Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


Dopo le elezioni Usa il congresso del Partito comunista cinese è imbarazzante

di Francesco Sisci

PECHINO - Dovrebbe essere il segreto meglio custodito di tutta la Cina, e forse è proprio per questo che è il tema al momento più discusso nel paese: chi verrà designato per sedere in cima alla piramide al congresso di partito che si apre l'8 novembre?

Molti avvenimenti vengono descritti come “storici”, ma pochi si meritano quest’appellativo come il congresso. L’evento infatti non solo deciderà il volto del prossimo decennio, che verrà guidato dal duo composto da Xi Jinping (futuro presidente) e Li Keqiang (futuro primo ministro), ma anche di quello dopo, dato che le decisioni probabilmente riguarderanno anche chi governerà nei dieci anni successivi al 2022.
A quanto sembra, i massimi decisori stanno discutendo la possibilità che Hu Chunhua, classe 1963, entri nel Comitato permanente. Che Chunhua ottenga o no la carica, già il fatto che negoziazioni di questo genere stiano avendo luogo è un segno che il congresso sta considerando opzioni a lungo termine per il paese, che riguarderanno non sono le politiche ma anche gli uomini.
Inoltre, voci di corridoio si chiedono in che misura i leader della generazione di Jiang Zemin saranno coinvolti in questo processo, e quanto il futuro presidente Xi sia oggi parte di esso. In ogni caso, che vengano coinvolti o no, il presidente Hu Jintao resta un protagonista. Questo è tutto ciò che possiamo dire con certezza di questo grosso evento.
Negli Stati Uniti, la grande superpotenza, esiste una competizione trasparente per le cariche al vertice, con lunghe campagne elettorali in tutto il paese che sono seguite dai media del mondo intero e accesi dibattiti trasmessi in diretta globale. In Cina, la superpotenza numero due, i meccanismi sono meno noti, e i nomi dei leader vengono scelti di nascosto. Questo implica l'idea che i membri del Comitato Permanente del Politburo siano coinvolti in trattative segrete e intricati mercanteggiamenti negli oscuri corridoi della loro moderna Città proibita, lo Zhongnanhai (la residenza dei vertici del partito).
Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico. Il pubblico mondiale si divide nel parteggiare per l’uno o per l’altro candidato, Barack Obama o Mitt Romney, ma tutti stanno tifando per l’America. Il presidente Obama, ad esempio, era ed è tuttora un fenomeno globale: è politica ma al tempo stesso è una forma d’intrattenimento moderno; si tratta di qualcuno che è più di una rockstar o di un divo del cinema.
Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?
In queste circostanze, ogni rosa di candidati ipotizzata nel chiacchiericcio a sfondo politico di Pechino o ogni nuova congettura proveniente da Hong Kong restano quello che sono. Nel 2002, durante il sedicesimo congresso di partito, i cronisti vennero colti di sorpresa da due cambiamenti dell’ultimo minuto: Jiang Zemin restava a capo della Commissione militare anche se non era più parte del Politburo e i membri del Comitato permanente salivano da sette a nove.
Sia l’ex capo del partito di Shangai Chen Liangyu, purgato nel 2006 per corruzione, sia l’ex capo del partito di Chongqing Bo Xilai, purgato quest’anno, erano membri molto informati del Politburo. Eppure nessuno dei due aveva previsto di essere arrestato e fatto cadere. Se persino degli insider come loro non hanno idea di cosa avvenga nello Zhongnanhai, come possiamo noi, da totali outsider, sperare di gettare una qualche luce sulle macchinazioni verosimilmente contorte dei principali uomini politici della Cina? Questo congresso è più importante di quello del 2002 e arriva dopo il più grande scandalo politico dalla caduta di Lin Biao nel 1971. Ci potrebbero essere molte sorprese.
Inoltre, dare troppo credito ai nomi potrebbe essere ingannevole. Molti osservatori cercano di interpretare il successo o il fallimento di un leader alla luce di come se la sta cavando il suo gruppo di appoggio: con Jiang c’era la banda di Shanghai, mentre con Hu Jintao adesso ci sono quelli della Lega Giovanile. Ma tutto questo potrebbe essere, ripetiamo, fuorviante. Le divisioni fra le varie affiliazioni non sono mai del tutto chiare: la maggior parte della gente cambia bandiera se questo può giovare alla carriera, e la totale fedeltà a un solo individuo può rivelarsi rischiosa. In un momento cruciale come questo non è chiaro chi si schiererà con chi.
I tradimenti e i cambi di schieramento o di idea sono tipici della politica in tutto il mondo, e la Cina non è esente da queste pratiche. Ma qui avviene tutto di nascosto, e se seguendo lo spettro politico saremmo indotti a pensare che X sia leale a Y, magari esiste invece un accordo sottobanco fra X e Z. Questo è vero sempre, e potrebbe essere più vero che mai ora che il caso Bo Xilai ha colpito al cuore la politica cinese. Molti dei precedenti sostenitori di Bo si giocano la vita, quindi potrebbero aver stretto degli accordi coi vincitori. Perciò un semplice conteggio basato sulla fedeltà apparente delle gerarchie politiche potrebbe non valere per il prossimo Politburo.
Detto questo, ci sono dei fattori a cui conviene prestare attenzione se vogliamo farci un’idea della direzione che la Cina potrebbe prendere in futuro. La prima cosa è se i membri del Comitato Permanente del Politburo si ridurranno a sette o resteranno nove. Nonostante alcuni rumors propendano per la prima ipotesi, la seconda potrebbe essere ancora un’opzione valida, e comunque molto dipenderà da come il gruppo sarà composto.
Le domande da farsi sono: ci sarà una donna? Ci sarà un rappresentante della nuova generazione di leader, quella che salirà al potere nel 2022? Ci sarà un rappresentante dell’esercito? I militari sono usciti dal Comitato Permanente nel 2002 per formarne uno a parte, la Commissione militare centrale, che ha una statura politica pari a quella dell’organizzazione di partito. Non è venuto forse il tempo di riportare i fucili all’interno del partito? O i progetti sono altri? Hu resterà a capo della Commissione Militare? Anche il significato da dare a una sua permanenza o al contrario a una destituzione dipenderà molto dal quadro politico generale.
Con tutte queste incognite, il congresso di partito ne guadagnerebbe in termini di attenzione globale, di interesse o persino di sostegno, se solo si decidesse ad alzare il coperchio. Forse potrebbe anche essere uno spettacolo più grande di quello dei duellanti che si sfidano per la presidenza degli Stati Uniti. Ma non è questo il caso e, malgrado la grande curiosità che lo circonda, il congresso sembra restare materia per compulsivi divinatori di foglie di tè, come è questo modesto scribacchino.

08/11/2012


Fonte:

temi.repubblica.it

18 marzo 2013