Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La 26esima traduzione delle opere di Padre Matteo Ricci

di Filippo Mignini

Questa settimana rendiamo nota, ancora una volta, una porzione di testo tratta dall’opera ricciana Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina.
In questo brano viene illustrato come, immediatamente dopo il loro arrivo in Cina, i missionari si trovarono di fronte alla necessità di disporre di testi in cinese che spiegassero i principi fondamentali della religione cattolica. Risalgono infatti al 1584 il Catechismo di Ruggieri e le traduzioni ricciane del Decalogo e delle principali preghiere cattoliche: il Pater, l’Ave e il Credo. Negli anni successivi, via via che venivano fondate nuove residenze e aumentava il numero dei convertiti, questa esigenza si fece più pressante e iniziarono a circolare dei libelli, per lo più costituiti da pochi fogli, che contenevano i principi della dottrina cattolica, dove i Padri si industriavano a rendere nella lingua cinese dei concetti ben difficili da assimilare in essa. Ricci, dopo aver ottenuto il permesso dagli inquisitori di Goa nel 1601, si dedicò a realizzare una versione più completa ed organica del Tianzhu jiaoyao (“Compendio della dottrina del Signore del Cielo” o “Dottrina Christiana”) che venne data alle stampe, per ordine di Valignano, nel marzo del 1605. È interessante notare come in quest’opera l’autore traduca alcuni termini fonetizzandoli dal portoghese.

[…] In questo tempo, essendo già venuta la licentia da gli Inquisitori per i nostri stampare i libri necessarij per questa Christianità, il Padre Matteo, la prima cosa che fece, fu stampare una nova versione, che con agiuto degli altri Padri aveva fatto delle orationi et altre cose necessarie ai novi Christiani, con agiuntione di altre cose della Dottrina Christiana con qualche brieve dichiaratione specialmente negli sette sacramenti. E fu questa assai necessaria; perché nel principio si era fatta questa versione per mano di Interpreti, che non sapevano tanto la necessità di tradursi queste cose conforme al suo originale; e così era necessario ogni anno emendare qualche cosa, e veniva ogni residentia a tenere la sua propria versione differente dalle altre, con qualche confusione de Christiani, che alle volte ivano di un luogo all’altro, e da lì avanti non si usò altra che questa, ristampandosi in tutte le altre case.
E mentre si faceva una dichiaratione più copiosa di questa nova dottrina Christiana, stampò il Padre il Catechismo, che egli aveva già molti anni posto in ordine e usavano tutti i nostri scritto di mano. Questo non tratta di tutti i misterij della nostra Santa fede, che solo si hanno da dichiarare a Catecumeni e Christiani, ma solo di alcuni principali, specialmente quelli che di qualche modo si possono provare con ragioni naturali et intendere con l’istesso lume naturale, accioché potesse servire a Christiani et a gentili e potesse esser inteso in altre parti remote, dove non potessero così presto arrivare i nostri, aprindo con questo il camino agli altri misterij che dipendono dalla fede e scientia revelata; come sarebbe a dire di esser nell’Universo un Signore e creatore di tutte le cose, che continuamente le conserva; esser l’anima dell’huomo immortale, et essergli dato il pago delle buone e delle male opre sue nell’altra vita da Dio; esser falsa la trasmigratione delle anime in corpi di altri huomini et anco animali, che molti qua seguono con altre cose simili; e tutto questo provato non solo con molte ragioni et argomenti cavati da nostri sacri Dottori, ma anco con molta autorità de’ loro libri antichi, le quali il Padre aveva notate quando gli leggeva, che diede grande autorità e credito a questa opra.
E se bene non si pose direttamente a confutare tutti gli errori delle sette della Cina, con tutto ciò refutò di radice quello che dicevano i Cinesi contrario a queste verità, con ragioni irrefragaveli, cavate pure da’ nostri autori, specialmente in quello che toccava alla adoratione de gli Idoli e sua Dottrina.
Procurò molto di tirare alla nostra opinione il Principale della setta de’ letterati, che è il Confutio, interpretando in nostro favore alcune cose che aveva lasciate scritte dubiose, con che guadagnorno i nostri molta gratia con i letterati che non adorano gli Idoli.
Nel fine di esso si dichiara anco qualche cosa della venuta di Christo nostro Redentore al mondo a salvarlo et insegnarlo, e si esortano i Cinesi a chiedere dai Padri la sua vera Dottrina, che in altri libri si insegna più particolarmente.
Fu quest’opra molto necessaria per i nostri per esser stata fatta e raccolta da varie cose che i Cinesi sogliono domandare ai nostri in varij tempi e luoghi; e così ritrovarsi in essa la risposta di tutto; il che non si può fare sì bene per parole, specialmente da altri Padri novi che vennero dipoi, e per potersi dare a tutti; perché il loro ordinario è, udite le nostre cose, chiedere alcun libro che tratti queste cose, o dire che poniamo tutto quello in scritto per poterlo miglio considerare, e sin allora non si era potuto fare. Fece questo libro diversi effetti; percioché per quei che volevano esser Christiani fu di grande agiuto a fargli intender meglio le nostre cose, e per i Christiani per confermarsi con esso ogni giorno più nelle cose della Santa religione. Ma per gli seguaci della setta degli Idoli fu cosa molto odiosa e fece alienare molti da’ nostri per la molta libertà con che discopre le falsità di quella setta; non con ingiurie, come altri Cinesi anco fecero, o con raggioni frivole, ma con argomenti a che non possono loro né sanno rispondere […].
Matteo Ricci, Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 453-455.


Fonte:

Cronache maceratesi

27 luglio 2010