Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Han Han e il giornalismo cinese

di Cecilia Attanasio Ghezzi

Su una station-wagon scassata Lu Ziye, un ragazzo sulla trentina, attraversa la Cina. Molti sono i momenti in cui indugia nel ricordo della sua infanzia. Il risultato è l'ultima fatica di Han Han, che tratteggia la Cina di oggi e di ieri.

Ogni mattina al lavoro iniziavamo con una riunione durante la quale emergevano le vere notizie; dopo di che, con mia indignazione, il capo diceva puntualmente che non potevano essere pubblicate. A quel punto ci lanciavamo all’inseguimento di notizie sostitutive. Io mi occupavo della pagina culturale, ma avrei preferito di gran lunga stare alla cronaca perché mi sembrava l’unico modo di incidere sui problemi sociali. Comunque la pagina culturale aveva un aspetto positivo, ossia le numerosissime bustarelle che si raccoglievano. All’epoca la tariffa abituale oscillava tra i trecento e i cinquecento yuan. Le prime volte rifiutai, creando tensione al giornale per le telefonate insistenti degli agenti che temevano articoli denigratori e spregiudicati sulle star che rappresentavano. Io precisavo di non provare né inimicizia né gratitudine nei loro confronti: avrei scritto il pezzo in base alle dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa. In seguito un collega navigato mi disse: «Chi credi di essere, un eroe alla Lei Feng? Un martire come Huang Jiguang? Che vuoi che siano poche centinaia di yuan, accettali!» Cominciai a farlo, sentendomi però molto a disagio. Confidai a un amico giornalista il desiderio di passare alla cronaca, dove credevo non circolassero bustarelle. Lui ribattè: «Punti in alto! Certo, alla cronaca niente bustarelle anche perché, viste le cifre, in una busta non ci entrerebbero proprio, te le accreditano direttamente sul conto; chi pizzichi troverà il modo di accordarsi con te in automatico». Replicai: «Non era ciò che intendevo, non c’è proprio nessuno che abbia le mani pulite nell’informazione?» «Certo che c’è, ce ne sono ovunque». «Dove?» «Tutti a spasso». Il giorno stesso preparai la lettera di dimissioni. Del resto, essendo il mio primo impiego, ero fermamente convinto di essere semplicemente capitato nel giornale sbagliato, non di aver sbagliato mestiere. Quella sera, ubriaco, confidai al mio amico: «Sai? Da piccolo aspiravo a cucinare spaghetti in un ristorante, ora che sono giornalista ho degli ideali». «A quei tempi non avevi certo idea di quanto fossero potenti quelli che ci controllano». «Sono sicuro che il male non possa trionfare sulla giustizia». Fece un sorriso forzato: «Già, tanto sono loro a decidere cosa sia bene e cosa sia male». «Domani non mi rivedrai, te lo dico io, domani, quando il sole sarà di nuovo alto nel cielo, non mi rivedrai, mai più». Il giorno dopo ero in ufficio. Speravo che la sera prima fosse stato ubriaco anche il mio amico. In ogni caso ci avevo preso, perché davvero non mi vide più: lo avevano licenziato. Era uscito un articolo su un caso di corruzione e l’azionista della società che lui aveva citato era il fratello maggiore della moglie del figlio del segretario del comitato locale del Partito. Quando andai nell’ufficio del personale a presentare le mie dimissioni, si verificò una coincidenza da soap opera. Non feci in tempo ad aprire bocca che il direttore del personale mi disse: «Proprio te cercavo, lo sostituirai tu, e in futuro, nel caso di indagini private, bisognerà essere più meticolosi e verificare ogni possibile retroscena. Avremmo voluto proteggerlo ma non ci siamo riusciti, ha calpestato i piedi a qualcuno con appoggi molto in alto. Non preoccuparti, nel suo articolo non è stato esplicito e noi nemmeno, la notizia è uscita in maniera fumosa, perciò la responsabilità non ricadrà interamente su di lui, e comunque in realtà non lo abbiamo proprio licenziato, lo abbiamo trasferito nella redazione di una rivista letteraria del nostro gruppo, “Luce dell’alba”. Tu fa’ attenzione, però». In quel periodo guardavo dvd notte e giorno, mi sarò sparato centinaia di film, per annullare la mente erano più efficaci di una droga. Io mi immedesimo con facilità, se vedo un eroe divento un eroe, se vedo un coglione sono il coglione, riesco perfino a calarmi nei panni delle donne. Nei litigi tra cane e gatto, è dura decidere in quale dei due identificarmi. Ho sempre sentito dire che la vita è un film; ’fanculo, io direi piuttosto che la vita assomiglia a una soap opera: raffazzonata, illogica, immancabilmente pallosa e implacabile, peccato che non puoi smettere di vederla. Quando finivo di guardare un bel film la sera, mi sarò detto infinite volte che il giorno dopo avrei rassegnato le dimissioni con risolutezza, mi figuravo anche la scena: avrei mandato tutti al diavolo. Immaginavo perfino di venire alle mani. Mi credete? A questo mondo, se ti rappresenti delle cose

nella testa, poi ti sembra di averle fatte davvero. Le ragioni per cui non mollavo il posto erano che mi avevano aumentato lo stipendio e che mi ero innamorato. Avevo visitato un’accademia d’arte drammatica per porre delle domande ai maestri delle star e avevo intervistato anche alcuni studenti. Mi innamorai di una di loro: era più giovane di me di sei anni e si chiamava Mengmeng. Durante l’intervista mi disse: «Sono venuta qui per diventare una stella, non mi interessano né la fama né il guadagno, è ciò che merito. Oltretutto non c’è mai stata nessuna star che facesse Meng di cognome». «Beh, Meng Tingwei e Meng Guangmei», puntualizzai. «Sì, ma nel continente ancora no, loro non contano». «Ti sei fatta un programma?», le domandai. «Non siamo noi a tracciare il nostro percorso, rimaniamo coinvolti nei disegni degli altri». Mi fece male sentirla dire quelle parole e le chiesi: «Questo non farà parte dell’intervista: come posso aiutarti?» «Dedicami spazio nell’articolo». E lo feci, appena rientrai. Quando uscì il giornale, però, il pezzo era tagliato. Affrontai il caporedattore sostenendo le mie ragioni, ma lui contestò la sproporzione: una ragazza che nessuno conosceva diceva quattro frasi mentre un personaggio famosissimo ne diceva appena due. Mi giustificai spiegando che si trattava di idee di grande attualità e di straordinario interesse. Il caporedattore ribatté: «A me sembrano insignificanti e basta». Tempo dopo, Mengmeng prese l’iniziativa e mi telefonò: «Usciamo, andiamo al karaoke». Esitai un attimo: «Dove?» *Han Han è lo scrittore ribelle divenuto la voce rappresentativa della generazione nata negli anni Ottanta. Nato nel 1982, residente a Shanghai, blogger, pilota di rally e icona pop giovanile, si sta rapidamente trasformando da fenomeno mediatico inviso ai circoli letterari e osannato da giovani cinesi e giornalisti occidentali. Il suo blog è tra i più visitati del mondo. ** pp. 115-117 Han Han, Verso nord - Unonoveottootto, in uscita il 6 novembre 2012 per la casa editrice Metropoli d’Asia (14,50 €). Traduzione di Silvia Pozzi

06/11/2012


Fonte:

China Files

15 febbraio 2013