Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Cina, adesso (forse) si vota

di Giovanna Faggionato

Il Partito comunista cinese (Pcc) potrebbe essere a una svolta. Per la prima volta il numero dei candidati per l'ufficio politico - il cosiddetto 'Politburo' che dirige il Paese - è considerevolmente maggiore del numero delle poltrone effettivamente disponibili. Di fronte allo stallo, ma soprattutto di fronte alla costante emorragia di consensi tra i cittadini, i leader comunisti hanno quindi proposto il grande passo: lasciare decidere autonomamente ai delegati del 18esimo Congresso, con un libero voto, chi può entrare a far parte della ristretta cerchia di potenti.

LA PROPOSTA DI HU E XI. L'indiscrezione sulle possibili elezioni è stata raccolta dai cronisti di

Reuters ai piani alti della gerarchia rossa: il presidente Hu Jintao e il vicepresidente, suo erede designato, Xi Jinping hanno proposto ufficialmente il cambio di rotta ai maggiorenti del Pcc. Tuttavia non si tratterebbe comunque di decisione libera: la scelta avverrebbe all'interno della lista stilata dai capi dell'organizzazione. Il verdetto deciderebbe, insomma, chi potrebbe essere escluso. È probabile che l'ala conservatrice del partito e i vecchi leader che dettano l'agenda nell'ombra respingano anche questa versione ridotta. Un'occasione persa. Nel cammino verso una forma di democrazia interna sarebbe un passo epocale.

Finora il Comitato centrale del Congresso si limitava a mettere il timbro sulle scelte prese nelle segrete stanze, nella cerchia ristretta del presidente e dei leader più potenti. La necessità di un cambiamento era stata prevista fin dagli Anni 90. Ma il tempo della politica scorre lento. L'opzione ha preso corpo solo oggi, con una classe dirigente in crisi, al centro di continui scandali per corruzione, isolata nel lusso delle ricchezze ereditate o accumulate nel corso della carriera politica, e un progresso economico che ha portato più ricchezza più consapevolezza, ma anche disastri sociali e ambientali. UN FAVORE AI RIFORMISTI. La svolta poi potrebbe avere ripercussioni anche nel breve periodo, cambiando gli equilibri politici di un Politburo investito dell'urgenza di numerose riforme. I rumor in circolazione davano per certo una predominanza di conservatori, protetti dall'ex presidente 86enne Jiang Zemin. Ma se la proposta di Xi venisse accettata, potrebbero aprirsi nuovi scenari. A tutto vantaggio dei riformisti. IL 20% DEI CANDIDATI IN PIÙ. Nel 2012 ci sono il 20% di candidati in più rispetto ai posti disponibili , nel 2007 l'eccedenza si fermava all'8% e cinque anni prima al 5%. Sembra insomma che qualcosa nella pancia del Pcc si stia muovendo. Secondo i ben informati Xi Jinping avrebbe chiesto di estendere il voto libero anche all'elezione dei 200 membri del Comitato centrale, finora solo formalmente eletti dal Congresso. Non è ancora chiaro, invece, se la proposta riguardi anche il Comitato permanente del Politburo, il cuore del potere del Pcc. Ufficialmente le istituzioni di Pechino non hanno voluto rilasciare commenti. Di certo, hanno assicurato fonti anonime, anche solo per aver proposto la novità, la figura del futuro presidente Xi Jinping ne uscirà rafforzata.

08/11/2012


Fonte:

www.lettera43.it

6 marzo 2013