Dialogo è accettare l'altro come è e come egli stesso si definisce e si presenta a noi, di non cessare di essere se stessi mentre ci si confronta con il diverso, di essere consapevoli che la nostra identità esce arricchita e non sminuita da chi di questa identità non accetta alcuni elementi, magari anche quelli che noi riteniamo fondamentali. La riconciliazione è possibile, tra i cristiani e nella compagnia degli uomini. (Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose)


LA MACCHINA DEL PCC: ISTRUZIONI PER L’USO

di Alessandra Spalletta e Sonia Montrella

In una Pechino blindatissima è tempo di ricambio ai vertici. Nella Grande Sala del Popolo di Zhongnanhai, il quartier generale del PCC, fino al 14, è di scena il Diciottesimo Congresso del Partito Comunista Cinese. L’appuntamento è dei più importanti: dopo 10 anni di governo l’amministrazione Hu Jintao-Wen Jiabao consegnerà la Cina nelle mani della quinta generazione di leader che guideranno la seconda economia mondiale fino al 2022. Via, dunque, il presidente della Repubblica Popolare e via il premier. Ma non solo: nel Comitato Permanente del Politburo – la stanza dei bottoni del Dragone – attualmente composto da nove potentissimi, sette persone andranno in pensione. A meno di sconvolgimenti incredibili, il vicesegretario del Partito e vicepresidente della Repubblica Xi Jinping succederà all’attuale numero uno Hu Jintao. Il vice premier Li Keqiang diventerà il nuovo primo ministro al posto di Wen Jiabao, ed entrambi continueranno a occupare il loro seggio nel Comitato Permanente. Noti anche i nomi degli altri cinque papabili che se fossero confermati proverebbero quanto sia ancora forte l’influenza dell’ex presidente Jiang Zemin il quale nonostante abbia perso qualsiasi carica formale non ha difficoltà a piazzare i suoi ‘protetti’ nelle sfere più alte. Quest’anno, inoltre, il Diciottesimo Congresso del PCC sottoporrà la macchina del potere a una sorta di verifica. Le precedenti transazioni politiche (1997 e 2002) si sono svolte in modo relativamente tranquillo, definizione che mal aderisce all’appuntamento del 2012 che arriva a conclusione di un anno iniziato all’insegna di una feroce bagarre all’interno del partito, scosso dal più sensazionale scandalo degli ultimi 20 anni che ha portato alla rovina l’ex leader di Chongqing, Bo Xilai. Messe da parte le supposizioni, le analisi e le indiscrezioni, sulla successione cinese la segretezza è massima, il compito di individuare i futuri leader spetta solo al partito che si muove esclusivamente dietro le porte chiuse di Zhongnanhai. Per conoscere i loro nomi bisognerà attendere il 14 novembre, quando i nuovi potenti della Cina saranno presentati ai giornalisti che li vedranno sfilare uno per uno in ordine gerarchico.

PCC: UNA MACCHINA DA 80 MLN DI INGRANAGGI Tra le maggiori economie del G20, la Cina è l’unico stato autoritario guidato da un partito comunista. Il PCC è alla guida del Dragone dal 1949, dopo aver cacciato i nazionalisti di Chiang Kai-shek, battendo un record di longevità che un giorno potrebbe superare quello detenuto dall’ex Unione Sovietica. Fedele alle radici leniniste, il PCC controlla lo stato e la società, monopolizza il potere e non tollera chi si oppone al suo diritto a governare. Il potere del Partito si regge su quattro pilastri: il controllo sull’imponente Esercito di Liberazione Popolare (2,25 milioni di uomini); sulle nomine ai vertici di tutti gli apparati (organi politici, forze armate, aziende di stato); sull’informazione; sul sistema giudiziario e sull’apparato di sicurezza interna. La costituzione fa ripetuti riferimenti nel suo preambolo alla leadership indiscussa del partito, anche se essa risulta assente negli articoli dello statuto. Ad oggi, il partito Comunista cinese conta oltre 80 milioni di membri – all’incirca il 6% della popolazione – la maggior parte dei quali uomini, le donne, infatti, costituiscono meno di un quarto del totale. Qualsiasi cittadino di età superiore ai 18 anni aspira ad entrare a far parte del partito che, tra i numerosi criteri di selezione, richiede anche l’ateismo. L’accesso è tutt’altro che semplice: solo per avere un’idea, nel 2010 dei 21 milioni di aspiranti membri, solo il 15% ha fatto il suo ingresso nella macchina del partito. Gli analisti non amano definire il sistema politico cinese monolitico, né tantomeno gerarchico. La competizione tra le diverse anime che compongono il partito e tra le istituzioni – ciascuno a tutela dei propri interessi – è diffusa a ogni livello del sistema. Gli scontri di potere non avvengono solo tra i dirigenti che compongono le fila del Comitato Permanente ( il cui numero quest’anno subirà un taglio da 9 a 7) e tra i 25 membri del Politburo. Ad essere in lotta tra di loro, anche i ministeri, le provincie e le varie sfere delle forze armate. Gli scontri si consumano tra ministeri e governi locali, che nella scala gerarchica stabilita dal partito occupano la stessa posizione, e che quindi hanno un potere equivalente. Ad esempio la Difesa e il ministero degli Esteri esprimono spesso posizioni contrastanti. Anche se non si può parlare in senso stretto di pluralizzazione della società, il dibattito pubblico vede la partecipazione di nuovi attori, tra cui i media (un settore che è stato parzialmente liberalizzato), le imprese, i think tank, le organizzazioni non governative.

GLI ORGANI DEL PARTITO-STATO Gli organi legislativi in Cina sono controllati dal PCC e hanno limitata autonomia. Le istituzioni che compongono il sistema politico cinese sono: il Partito Comunista Cinese, l’Apparato militare, l’Esercito di Liberazione Popolare ed il Consiglio di Stato, al quale il partito delega l’amministrazione del paese.
Il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico è incaricato di fare le veci dell’Assemblea Nazionale del Popolo, fra una sessione plenaria e l’altra. In questo lasso di tempo, il Comitato Permanente ha anche poteri legislativi, ma risponde all’Assemblea in seduta plenaria. Ogni membro del Comitato Permanente, ha un grado – da uno a nove – ed è responsabile di un preciso portfolio. Il secondo massimo organo decisionale è invece l’Ufficio Politico (o Politburo) che, con l’espulsione di Bo Xilai, è formato ora da 24 membri. Entrambi ricevono i loro poteri dal Comitato Permanente, anche il Segretario Generale del PCC. A sua volta, il Comitato Centrale viene eletto dai delegati del Congresso Nazionale del Partito che si tiene ogni cinque anni. L’Assemblea Nazionale del Popolo,che di fatto ratifica le decisioni già prese dal Partito, è l’istituzione che più si avvicina a un Parlamento. I poteri dell’ANP sono limitati e l’Assemblea opera sotto la leadership del PCC. L’organo è comunque preposto alla supervisione delle seguenti istituzioni: Presidenza dello Stato, Consiglio di Stato, Corte Suprema del Popolo, Esercito, gli otto partiti minori (che hanno tutti giurato fedeltà al PCC) e la Conferenza Consultiva Politica del Popolo, il più importante organo consultivo, il cui compito è quello di selezionare i cittadini di maggior spicco, molti dei quali non-comunisti, approvare piattaforme di consultazioni sui vari politici, non potendo però obbligare il partito a seguire tali suggerimenti. L’Assemblea conta oggi all’incirca 3.000 deputati che si riuniscono ogni anno a marzo a; all’appuntamento del 2013 si assisterà alla formalizzazione della transizione al potere con la nomina del Presidente, del Premier, del nuovo Vice Premier e del Consigliere di Stato. I deputati dell’ANP nono sono eletti direttamente, ad eccezione di quelli di livello più basso nei congressi del Popolo, mentre per gli altri deputati il PCC stila una lista di nomine.

LEADERSHIP: ELEZIONI E NOMINE In teoria il Congresso del partito elegge i membri del Comitato Centrale, che a sua volta elegge il Politburo, compreso il Comitato Permanente, l’organo decisionale supremo della Cina. Ma in pratica il processo si è sempre svolto dal basso verso l’alto piuttosto che nella direzione opposta e il Congresso si presenta in realtà come un teatrino per avallare le decisioni dei vertici. Sotto Mao Zedong e Deng Xiaoping, i leader ai vertici nominavano i propri successori. Ora che l’era dei politici autoritari è finita la selezione dei nuovi leader si è trasformata in un oscuro processo di intrighi e di mercanteggiamenti tra le varie fazioni del partito ed i gruppi di interesse. La selezione dei quadri dovrebbe avvenire attraverso l’adozione di uno stile meritocratico, elemento imprescindibile che determina la legittimità del sistema mono-partitico. La promozione è però spesso determinata da un complicato intreccio di interessi economici e alleanze politiche. Di recente, inoltre, è stato introdotto un elemento di prevedibilità nella leadership attraverso il rafforzamento dei limiti di età e del termine di mandato per chi occupa incarichi pubblici. Secondo gli analisti, i leader che hanno più di 68 anni andranno in pensione, quindi i nuovi leader avranno tutti meno di 62 anni. Per i ministeri e gli incarichi nei governi locali il limite di età è 65. La gestione della leadership è collegiale: il comitato Permanente del Politburo, il vertice del potere, quest’anno sarà composto da 7 membri, non più 9 come negli anni dell’amministrazione uscente (Hu-Wen). Le più alte cariche dello Stato sono quelle di presidente , Hu Jintao, e di vice presidente, sono per lo più cariche cerimoniali soggette a pochi doveri. Dal 1933 il Segretario del PCC è anche Presidente della Commissione Militare Centrale e presidente della Repubblica Popolare in quanto, il Segretario generale, non ha una controparte nel mondo non-comunista. La figura di leader supremo è invece scomparsa con la morte di Deng Xiaoping nel 1997. La leadership collettiva è stata voluta per scongiurare il rischio che si ripetano gli eccessi dell’era maoista ed evitare che emergano figure di rottura come Gorbachev cui la Cina addita il collasso dell’ex Unione Sovietica. Ogni membro occupa una posizione gerarchica e ha una delega ben precisa. La costruzione del consenso impegna la vita dei leader, che per prendere una decisione devono confrontarsi con gli altri ed ottenerne l’appoggio. Il raggiungimento dell’obiettivo è reso complicato dalla complessa dialettica interna dello scontro tra fazioni. Inoltre rallenta i processi decisionali e la capacità di reazione del partito agli eventi esterni. Tale lentezza è stata particolarmente evidente nel caso Bo Xilai: il partito ha impiegato sei mesi per epurarlo. Cosa succede ai leader che escono di scena? I leader cinesi che si ritirano spesso continuano a esercitare grande influenza da dietro le quinte. E’ questo ad esempio il caso di Jiang Zemin, che dopo essersi ritirato dalla carica di capo del partito nel 2002, continuò a esercitare quella di capo della Commissione Militare Centrale per due anni, stabilendo un precedente che pare Hu Jintao voglia ripetere, una mossa che serve a proteggere la sua eredità in una nazione dove l’esercito è una potenza politica ed economica. E i veterani del partito senza cariche ufficiali possono essere molto influenti, specialmente nel percorso verso la selezione dei successori della leadership. I messaggi sono sottili: gli analisti assicurano che sia Jiang che il suo rivale Li Ruihan, un ex leader vicino a Hu Jintao, sarebbero apparsi in pubblico nella speranza di incoraggiare le proprie fazioni.

IL POTERE DI PECHINO ALLE PROVINCE In Cina si contano complessivamente 34 governi locali: 23 province, 5 regioni autonome, dove vivono le minoranze etniche (Tibet, Xinjiang, Mongolia interna, Ningxia, Guangxi), 4 municipalità, che fanno riferimento al governo centrale (Pechino, Shanghai, Tianjin, Chongqing), e due regioni a statuto speciale (Hong Kong e Macao). Anche i leader provinciali, in genere uomini che occupano anche una poltrona all’interno degli organi del partito, sono potenti. Nell’attuale Comitato permanente dell’Ufficio politico, 6 su 9 membri sono funzionari dei governi locali. Questi, inoltre, occupano i due quinti delle poltrone del Comitato Centrale, e sulla scala gerarchico del sistema burocratico cinese, in quanto a potere, si equivalgono ai ministeri. Anche per questo motivo a volte il governo centrale fa fatica a imporsi sulle decisioni delle province. La decentralizzazione fiscale ha dato carta bianca ai leader locali per quanto riguarda la gestione della spesa pubblica (educazione, sanità, assicurazione, sicurezza sociale, welfare). Tuttavia, il governo di Pechino continua ad esercitare il controllo politico a livello unitario, trasferendo i leader di provincia per evitare che essi costruiscano dei feudi personali tali da poter sfidare l’autorità suprema del partito. Identica ragione spinge il partito a garantire che i confini delle regioni controllate dall’esercito non si sovrappongano ai confini regionali. La potente Commissione disciplinare del Partito, che indaga sui reati di corruzione a livello provinciale e il General Auditor Office, che ha il compito di controllare i bilanci, tutela gli interessi del Pcc. Nonostante questi accorgimenti, la competizioni tra i governo locali, così come tra tutti i livelli dell’amministrazione, può essere feroce. L’importanza delle dichiarazioni dei singoli leader impallidisce di fronte a quella dei documenti ben più autorevoli rilasciati dal Comitato Centrale. La dichiarazione del premier Wen Jiabao sulla necessità di realizzare riforme strutturali del sistema politico cinese, sono state ignorate dai media e non si sono tradotte in azione politica. L’ideologia continua a rivestire un’importanza cruciale; il partito ancora oggi inserisce la “realizzazione del comunismo” tra i suoi “obiettivi prioritari”. Da partito rivoluzionario a partito di governo, il PCC si rivolge anche ai capitalisti nel rappresentare oggi “gli interessi fondamentali della maggioranza dei cittadini cinesi”, I capitalisti hanno fatto il loro ingresso ufficiale nel 2007, con il riconoscimento dei diritti di proprietà privata. Tra le mosse a sorpresa di Wen Jiabao, non vanno dimenticate le sue picconate al monopolio dei conglomerati di stato e al sistema bancario che concede prestiti solo alle aziende pubbliche. Wen sostiene con forza la necessità di riformare il sistema finanziario, aprendolo ai capitali privati. Ogni volta che il Partito si allontana dalle solide radici dell’ideologia marxista, i ‘watchdog’ legati alle correnti di sinistra insorgono. La costituzione, nel suo preambolo, sostiene che il comparto pubblico riveste una posizione dominante nel sistema economico. La classe politica cinese predilige da sempre la pianificazione economica e individua tra le sue priorità il mantenimento della stabilità. Il potente apparato di sicurezza – weiwen – include 800mila uomini della polizia che rispondono al ministero della Pubblica Sicurezza, 1,5 milioni di forze paramilitari, la polizia armata – wejing – che fa riferimento alla CMC e – attraverso il ministero della Pubblica sicurezza – al Consiglio di Stato. Altre agenzie includono il Dipartimento di Propaganda, il ministero della Sicurezza di Stato e il ministero della Giustizia. Tutti questi organi, tranne la Propaganda, sono sottoposti al controllo della Commissione Centrale, della politica e della legge. La moltitudine di apparati burocratici in perenne concorrenza tra loro e il diffuso fazionalismo, determinano un cattivo coordinamento tra di essi. Questi e un debolissimo stato di diritto costituiscono i principali problemi di governante.

09/11/2012


Fonte:

AGI China 24

8 aprile 2013