Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


La bolla del Dragone

di Danilo Taino

«La Cina ci sorprende in positivo da trent'anni: continuerà a farlo per molto tempo».

Fino a pochi mesi fa, questa era la frase-poster ripetuta in tutta l'Asia. Non è più così. Il 18° Congresso del Partito comunista cinese che si è aperto ieri a Pechino non si limiterà a scegliere la nuova leadership che guiderà il Paese per il prossimo decennio. Deve soprattutto prendere atto che il ciclo aperto da Deng Xiaoping nel 1978 - bassi salari, esportazioni e diritto di arricchirsi - si è concluso. Con un successo economico senza precedenti nella storia, ma è finito. Gli ostacoli e le tensioni che si trovano ad affrontare Xi Jinping e Li Keqiang - che la settimana prossima dovrebbero essere nominati segretario del partito e primo ministro - dicono che gli anni migliori della Cina sono passati. Lo slogan che circola ora nelle università recita che «i frutti pendenti dagli alberi sono stati tutti raccolti».
Le elezioni americane di martedì scorso hanno oscurato l'importanza del Congresso di Pechino. L'evento è invece di importanza eccezionale, per il peso che la Cina ha nel mondo e per le ripercussioni che un rallentamento della sua crescita può per esempio avere su settori come la moda, il design e i beni di lusso, punti di forza dell'export italiano. Capire dove andranno Xi e Li non è in fondo meno importante dell'immaginare le prossime politiche di Barack Obama.
Dietro al calo della crescita del Prodotto interno lordo cinese (Pil) - al 7,4 per cento nel terzo trimestre di quest'anno - c'è un'economia che rischia il collasso. Investimenti pari al 50 per cento del Pil, il doppio del livello fisiologico, creano bolle e distorsioni. Infatti, si calcola che ci siano almeno cento milioni di case sfitte. Che nei settori di acciaio, alluminio, pannelli solari, vetro ci sia già ampia sovracapacità produttiva. E che anche nella produzione di auto ci si arrivi tra non molto. I magazzini si riempiono di borse, giocattoli, gadget invenduti. In questa situazione, lo Stato e le sue banche non sanno ormai dove investire: le nuove e inutili autostrade sono spesso vuote e nei campi da golf si cercano quadrifogli. Ieri, il segretario uscente Hu Jintao ha ribadito che occorre rilanciare la domanda interna: lo sostiene da cinque anni ma i consumi sono scesi a causa delle lobby immobiliari, locali e delle imprese di Stato che si accaparrano gli investimenti pubblici.
Sul versante politico, le proteste contro ingiustizie sociali e corruzione sono all'ordine del giorno. E i cittadini sono sempre più connessi al resto del mondo in barba ai tentativi di censura. Il risultato è che l'autorità del partito declina e che la domanda di partecipazione pubblica cresce. La «superpotenza prematura» - economicamente forte ma lontana dal diventare ricca - sarà dunque costretta a grandi cambiamenti. Ma tre decenni dopo non è detto che le sorprese siano sempre positive.

09/11/2012


Fonte:

www.corriere.it

25 marzo 2013