Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Il congresso del partito dall’A alla Z

di Luca Vinciguerra

A come Aziende di Stato. Sebbene la vera spina dorsale dell’economia cinese sia rappresentata dalle piccole e medie imprese (generano circa due terzi del prodotto interno lordo), oltre la Grande Muraglia le società pubbliche continuano a fare la parte del leone. Dopo aver subito un drastico ridimensionamento nella seconda metà degli anni ’90, nell’ultimo decennio le grandi aziende di Stato hanno recuperato tutto il loro potere. E oggi controllano i gangli vitali dell’economia cinese, hanno accesso privilegiato al credito, incarnano i più potenti monopoli e oligopoli del paese. Una delle principali critiche mosse alla leadership uscente è di aver favorito la crescita ipertrofica delle aziende di Stato, ricreando così gran parte delle inefficienze del passato e generando una profonda distorsione nell’allocazione delle risorse all’interno del sistema economico.

B come Bo Xilai. Figlio di uno degli otto eroi immortali della Lunga Marcia, astro nascente della politica cinese, popolarissimo tra gli ancora numerosissimi nostalgici del maoismo, è stato l’uomo che ha messo un bel pizzico di sale sul Diciottesimo Congresso del Partito Comunista. Senza lo scandalo che ha visto protagonista la sua famiglia, il grande appuntamento politico cinese del 2012 sarebbe stato certamente assai più noioso. Perché un giallo internazionale di questo livello – la moglie di Bo che uccide un uomo d’affari-presunta spia inglese, un super-poliziotto che cerca asilo politico in un consolato americano e poi vuota il sacco – è un evento più unico che raro nella vita politica cinese. E perché il siluramento di Bo, recentemente espulso dal partito per corruzione e abuso d’ufficio, ha aperto la corsa al Comitato Permanente del Politburo ad altri candidati.

C come Consenso. Morti e sepolti i Grandi Timonieri della Cina comunista, Mao Tse-tung e Deng Xiaoping, per assicurare continuità e stabilità al Partito, la nomenklatura è stata costretta a far ricorso a un nuovo strumento di Governo: il consenso. Da Jiang Zemin in poi, con l’emersione di varie fazioni all’interno dell’apparato, la ricerca della collegialità in ogni scelta politica è diventata un’ossessione necessaria per la leadership cinese. Forse, è anche a causa dell’eccesso di consenso che parte degli ambiziosi programmi riformisti sbandierati da tutti i capi di Governo dall’inizio degli anni ’90 in poi sono rimasti puntualmente nel cassetto.

D come Democrazia. È la grande incompiuta del sistema politico cinese. Secondo la nomenklatura, costretta a fare le peggiori acrobazie per sostenere la legittimità e la credibilità del partito unico, le regole fondamentali della democrazia occidentale non sono applicabili alla società cinese. Le libertà di pensiero, espressione, parola e voto, in sostanza, fanno a pugni con la “società armoniosa” che il Partito Comunista si prefigge da anni di consolidare all’interno di uno sviluppo economico capitalistico. Per aggirare l’ingombrante ostacolo, Pechino sostiene di puntare a una propria “via cinese alla democrazia”: a giudicare dal clima liberticida in cui si svolgerà il Congresso (vedi alla voce Sicurezza), però, quella via sembra ancora avere un indirizzo sconosciuto.

E come Economia. Un fatto è certo: gli uomini che dalla primavera 2013 guideranno la Cina non vedranno mai più i tassi di crescita del recente passato. Negli ultimi dodici mesi, la crescita del prodotto lordo è scesa ai minimi degli ultimi 3 anni. Le principali cause del rallentamento sono due: il raffreddamento della domanda mondiale che ha penalizzato le esportazioni del made in China; lo sgonfiamento della bolla immobiliare che ha ridotto l’attività del settore trainante dell’economia cinese. Ciononostante, grazie alle politiche monetarie e fiscali espansive varate dal Governo a partire dalla scorsa primavera, Pechino dovrebbe centrare agevolmente il tasso di crescita programmatico del 7,5% fissato per il 2012.

F come Finanza. Tra le tante riforme (vedi lettera R) che la nuova leadership dovrà varare dopo la primavera 2013, quando salirà effettivamente al potere, in prima fila figura quella del sistema finanziario. Per modernizzare quest’ultimo, passo necessario in vista della completa liberalizzazione dello yuan che Pechino vorrebbe trasformare in una valuta di regolamento internazionale, il Governo

dovrà mettere mano (in certi casi anche pesantemente) a tutte le variabili che compongono il sistema finanziario nazionale e che sono strettamente interconnesse: dalla Borsa al mercato obbligazionario, dalle banche ai tassi d’interesse, dalle assicurazioni al credito al consumo.

G come Generazioni. Entro la fine della settimana prossima, la nuova nomenklatura cinese avrà un volto. Nel marzo 2013, quando l’Assemblea Nazionale del Popolo nominerà ufficialmente il nuovo Governo, la cosiddetta Quinta Generazione di politici cinesi raccoglierà definitivamente il testimone del potere dalla Quarta guidata da Hu Jintao e Wen Jiabao. Che l’aveva ereditato dalla Terza, quella che faceva capo a Jiang Zemin e Zhu Rongji. Che, a sua volta, l’aveva ricevuto dalla Seconda, quella capeggiata da Deng Xiaoping, costola del padre di tutte le generazioni di comunisti cinesi: Mao Tse-tung.

H come Hu Jintao. A settant’anni appena suonati, per l’uomo che ha condotto i destini della la Cina per un decennio è giunta l’ora di ritirarsi. Schivo, poco incline al sorriso, quasi impermeabile al contatto umano, Hu – a differenza del premier Wen Jiabao – non è mai entrato nei cuori della gente. Come tutti i numeri uno che l’hanno preceduto, continuerà comunque a esercitare il suo potere dietro la cortina della politica ufficiale. Tra i tanti enigmi che caratterizzano il presidente uscente (solo in Cina si possono trascorrere dieci anni al potere senza che nessuno sappia veramente chi sei e come la pensi) uno è di particolare attualità: chi saranno gli uomini sponsorizzati da Hu per il prossimo Comitato Permanente del Politburo?

I come Informazione. Non era libera dieci anni fa quando il tandem Hu Jintao-Wen Jiabao salì al potere, non è libera oggi mentre i due leader si apprestano a uscire di scena. La mancata apertura dell’informazione, oggi ancora strettamente controllata da una feroce quanto anacronistica censura, è sicuramente una delle principali speranze disilluse dal Governo uscente.

L come Li Keqiang. Cinquantasette anni, già segretario del Pcc nella prosperosa Provincia di Liaoning, una laurea in economia alla Beijing University, salvo imprevisti dell’ultima ora, Li sarà nominato premier dal Diciottesimo Congresso. Il futuro primo ministro cinese ha fama di riformista illuminato. Almeno così lo descrive chi lo ha conosciuto alla fine degli anni ’70, quando, approfittando del clima di profonda disillusione lasciato dalla Rivoluzione Culturale, il giovane studente dell’Anhui parlava con disinvoltura di democrazia e di libertà di pensiero nei dibattiti interni alla Lega Giovanile Comunista dove, a suo tempo, conobbe il suo futuro mentore, Hu Jintao. I cinesi che auspicano un radicale cambiamento dell’economia, e la comunità internazionale che spera in una maggiore apertura del Dragone, si attendono molto da lui.

M come Militari. L’Esercito di Liberazione Nazionale ha sempre giocato un ruolo cruciale negli equilibri politici cinesi. Fin dai tempi di Mao, gli alti generali delle Forze Armate hanno sempre fatto pesare il loro peso in tutte le grandi decisioni prese dal Governo cinese. Senza mai avere troppa visibilità. Tuttora, i militari di ogni genere e rango godono di un trattamento economico privilegiato anche quando vanno in pensione. Il comandante supremo delle Forze Armate è il presidente della Repubblica, cioè Hu Jintao, che durante il Congresso dovrebbe lasciare la presidenza della Commissione Militare al nuovo Segretario del Partito e leader maximo, Xi Jinping. Secondo diverse indiscrezioni, tuttavia, Hu starebbe esercitando forti pressioni sui vertici del Partito per conservare l’ambitissima posizione. Se riuscisse a spuntarla, sarebbe un ricorso della storia: dieci anni fa, al Sedicesimo Congresso, anche Jiang Zemin non mollò la poltrona di capo dell’Esercito che consegnò a Hu solo nella primavera del 2004.

N come Navigazione. Fazioni, bande, lobbies, consorterie: venuta meno la figura del padre-padrone (prima Mao e poi Deng), il Partito Comunista Cinese è diventato preda dei più disparati gruppi di potere. Che sono in costante lotta tra loro per promuovere i propri interessi o quelli dei propri protettori. Il gioco delle alleanze, dei tradimenti e dei colpi bassi muta di continuo al mutare delle condizioni politiche o della mera convenienza. Acque perigliose e guate dove il politico di razza deve saper navigare senza mai perdere la rotta.

O come Opulenza. La Cina è ancora ben lontana dalla società opulenta mirabilmente tratteggiata da John Kenneth Galbraith mezzo secolo fa. Ma dopo tre decenni di sviluppo e modernizzazione supersonici, oggi oltre la Grande Muraglia la

schiera degli opulenti è parecchio numerosa. Come nell’America degli anni ’50 descritta da Galbraith, anche nella Cina comunista la ricchezza è ormai il principale obiettivo di oltre un miliardi di persone. “Arricchirsi è gloria” aveva detto Deng Xiaoping all’inizio degli anni ’80 spalancando alla Cina le porte del “socialismo di mercato”. A patto, però, di non scivolare nella corruzione, nell’appropriazione indebita di fondi pubblici e nell’abuso d’ufficio, gravi reati che oggi l’opinione pubblica cinese non è più disposta a tollerare.

P come Politburo. Il Comitato Permanente del Politburo (l’ufficio politico del Partito Comunista Cinese) è la ristrettissima stanza dei bottoni che detta le linee guida della politica cinese. Ogni cinque anni, in occasione del Congresso, i leader in carica da oltre un decennio o ultrasettantenni vengono sostituiti. Dal 2002, quando fu allargato per garantire maggiore rappresentatività a tutte le fazioni emerse all’interno del Partito nel dopo Deng, il Comitato Permanente è formato da 9 membri. Nei prossimi giorni, ben 7 (tra cui Hu e Wen) dovranno lasciare l’incarico ed essere sostituiti. Da mesi le voci di corridoio sussurrano che il Diciottesimo Congresso potrebbe ridurre il numero degli effettivi a 7, in modo da riportare l’organo supremo del Partito alle sue dimensioni ante 2002. Il taglio avrebbe una sua logica. L’annientamento della fazione di Bo Xilai, infatti, ha ridotto la domanda di rappresentatività dentro al Partito. Quindi, 7 top leader potrebbero essere sufficienti ad assicurare il dibattito interno e la ricerca del consenso.

Q come Quinte. Ieri Deng Xiaoping e Jiang Zemin. Domani Hu Jintao. Nella tradizione cinese, i vecchi leader formalmente pensionati dall’apparato per raggiunti limiti d’età continuano a manovrare dietro le quinte della politica ufficiale. È quello che i cinesi chiamano, con un misto di riverenza e mistero, potere oltre la cortina. Quale vecchio sponsorizzerà quale giovane al conclave rosso che va a cominciare?

R come Riforme. Il conclave della leadership cinese, oltre a nominare gli uomini che governeranno la Cina fino al 2022, avrà anche un altro compito altrettanto importante: mettere a punto l’agenda delle riforme da realizzare nei prossimi anni. La lista delle cose da fare è lunga e composita. Sul piano economico, la nuova classe dirigente cinese avrà di fronte due grandi sfide. La prima: trasformare un sistema ancora fortemente export oriented in un sistema più incentrato sulla domanda interna, e in particolare sui consumi. La seconda, che si annuncia fin d’ora come la più difficile e coraggiosa perché rischia di mandare la nuova leadership in rotta di collisione con uno dei più forti gruppi di potere del paese: rompere i grandi monopoli pubblici e semi-pubblici, usciti notevolmente rafforzati dal decennio di potere del tandem Hu-Wen, per liberare maggiori risorse a favore del settore privato. Sul piano politico, la futura leadership cinese dovrà sicuramente mettere mano a riforme in grado di rispondere alle istanze crescenti all’interno della società cinese. Una società che, da più parti, chiede di potersi esprimere più liberamente, di partecipare alle scelte collettive, di essere più rappresentata da una classe politica sempre più lontana dai problemi della gente comune.

S come Sicurezza. Dissidenti, ma anche ambulanti, mendicanti e prostitute. Nella Pechino blindata che di questi giorni si prepara al Diciottesimo Congresso non c’è posto per chiunque possa potenzialmente minacciare la sicurezza della nomenklatura.

T come Transizione. Secondo una liturgia non scritta lasciata in eredità da Deng, ogni dieci anni il Congresso del Partito Comunista rinnova radicalmente i vertici dell’apparato. Questa transizione, istituzionalizzata per consuetudine, era già andata in onda nel 1992, quando salì al potere il tandem composto dal presidente Jiang Zemin e dal premier Zhu Rongji, e poi si era ripetuta nel 2002 con l’avvento di Hu Jintao e Wen Jiabao.

U come Uomini. La lista degli aspiranti al Sacro Soglio del Partito è pronta. Due poltrone toccheranno di diritto a Xi Jinping (presidente) e a Li Keqiang (premier). Per le altre sono sicuramente in corsa Zhang Dejiang, il Segretario del Pcc di Chongqing; Wang Qishan, vicepremier con le deleghe all’economia; Zhang Gaoli, il numero uno del Partito a Tianjin; Liu Yunshan, direttore dell’Ufficio Propaganda; Li Yuanchao, direttore dell’Ufficio Organizzativo; Yu Zhengsheng, capo della nomenklatura di Shanghai. Un pugno di uomini ambiziosissimi di cui, al di là delle scarne biografie ufficiali, si sa poco o nulla.

Neppure a quale fazione appartengano, o a quale gruppo d’interessi, consorteria, lobby facciano riferimento. In questa indecifrabile ambiguità, dove è arduo se non impossibile interpretare perfino gli aspetti più elementari delle relazioni umane e politiche – cioè chi è alleato di chi e chi è avversario di chi – si ritorna alla domanda iniziale. Che resta senza risposta: chi ha scelto questi uomini? E perché?

V come Voto. I 2.200 delegati del Partito Comunista che in questi giorni si riuniranno a Pechino dovranno nominare i 370 membri del nuovo Comitato Centrale. I quali, a loro volta, eleggeranno il nuovo Politburo (l’ufficio politico del Partito, attualmente composto da una ventina di persone) e il nuovo Comitato Permanente del Politburo, vale a dire la ristrettissima cupola del potere cinese (vedi alla lettera P). I delegati, inoltre, eleggeranno il nuovo Segretario generale del Partito, il Comitato Esecutivo del Consiglio di Stato e il nuovo presidente della Commissione Militare.

W come Wen Jiabao. Il premier uscente passerà sicuramente alla storia come uno dei leader politici più popolari e amati dalla gente nella Cina del dopo Deng. Sempre presente in prima persona nelle grandi crisi nazionali, dai terremoti alla Sars, durante il suo mandato Wen è stato assai abile nel costruirsi un’immagine di leader buono e comprensivo. Un’immagine che, però, è stata scalfita proprio mentre il premier era in dirittura d’arrivo: secondo un’inchiesta pubblicata un paio di settimane fa dal “New York Times”, la famiglia di Nonno Wen (è il nome affibbiatogli affettuosamente dai cinesi) avrebbe accumulato un patrimonio complessivo di oltre 2,7 miliardi di dollari durante il decennio in cui il primo ministro è stato al potere.

X come Xi Jinping. Originario dello Shaanxi, 59 anni, due lauree conseguite alla prestigiosa Tsinghua University, sposato con una famosa cantante d’opera cinese, il futuro leader cinese è un figlio d’arte. O meglio, un “principino rosso”. Suo padre, Xi Zhongxun, fu un famoso e influente vice premier di ispirazione riformista (fu l’architetto delle Zone Economiche Speciali volute da Deng Xiaoping nei primi anni ’80 per favorire il decollo industriale del paese e attirare gli investimenti stranieri), finito più di una volta in carcere durante la Rivoluzione Culturale per le sue posizioni poco ortodosse. Nonostante i suoi nobili natali (cosa che in Cina facilita molto le carriere dei giovani funzionari rampanti), nella sua scalata verso il vertice del Partito, Xi Jinping ha dovuto farsi le ossa in province “difficili” dell’Impero come l’Hebei (per il tasso di povertà) e il Fujian (per il tasso di corruzione). Dopo aver superato questi due banchi di prova, è stato nominato Governatore del Zhejiang, una delle più ricche province del paese. Nella primavera 2007, ha ricevuto l’ultimo incarico prima dell’investitura a futuro lider maximo: Segretario del Pcc a Shanghai con il mandato di fare pulizia e mettere ordine nel Partito dopo lo scandalo che l’anno prima aveva decimato la nomenklatura cittadina legata all’ex presidente Jiang Zemin. Nell’autunno del 2007 il Diciassettesimo Congresso del Partito Comunista lo ha nominato nel Comitato Permanente del Politburo candidandolo così alla leadership assoluta della nomenklatura. Nei prossimi giorni, infatti, sarà nominato Segretario Generale del Pcc e nella primavera 2013 diventerà presidente della Repubblica.

Z come Zhou Yongkang. Mascella volitiva, sguardo glaciale, lineamenti imperturbabili, in questi ultimi cinque anni il settantenne responsabile supremo della sicurezza nazionale ha rappresentato l’ala dura all’interno del Comitato Permanente del Politburo. Nel 2009, quando scoppiò la rivolta nello Xinjiang, Hu Jintao gli affidò il compito di riportare all’ordine gli uiguri, la popolazione autoctona di origine turcomanna e di religione musulmana originaria della provincia dell’estremo Ovest cinese. Il sergente di ferro della nomenklatura assolse brillantemente la missione, ma lasciandosi dietro un pesante bilancio di sangue: sul campo restarono quasi 200 morti. Negli ultimi tempi, Zhou sarebbe caduto in disgrazia perché legato a doppio filo alla corrente neo-maoista conservatrice capeggiata da Bo Xilai per conto del quale nei giorni della resa dei conti per il leader di Chongqing avrebbe perfino tentato di organizzare un colpo di Stato.

08/11/2012


Fonte:

Il Sole 24 Ore

12 marzo 2013