Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


L'Italiano che inventò la Cina

di Francesco Sisci

Una mostra a Pechino celebra dopo quattro secoli il gesuita che rimane una pietra miliare dello sviluppo culturale cinese, mentre è in secondo piano da noi

Immagine di Matteo RicciNel 1610, l’anno della sua morte, il centro del mondo sembrava ancora che fosse l’Italia e Venezia, la città che stava guidando la guerra contro la maggiore potenza del tempo, l’impero turco. L’Inghilterra di Elisabetta I si sentiva provinciale, tanto che un “commediante” locale, tale Willian Shakespeare, morto solo pochi anni dopo nel 1616, ambientò molte sue opere proprio nella laguna, così come oggi scrittori italiani a caccia di una luce internazionale chiamano i loro protagonisti John o Tom.
Era un mondo di percezioni errate, come la storia avrebbe provato da lì a poco. Il centro del pianeta si era infatti spostato dal Mediterraneo all’Atlantico, e l’eroe che marcò il futuro non era un Doge e neppure il re di Spagna, ma un pirata poi elevato a baronetto sir Francis Drake.
In un’Europa che non aveva nemmeno capito cosa stava accadendo intorno alle sue coste, che non percepiva il cambio epocale culturale e ideale portato dalla scoperta dell’America, il gesuita Matteo Ricci alla fine del ‘500 intraprese il suo viaggio per la Cina allora misteriosissima e oggi solo un po’ più chiara. Il suo viaggio sembrò cadere nel nulla, eppure oggi quattro secoli dopo, il suo fu il contributo maggiore all’Europa e alla Cina.
Nella sua monumentale e fondamentale Storia del pensiero cinese (Zhongguo sixiang shi, Shanghai 2001) il filosofo Ge Zhaoguang dedica ben due capitoli a Ricci a cui attribuisce un contributo fondamentale in un cambio di visione del mondo in Cina. Allora i cinesi non avevano una percezione “razziale” di se stessi. Semplicemente se uno parlava cinese, si comportava da cinese era cinese. Infatti allora “cinese” si diceva solo “huaren”, persona civilizzata, colta, contro i barbari che erano rozzi e incolti. Ricci che aveva imparato il cinese, si comportava da cinese venne considerato dagli uomini della corte imperiale che si era fatto amico come cinese-civilizzato.
A questo punto però Ricci, che aveva lavorato duro per integrarsi ed essere considerato “civilizzato”, gelò gli interlocutori rovesciando il tavolo. Disse che sì era civilizzato ma di un’altra civiltà. Questo ragionamento sconvolse l’imperatore. La Cina allora si chiamava “tianxia”, tutto quello che è sotto il cielo, non nel senso che fuori dai confini cinesi non c’era più niente, ma nel senso che fuori dall’impero non c’era più civiltà e quindi più nulla di importante. Ricci invece diceva che fuori dall’impero c’era un’altra civiltà altrettanto importante.
Ricci argomentò il caso in maniera convincente. Lui era portatore di conoscenze nuove, avanzate, aveva padroneggiato i modi cinesi, ciò dava credito alle sue affermazioni. All’inizio del ‘600 allora l’imperatore Ming Wanli commissionò una mappa del mondo a Ricci. Qui il gesuita si trovò ad affrontare tanti problemi: come chiamare il paese che sentiva di essere “tutto quello che è sotto il cielo” in una mappa effettiva di tutto quello che è sotto il cielo? e poi come giustificare che la Cina era molto più piccola di quanto l’imperatore potesse percepire?
Ricci risolse il primo problema ripescando un nome antico che la dinastia Song meridionale (1127-1279) aveva usato per identificarsi rispetto ai Mongoli e i Khitan al nord, o che in tempi antichissimi indicava gli stati della pianura centrale rispetto a quelli più esterni. Il termine era “zhong guo”, lo stato di mezzo, e in onore alla definizione mise la Cina al centro della sua mappa, con l’Europa a sinistra e l’America a destra, cosa che compensava la sua dimensione ristretta.
Questa carta, del 1602, contribuì a cambiare la percezione del mondo dei cinesi, diede loro l’idea che la propria identità non poteva essere basata sul binomio: civile-incivile, ma che dovesse esserci un senso di identità diverso di tipo “nazionale”, di popolo. Era cambiamento profondissimo della percezione di sé e del mondo che per molti versi venne rafforzato con la successiva caduta della dinastia Ming e l’inizio della nuova dinastia straniera, mancese, dei Qing (1644-1911) che organizzò la popolazione a seconda della sua origine nazionale, mancesi, mongoli, cinesi. Sotto i Qing comunque continuarono a operare e lavorare i gesuiti seguaci di Ricci, che ottennero posti di enorme potere, che oggi sarebbero di ministro fin quando, nel ‘700, il papa ordinò loro di lasciare la Cina.
Per questo contributo culturale enorme, simile forse a quello di Kant in occidente, Ricci ha avuto da secoli un posto speciale nella storia cinese. La sua tomba è sopravvissuta a quattro secoli di cambiamenti tumultuosi, guerre e invasioni, e oggi è conservata all’interno del cortile della Scuola del partito di Pechino. Il governo dell’ufficcialmente ateo partito comunista prevede per l’anno della Cina in Italia (ottobre 2010-ottobre 2011) di portare una mostra di un seguace di Ricci, il gesuita Giuseppe Castiglione (1688–1766) divenuto pittore di corte dell’imperatore cinese.
Se per la Cina Ricci è una pietra miliare, per l’occidente a quattro secoli di distanza rimane controverso. L’occidente gli preferisce da sempre Marco Polo, di cui i cinesi non avevano mai sentito parlare prima del periodo contemporaneo. Soprattutto l’occidente non è ancora convinto della bontà del metodo gesuita: prima convertirsi alla cultura cinese e poi convertire la cultura cinese come un contributo alla cultura cinese e alla cultura del mondo. Il metodo rimane infatti difficilissimo, nel doppio ostacolo di entrare e uscire da una cultura così diversa, mentre i risultati, ovvi e importanti per i cinesi, restano sfuggenti per gli occidentali.
Così a quattro secoli dalla sua morte Ricci rimane come nel 1610, fondamentale per la Cina e spinoso per noi, ma forse questa è la vera prova della forza attuale del suo insegnamento.


Fonte:

La Stampa - Red blue China

5 febbraio 2010