole che governano le relazioni umane?». Il letterato confuciano di questi dialoghi, essendo un interlocutore di comodo partorito dalla fantasia del Ricci, è solitamente arrendevole di fronte alle tesi cristiane. Capita che qualche volta muova delle obiezioni forti. C' è un passaggio che sembra anticipare la contesa sempre attuale tra teorie evoluzioniste e creazioniste. Il letterato cinese oppone alla Genesi la sua visione pragmatica: «Però, possiamo vedere che l' uomo nasce dall' uomo, l' animale dall'animale, e che tutte le cose si riproducono in questo modo. Così, la nascita delle cose dalle cose sembra non avere nulla a che fare con il Signore del Cielo». La più poderosa controffensiva lanciata dal confuciano immaginario riguarda il celibato dei preti: «Ma cosa c' è dietro l' idea di una castità che duri per tutta la vita e di una regola che proibisca il matrimonio? Dovrebbe essere difficile astenersi completamente da ciò che è naturale per le creature viventi. L' amore per la vita è il fondamento della natura del Sovrano dall'Alto. Posso eliminare ciò che mi è stato tramandato dai miei antenati per centinaia e migliaia di generazioni? Ci sono cose che segnano un uomo come non rispettoso della pietà filiale, e la maggiore di queste è di non avere progenie». L' obiezione è così efficace che Ricci sembra quasi in difficoltà. Sceglie una risposta non del tutto pertinente, ma in compenso sorprendente per la sua modernità malthusiana, e quasi profetica visto il futuro sviluppo demografico della Cina. Il gesuita giustifica il celibato dei sacerdoti come una forma di controllo delle nascite: «I tempi sono cambiati. Nei tempi antichi la popolazione era esigua ed era giusto per il genere umano proliferare; ora che gli uomini sono diventati così numerosi, invece, dovrebbero temporaneamente rallentare il tasso di nascite». Il dialogo immaginario tra il filosofo cinese e il letterato occidentale naturalmente ha un lieto fine: il confuciano, senza rinnegare se stesso, si arrende alla verità del cristianesimo e si converte nelle ultime pagine del libro, dopo 592 scambi di argomentazioni. La storia reale fu ben diversa. Il celibato dei preti continuò ad essere una incongruenza inaccettabile per i cinesi, allevati nella venerazione dell'istituto familiare. Poi il gesto fatale per accentuare le incomprensioni venne da Roma. La tolleranza di "Li Madou" per il culto cinese degli antenati continuava ad avere nella Chiesa tenaci avversari che lo bollavano come un' eresia. Dopo la morte del Ricci (nel 1610) in Vaticano la contesa dei riti scoppiò in modo virulento, anche perché nascondeva lotte tra fazioni e regolamenti di conti contro il potere dei gesuiti. Nel 1715 papa Clemente XI vietò definitivamente il "rito cinese" e mandò un emissario all' imperatore Kangxi per affermare l' autorità di Roma sui (pochi) convertiti al cattolicesimo. Fu una pretesa inammissibile per la Cina - che non aveva mai conosciuto il dualismo e la rivalità fra un' autorità religiosa e il potere politico - che sembra ripetersi nel braccio di ferro attuale fra il regime comunista di Pechino e la Santa Sede sulle nomine dei vescovi. L' eredità di tolleranza e di comprensione di Matteo Ricci, il primo sinologo della storia, venne tradita. Resta questo singolare catechismo, a testimoniare l' intelligenza di un uomo che cercò di costruire un ponte fra due universi lontanissimi.


Fonte:

la Repubblica

6 agosto 2006