Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


QIU XIAOLONG: CON PARTITO UNICO PIU’ CORRUZIONE

di Emma Lupano

Nessun cambiamento politico, nessun a apertura ai media, nessun nuovo approccio ai problemi sociali. Non è una visione ottimistica quella che Qiu Xiaolong, l’autore della fortunata serie poliziesca dell’ispettore Chen Cao, ha dei leader destinati a guidare la Cina per i prossimi dieci anni.

Nell’ultimo romanzo approdato in Italia, “La ragazza che danzava per Mao” (Marsilio, 2012), il giallista e poeta, già professore di letteratura cinese all’università di Saint Louis in Missouri, svelava vizi e spregiudicatezze del Grande Timoniere attraverso il racconto di un caso legato ai difficili anni della Rivoluzione culturale. Nel nono “capitolo” della serie dell’ispettore Chen, ancora in fase di scrittura, l’autore ha deciso invece di trarre spunto dalla vicenda di Bo Xilai, collocando per la prima volta una sua storia nella Cina contemporanea. L’attualità e la politica di Pechino sono temi che affascinano da sempre Qiu Xiaolong. Originario di Shanghai, ma trapiantato negli Usa dal 1988, torna regolarmente nella sua città, almeno una volta all’anno. La distanza geografica gli permette di avere una visione più distaccata delle vicende cinesi, mentre la frequentazione continua di amici e parenti rimasti in patria gli consente di seguire i fatti nazionali ancora molto da vicino. E di cogliere gli umori, le tendenze, le frustrazioni del suo popolo, facendole echeggiare nei suoi romanzi.

Come giudica la decade di governo di Hu Jintao e Wen Jiabao? Qual è il loro lascito al paese?
In termini di miglioramento materiale, il paese ha compiuto enormi passi in avanti. Che poi sia diventato un paese fin troppo materialista, è un’altra questione. Purtroppo, Hu Jintao e Wen Jiabao non hanno favorito alcun progresso nell’ambito delle riforme politiche. La corruzione del sistema è passata di male in peggio sotto il sistema monopartitico. La distanza tra ricchi e poveri è cresciuta come mai prima. E questo si è tradotto in una generale bancarotta ideologica e in uno smottamento etico nel paese.
In tema di riforme politiche, cosa si aspetta dalla nuova generazione di leader guidata da Xi Jingping e Li Keqiang?
Non mi aspetto che Xi Jinping e Li Keqiang progettino di avviare alcun cambiamento nel modo in cui il paese è governato. Almeno non a breve, stando a tutto quello che ho sentito dire e che ho letto finora.
Quale corrente crede prevarrà all’interno del partito nei prossimi anni?
Dipende da come andranno le cose nel paese. Bo Xilai e i “maoisti” sono riusciti a guadagnare una certa influenza all’interno del partito negli ultimi anni perché hanno saputo cogliere l’insoddisfazione e la frustrazione diffusa tra la gente.
La Cina ha molti problemi urgenti da risolvere. In ambito sociale, c’è la questione dei lavoratori migranti, del sistema dello hukou, della sottrazione delle terre ai contadini, delle difficoltà dei giovani urbani a comprare casa e a trovare lavoro. Quale tema sarà affrontato dalla leadership in modo prioritario?
Sono convinto che la leadership affronterà per primo il problema dei “tre agri”. C’è però un altro problema estremamente urgente in Cina, insieme ovviamente agli altri: quello dell’inquinamento ambientale. Non a caso il settimo libro della serie dell’ispettore Chen (“Don’t cry, Tai lake”, non ancora pubblicato in Italia, nda) ruota intorno a questo tema.
Quale pensa sia il problema principale dei giovani cinesi?
Il vuoto spirituale, nel quadro di un incessante inseguimento di beni materiali. Per dirne una, gli esami per diventare funzionari pubblici sono i più popolari tra i giovani cinesi, perché assicurano la stabilità lavorativa e garantiscono benefici ulteriori dati dalla posizione privilegiata che si ricopre. Da un atteggiamento come questo non emerge una grande volontà dei giovani di cambiare quello che in Cina non va.
Sappiamo che si reca in Cina ogni anno, quando è stata l’ultima volta? Qualcosa l’ha colpito in modo particolare?
Ho visitato la Cina l’ultima volta in aprile, giusto quando stava esplodendo lo scandalo Bo Xilai. Credo che la conversazione che mi ha colpito di più sia stata quella avuta con un amico sul caso Chongqing. Mi ha detto: “Perfino Wang Lijun [capo della polizia di Chongqing, nda] si deve rivolgere agli Stati Uniti come ultima spiaggia. Come può allora il tuo ispettore continuare a sopravvivere e ad avere successo in una società come questa?”. Ecco perché il nono libro della saga dell’ispettore Chen, che sto ancora scrivendo, parla della lotta di Chen per la propria sopravvivenza. L’idea originaria è nata da quella conversazione, mentre molti dettagli provengono dalla vicenda di Bo Xilai. Però non sarà un libro sul caso di Chongqing.
Quale pensa sarà l’atteggiamento dei nuovi leader nei confronti dei media?
Credo che la nuova leadership continuerà a combattere la sua battaglia contro i media online che sono diventati alternativi ai media ufficiali. Nonostante i tentativi di controllo elettronico esercitato dal governo, i microblog, ad esempio, o i “motori di ricerca di carne umana” sono diventati sempre più importanti e potrebbero essere i portatori di un cambiamento che le autorità non vogliono vedere. L’ottavo libro della saga dell’ispettore Chen, che in inglese si intitola “The enigma of China” e che è già uscito in Francia come “Cyber China”, si occupa proprio di questi aspetti.
Immaginando di potere entrare a Zhongnanhai, si sentirebbe di dare qualche suggerimento ai nuovi leader su come governare la Cina per i prossimi dieci anni?
Nel manoscritto a cui sto lavorando ora, l’ispettore Chen si caccia in un grave guaio proprio perché crede di poter parlare con i leader e di avere la possibilità di dare loro alcuni consigli.
Vivendo negli Usa da molti anni si è reso conto se c’è qualcosa che l’Occidente proprio non riesce a capire della Cina?
Non riuscite a capire la dicotomia (o chiamiamola combinazione) impossibile eppure funzionante tra la tendenza capitalista e un sistema governato che si fonda su un solo partito comunista.

09/11/2012


Fonte:

AGI China 24

5 aprile 2013