Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Il cimitero delle guardie rosse

di Diego Gullotta

Un lucchetto chiude il cancello dell’unico «cimitero delle guardie rosse» rimasto in Cina, a Chongqing, nel parco a tema mai completato del distretto di Shapingba. Nella città di pieni e vuoti, di sali e scendi, dove puoi trovarti alla stessa altezza di un grattacielo o fra improvvise macchie di verde, nella città che cade nelle voragini di fabbriche in dismissione il parco si offre con un carico ridicolo e funereo al tempo stesso. A due passi dalla sua entrata rimbalza la vaga idea del colonnato di San Pietro, si allineano le facce in pietra di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt; in mezzo a una natura a tratti selvaggia ci si imbatte nella miniatura di Angkor Vat, a lato una lupa capitolina da urlo e un campanile di Venezia. Il Cremlino nascosto dagli alberi scruta la statua della libertà, placida sul laghetto artificiale. Nell’incanto malriuscito delle brutte copie si costeggia una grande muraglia in miniatura, metà cinese e metà castello medievale. Seguendo alcune scale ci si trova di fronte a una scritta sbiadita su un muro «Cimitero della rivoluzione culturale» che fa pensare a un altro scherzo del parco a tema. Ma la targa governativa del 2010, patrimonio culturale, riporta alla realtà. Proprietà di una famiglia di «capitalisti», dopo il ‘49 il parco diventa pubblico. Nel ‘57 viene ampliato e ingloba una parte di terreno dove già si trovavano tombe di morti nella resistenza contro il Giappone. Anche agli ex ribelli piace il silenzio. Non si sapeva che fosse già un cimitero quando, nell’estate ‘67, lo scontro armato fra le fazioni di ribelli della Rivoluzione Culturale inizia a fare morti. Gli ultimi funerali si celebrano nel gennaio del ‘69, poi silenzio ed oblio, fino a quando, nell’85, si decide di murarlo. C’era chi proponeva la sua distruzione, dopo anni in cui gli stessi ex ribelli avevano pensato che il silenzio avrebbe rimarginato le ferite. Lo stesso periodo in cui Ba Jin, inascoltato, propone la costruzione di un museo della Rivoluzione Culturale. Il compromesso di murare il cimitero, togliendolo allo sguardo, si rivela oggi un modo per proteggerlo. E infatti nel 2010 arriva la qualifica ufficiale di patrimonio culturale. Una decisione che non ha relazione con Bo Xilai, il capo del Pcc di Chongqing oggi in disgrazia che la vulgata dei media nazionali e internazionali ha dipinto come un resuscitatore della rivoluzione culturale. In realtà è una spinta dal basso, minjian, che continua ad animare questo pezzo di memoria. Negli anni ‘90 il progetto di costruire un parco a tema privato fallisce, lasciando tracce sparse qua e là. Il primo parco a tema cinese è quello di Shenzhen, la città simbolo del periodo delle Riforme e Aperture che negli ‘80 voleva concretizzare l’immaginario della finestra sul mondo, vale a dire la logica della Zona Economica Speciale. Oggi una Cina tutta zona speciale e tutta parco a tema si scontra con la memoria intrecciata attorno al cancello chiuso di questo cimitero. È il momento di seguire qualcuno dei fili di questa memoria. Han Pingzao, che si presenta come gongmin (cittadino), ex ribelle, da anni insieme ad altri raccoglie storie orali legate agli oltre 500 eroi di questo cimitero (a inizio anni ‘70 di luoghi simili ce n’ erano 24 solo a Chongqing). «Quando intervisto i familiari o parlo coi miei vecchi compagni ancora maoisti (maopai), spesso non ci

troviamo d’accordo. Non seguo queste vicende per un’appartenenza ideologica, al contrario lo faccio perché bisogna ricostruire la memoria anche se dolorosa e conflittuale. Quando dico che sono morti innocenti, molti familiari si arrabbiano, dicono che sono eroi, perché ci credevano. La Rivoluzione Culturale nel discorso ufficiale è un argomento tabù, nei testi scolastici è solo fanatismo ed errore. Se si oscura un periodo storico, se non si elabora, i morti non riposano in pace. Chiederanno prima o poi il conto. Finora nei media ufficiali sono comparse solo sporadiche notizie sul cimitero, un articolo sul Nanfang Zhoumo di alcuni anni fa ( il redattore perse il posto) e una trasmissione di una tv di Hong Kong hanno provato a bucare il silenzio. Sono io che ho dato materiali e contatti, così come per il capitolo del libro di P.P. Pan Out of Mao’s Shadow. Ancora oggi non abbiamo un conto ufficiale dei morti. Facciamo tutto a livello informale, ma questo dovrebbe essere compito della collettività. Con l’università o gli enti di ricerca cinesi è inutile pensare a un progetto di storia orale, non lo prenderebbero in considerazione. Chissà, magari all’estero…». Han si appassiona sulla società cinese, sbatte la mano sul tavolo quando manda a quel paese partito e governo attuali, prima di proseguire sui massimi sistemi, sulla cinesità, sulla religione. Sopra ogni cosa, il pensiero di Mao. Gli chiediamo della sua esperienza di ribelle. «Ero studente di un istituto industriale. Durante la campagna delle quattro pulizie (economia, politica, pensiero, organizzazione) volta anche a criticare e controllare i quadri di partito, insieme a un compagno criticammo con un dazibao il capo della scuola, e ce la fece pagare a fine anno. Siamo nel momento in cui si inizia a indicare dentro il partito chi ha imboccato la strada del capitalismo. Fu scontato per me aderire al gruppo dei ribelli. Ma come!? Avevo servito il socialismo ed ero stato schiacciato dai superiori!? Mettici anche che nel nostro immaginario di ragazzi c’erano film e spettacoli che ci proponevano gli eroi della rivoluzione. Ci sentimmo chiamati a imitare il loro esempio, insomma erano i nostri valori, insieme alla rabbia di vedere le istituzioni completamente burocratizzate dopo 17 anni dalla fondazione della Nuova Cina. Sopra ogni cosa, il pensiero di Mao. Se io avevo avuto miei motivi personali di rivendicazione e giustificazione per la ribellione, c’era poi la legittimazione e la spinta all’attacco verso i superiori, e veniva proprio da Mao. Le sue parole semplificavano e riuscivano ad arrivare proprio a tutti. Il marxismo si riassumeva nel chiaro “ribellarsi è giusto”, i superiori che fino a poco tempo prima incutevano terrore, adesso potevano essere criticati e sbattuti giù. Poi si entrava nei ribelli anche per imitazione, per non restare fuori. Molti, che di famiglia non erano rossi, ancora di più estremizzavano pensiero e comportamento. Io stesso venivo da una famiglia dove mio padre aveva lavorato col governo nazionalista, era stato oggetto di attenzioni pervasive fin dalla campagna contro i destri. Anche per questo decisi di lasciare casa e stabilirmi nella scuola. Per due anni abbiamo vissuto oscillando tra liberazione e repressione, autoimposta e inferta. Su tutto, quel che contava era la ricerca e la costruzione del nemico. In pochi anni da esterno il nemico diventa interno, la nostra identità di ribelli era essenzializzata nel nemico. Quanto ai soldi, avevamo quelli della scuola, che gestivamo direttamente. Nell’estate del ‘66 a Chongqing nasce dentro il movimento la 15 Agosto (8.15). A gennaio, nella presa del potere, nasce l’altra fazione, Ribellione fino alla fine (Fandaodi) in cui io e tutta la mia scuola entrammo, lasciando l’altra fazione. Da lì a pochi mesi inizia lo scontro con la 15 Agosto. Sono stato fatto prigioniero due volte, una volta ferito in modo abbastanza grave. All’inizio era un po’ teatrale. Ad esempio quando vennero ad accerchiare la nostra scuola era tutto con bastoni e mattoni. Preso prigioniero e portato nella base della 15 Agosto, mi accorsi di conoscere tanti di loro. Dal luglio del ‘67 le cose cambiano. Già verso la ricerca mirata delle persone, le barricate, il fare prigionieri ero critico, ma rischiavo di essere mandato via. Oltretutto avevo la colpa familiare. E così non mi tirai indietro. Dai bastoni ai mattoni si passò alle pistole, alle bombe, alle mitragliatrici… Una volta assaltarono una fabbrica col lanciafiamme. Qui molte erano le fabbriche di armi e le due fazioni se ne impadronirono presto. Ad agosto ho contato i morti della mia scuola, che seppellimmo all’entrata. Nell’unico cimitero rimasto (dove lo intervistiamo, ndr), c’era il “capo dei cadaveri” a “gestirlo”. La sua famiglia era di destri, e quindi faceva il lavoro più sporco per testimoniare la sua fede. Usava i prigionieri per ripulire i cadaveri dai vermi, dalle ferite e scavare le fosse. Ne uccise alcuni durante questi trattamenti… Di cose raccapriccianti ne posso riferire veramente tante». Anche se non è il “giorno dei morti” e non siamo dei familiari, il custode apre il cancello. Oltre 95 stele, alcune ormai illeggibili. Han indica la tomba di un suo cugino, che stava con la 15 Agosto. Questo cimitero è infatti quasi tutto di questa fazione. Il Grande Traditore. «A Chongqing, nell’estate del ‘67 c’è stata, credo, l’unica battaglia navale di tutta la Cina del tempo. Ad agosto di quell’anno la città è già divisa in zone controllate dall’una o dall’altra fazione, non potevi più muoverti liberamente, si rischiava grosso. Alla fine del ‘67 è chiaro che l’esercito sta

dalla parte della 15 Agosto. Poi da marzo-aprile il tentativo di far dialogare le fazioni trova una società profondamente divisa. A Chongqing lo scontro prosegue fino all’estate del ‘68. Quando Mao ha già scelto di usare l’esercito per mettere ordine e far fuori i ribelli, io mi ritrovo in estate a scappare con alcuni compagni proprio dall’esercito. Due morti. Nel ‘71 mi misero in carcere. Dopo i fatti di Lin Biao, l’accusa di essere andati contro l’esercito non era più grave e fui liberato. Ma già dal ‘68 avevo giurato che non avrei più partecipato alla politica. Il Grande Timoniere era ormai solo un Grande Traditore. Trovai, con difficoltà, lavoro in una fabbrica. Divenni operaio specializzato e poi caporeparto. Facevo carriera perché solo il lavoro contava. Nell’84 decisi di lasciare tutto e mi misi a fare il commerciante. Ho seguito la scia delle riforme e aperture». E quella chiesa protestante che si affaccia proprio sul margine del cimitero? Ride. Prima era un tempio buddista, distrutto con la Rivoluzione Culturale. Nel ‘90 ci hanno messo la chiesa. Lui non ci va spesso, è chiesa patriottica. Lui è cristiano, dice. Seguiranno sparate su Taiwan e sulla riabilitazione del governo nazionalista pre ‘49. Ma tutta questa ricerca di alterità sembra derivare sempre da un ostacolo fondamentale: il partito, una macchina burocratica senza politica a cui non si riconoscono identità né valori. Si chiude il cancello, il lucchetto è l’unico criterio di verità in questa Cina urbana che sprofonda in un presente di parchi a tema e speculazioni edilizie.

07/11/2012


Fonte:

Il Manifesto

1 marzo 2013